Capitolo primo
I.
La narrativa tradizionale sarda tra
Ottocento e Novecento.
1.1
Il materiale documentario fino
alla seconda metà dell’Ottocento.
Enrica Delitala
sostiene che una vera e propria storia
degli studi sulla narrativa tradizionale
sarda ha inizio dalla seconda metà
dell’Ottocento, quando cominciarono ad
essere pubblicate le prime edizioni in
dialetto di «novelline» e «fole» ad
opera essenzialmente di studiosi
provenienti dalla penisola. Infatti,
secondo la studiosa, precedentemente a
questa data si può riscontrare soltanto
una esigua traccia di documentazione.
Dalla fine del cinquecento in poi si
trovano solamente scarse e frammentarie
indicazioni documentarie su temi
narrativi e su personaggi immaginari. La
maggior parte di queste fonti e in modo
particolare quelle più antiche, secondo
l’autrice, consistono in annotazioni
marginali e indirette: nomi d’esseri
fantastici quali orcu, paladinos,
gigantes, janas e simili, che
vengono citati in relazione ai nuraghi o
ad altre costruzioni arcaiche,
spiegazioni di alcuni toponimi,
indicazioni relative al culto di alcuni
santi e cenni alle credenze su alcuni
animali. Qualche volta, tuttavia,
continua Delitala, tra i tanti
riferimenti frammentari e occasionali si
incontrano anche alcune informazioni più
precise e di una certa ampiezza.
La studiosa rileva che
una caratteristica di queste prime fonti
è la limitata durata dell’interesse
degli scrittori per certi temi
fondamentali, cosicché di molti motivi
narrativi si hanno numerosi riferimenti,
ma solo dal Cinquecento all’Ottocento,
come quelli sulla distruzione della
città di Hiade e sul ritrovamento della
statua della Madonna di Bonaria, di
altri viceversa non si hanno
testimonianze fino all’Ottocento, come è
il caso delle leggende sul ponte
costruito sul Tirso dal diavolo e sulle
miracolose colonne della Basilica di S.
Gavino a Porto Torres.
Da Enna
apprendiamo che le fonti più arcaiche,
anche se non propriamente popolari, che
si riferiscono ad un mondo fantastico
delle origini e ad eroi leggendari ed
eponimi, consistono spesso in
informazioni scarse ed incomplete di
seconda e di terza mano, in ampi
contesti storici documentaristici. Tra
le fonti più antiche l’autore cita un
frammento dello storico greco Diodoro
Siculo, vissuto nel I secolo a.C., che
sembrerebbe riportare la notizia da
Timeo (III sec. a.C.), in cui si narra
che Iolao, nipote di Ercole, insieme a
quaranta Thespiadi, nati cioè dalle
quaranta figlie di Tespi, andò a
colonizzare la Sardegna, dando origine
al popolo degli Iolaesi o Iliesi e che
alla loro morte furono deposti in grandi
tombe, le tombe dei giganti .
Enna ricorda anche un altro storico
greco, Pausania (II sec. a.C.), che cita
esplicitamente come sua fonte Diodoro
Siculo, dal quale si viene a sapere che
Sardus, l’eroe eponimo per eccellenza,
approdò in Sardegna dalla Libia e le
diede il suo nome sostituendola a quello
più antico d’Icnusa. L’autore afferma
che di questi grandi eroi, la tradizione
popolare non sembra aver conservato
alcun ricordo. A tal proposito, il
glottologo Gino Bottiglioni,
considerato uno dei maggiori studiosi
del folklore sardo, soprattutto per
quanto riguarda le leggende, afferma che
i nomi degli Iliesi, degli eroi mitici
della Sardegna quali Sardus Pater,
Iolao, Iosto si sono completamente
dileguati dalla coscienza del popolo.
La documentazione
anteriore alla seconda metà
dell’Ottocento, secondo Delitala,
oltre ad essere esigua è anche limitata
ad alcuni generi e di difficile
accertamento. Non è inoltre da escludere
che, soprattutto nel caso delle
documentazioni più arcaiche, talvolta
gli autori inventassero tali fonti «per
dare fondamento alle tesi sulla
classicità della cultura sarda».
In seguito, continua la
studiosa, l’atteggiamento nei confronti
della narrativa sarda e della cultura
popolare in generale non subì
particolari modificazioni: gli esseri
meravigliosi, le reliquie miracolose e
altri temi fantastici furono adoperati
solamente come strumenti per una
ricostruzione storica ed archeologica,
di una politica religiosa o come
elementi singolari e bizzarri da
utilizzare per vivacizzare un racconto,
ma non furono mai visti come espressione
di una letteratura caratterizzata da
tratti peculiari e con una sua specifica
validità. L’autrice sostiene che non si
possono cogliere novità, neanche in
letterati del tardo Ottocento che
pubblicarono romanzi storici e racconti
di ambientazione sarda ispirandosi più
ai falsi documenti arborensi che a
motivi popolari.
A queste ricerche
difettose e alterate, continua Delitala,
corrispondono giudizi superficiali ed
errati sulla situazione narrativa orale
della Sardegna quale quello del barone
prussiano Heinrich von Maltzan, il
quale, secondo Enna
è stato uno dei primi a fornire un
quadro generale della narrativa
tradizionale sarda, anche se fu un
quadro molto deludente. Dopo aver
visitato la Sardegna nel 1869, come ci
riferiscono Delitala e Enna, il barone
von Maltzan si sentì autorizzato ad
affermare che la maggior parte della
narrativa popolare sarda è costituita da
narrazioni bibliche e da leggende dei
santi e che tra i sardi mancano
assolutamente quelle tradizioni
semi-pagane o per lo meno profane, delle
quali, secondo il barone, sarebbe stata
particolarmente ricca la Germania.
Sebbene si tratti di poco più di un
accenno, secondo Delitala, il giudizio
di Maltzan costituì «la più antica
formulazione di quel pregiudizio sulla
assenza di elementi fiabeschi in
Sardegna, che purtroppo è ancora vivo».
Delitala afferma che
Maltzan sosteneva l’assenza di quanto
nessuno fino a quel momento non aveva
mai cercato e la smentita migliore,
secondo la studiosa, venne dal materiale
messo in luce dai primi raccoglitori e
studiosi del folklore tra l’ultimo
ventennio dell’Ottocento e i primi anni
del Novecento.
1.2. Dall’Ottocento al
Novecento.
Da Delitala apprendiamo
che l’ultimo ventennio dell’Ottocento e
i primi anni del Novecento furono in
Sardegna tra i più fecondi dal punto di
vista delle iniziative culturali e
segnarono, in modo particolare nel campo
della dialettologia, una nuova apertura
e continuità degli studi
scientificamente e metodologicamente
fondati e in contatto con le
contemporanee linee di ricerca del resto
dell’Italia e dell’Europa. L’autrice
afferma che proprio in questo periodo si
fecero sempre più intensi gli studi di
folklore, e cominciò ad intensificarsi
l’attenzione per la letteratura
tradizionale in prosa, la quale si
manifestò essenzialmente attraverso un
vivace lavoro di ricerca sul campo che
sfociò nella pubblicazione di numerose
raccolte. Il rinnovamento degli
interessi e dei metodi di ricerca,
continua la studiosa, sebbene
indubbiamente sollecitò giovani
intellettuali sardi a fare indagini nel
loro territorio, venne principalmente da
un consistente nucleo di studiosi e
folkloristi provenienti dalla penisola,
i quali, giunti in Sardegna
principalmente per un incarico
d’insegnamento, in un secondo momento
avviarono una sistematica ricerca di
materiali narrativi, sostenuti dalle
principali riviste italiane di
linguistica e di tradizioni popolari
quali l’«Archivio per lo Studio delle
Tradizioni Popolari» (ASTP) diretto dal
Pitrè e la «Rivista delle Tradizioni
Popolari» (RTP) del De Gubernatis.
Delitala afferma che il
periodo fondamentale di questi studi è
compreso nel decennio 1883 - 1893, in
cui vennero pubblicate la maggior parte
delle raccolte in dialetto di
«novelline» per opera di Pier Enea
Guarnerio, Francesco Mango, Felice
Mariola, Pietro Nurra, Giuseppe Ferraro
ed altri. Nel giro di pochi anni si
passò dal nulla all’edizione di oltre
una cinquantina di testi narrativi in
sardo, varie trascrizioni letterali di
originali racconti nei diversi dialetti
locali e alcune rielaborazioni; molti
altri documenti, invece, reperiti in
quegli anni rimasero inediti e a lungo
ignorati. L’autrice si riferisce
all’importante corpus di testi in sardo,
raccolti alla fine dell’Ottocento per
iniziativa di Domenico Comparetti e
conservati nel Museo di Arti e
Tradizioni Popolari di Roma.
1.2.1. I manoscritti
inediti del Fondo Comparetti
Delitala
venne a conoscenza per la prima volta
dei documenti inediti ottocenteschi del
Fondo Comparetti solamente nella metà
degli anni sessanta, durante la
preparazione di una bibliografia
analitica sulla fiabistica sarda, da
alcune citazioni di Paolo Toschi,
Gianfranco D’Aronco ed Italo Calvino, il
quale esaminò tutto il Fondo Comparetti
ed utilizzò vari materiali per le
Fiabe italiane,
ed ebbe il merito di fornire le prime
informazioni sui manoscritti sardi,
messi insieme da una rete di
raccoglitori coordinati da un allievo di
Comparetti, Ettore Pais.
A metà degli anni
settanta, grazie alla collaborazione tra
l’allora direttore del Museo nazionale
di Arte e Tradizioni popolari di Roma,
Jacopo Recupero, Delitala e altri
demologi, fu elaborato un progetto di
edizione integrale del corpus, il quale
ebbe una sua prima concretizzazione nel
1992 con la pubblicazione dei due volumi
curati da Aurora Milillo, delle novelle
senesi raccolte nel 1879 e una seconda
realizzazione con l’edizione curata
dalla studiosa Delitala delle
novelline popolari sarde nel
1999.
Nell’Introduzione
alle Novelline popolari sarde
dell’Ottocento Delitala ci informa
che il filologo Domenico Comparetti,
considerato uno degli studiosi più
fecondi nel campo dello studio della
cultura popolare in Italia, organizzò
per la prima volta, intorno al 1870,
un’inchiesta nazionale sulla narrativa
di tradizione orale e si rivolse per la
raccolta del materiale narrativo ad
altri folkloristi, conoscenti ed
allievi, i quali agirono a diversi
livelli, direttamente ed utilizzando
un’ulteriore rete di collaboratori
locali che, a loro volta, facevano le
indagini in proprio o si rivolgevano ad
altre persone.
Per quanto riguarda la
Sardegna Comparetti richiese la
collaborazione di un suo allievo di
origini sarde, Ettore Pais, il quale era
giunto nell’isola nel 1878 per insegnare
presso il Ginnasio e Liceo Classico di
Sassari. Pais, per rispondere alle
richieste del suo maestro Comparetti,
come la studiosa ha potuto ricostruire
sulla base delle annotazioni interne ai
manoscritti e di alcune lettere di Pais
a Comparetti allegate alle singole
raccolte, si avvalse dell’aiuto di
numerosi rilevatori, conoscenti, ma
soprattutto colleghi e allievi del
Ginnasio di Sassari, i quali rientrando
nei loro villaggi per trascorrere
l’estate raccoglievano e trascrivevano
dai narratori e dalle narratrici
novelline spesso unite a importanti
indicazioni sulla letteratura popolare
locale. Questo modo di procedere non
sistematico, secondo Delitala, spiega
sia le differenze qualitative e
quantitative tra i manoscritti, dovute
alle diverse capacità dei raccoglitori
di fornire corrette trascrizioni del
gallurese, sassarese e logudorese, sia
la prevalenza di testi provenienti da
Sassari e dai paesi vicini (Sorso,
Codrongianus, Villanova Monteleone),
l’estensione alla Gallura (Calangianus),
al Goceano (Bono) e a Bitti, senza poter
intravedere in ciò finalità di tipo
linguistico o etnografico.
Esaminando nel suo
complesso la documentazione del Fondo
Comparetti, costituita da diciotto
manoscritti per un totale di centocinque
testi in sardo provenienti in prevalenza
dalla Sardegna centro-settentrionale, la
studiosa mostra l’ampia predominanza nel
corpus di fiabe di magia, di racconti
romanzeschi, la scarsa incidenza di
fiabe d’animali, l’assenza di leggende
locali e religiose, la presenza di
versioni di fiabe a scarsa diffusione
internazionale, non documentate nelle
fonti edite ottocentesche, e di motivi
del tutto originali e commistioni tra
più intrecci.
Questi importanti
documenti inediti ottocenteschi della
tradizione popolare della Sardegna,
secondo Delitala, assumono un
particolare valore, sia per le
differenze e per le coincidenze col
materiale raccolto successivamente e con
le modalità di documentazione e
trascrizione dei testi, sia per il fatto
che collocano con certezza tra il 1878 e
il 1880 – 1881, retrodatandolo di alcuni
anni, l’inizio di quella attività di
raccolta e di edizione di documenti
della narrativa popolare che si
protrasse fine ai primi anni del
Novecento e si concluse nel 1922, l’anno
in cui vennero pubblicate le leggende
e tradizioni di Sardegna di
Gino Bottiglioni.
1.2.2 Le prime raccolte
di fiabe.
Da Enna
apprendiamo che l’opera del glottologo e
folkorista Pier Enea Guarnerio, Primo
saggio di novelle popolari sarde,
edita nell’«Archivio per lo studio delle
Tradizioni Popolari» di Pitrè tra il
1883 e il 1884, fu la prima raccolta di
materiale fiabesco ad essere pubblicata.
Si tratta di una raccolta di undici
fiabe complesse, edite in grafia
fonetica, di area logudorese e
gallurese, tra le più diffuse e popolari
del panorama favolistico europeo: si
trovano, infatti, le versioni sarde di
Pelle d’asino, trasformata in Maria
Intaulata, di Cenerentola,
denominata Chisjnera e fiabe del
ciclo Jach l’ammazzadraghi
che diventa Taghiaferru. Enna
afferma che l’opera di Guarnerio si
distingue per la ricchezza di motivi,
per il rigore scientifico e per la
completezza di indagine critica e
documentaristica che molto difficilmente
si ritrovano negli altri raccoglitori
del tempo.
Guarnerio, con questo
primo saggio si prefiggeva due
obiettivi: da una parte, come scriveva
nell’avvertenza, voleva che
«anche la Sardegna aggiungesse
finalmente il suo manipolo di conti alla
larga messe, […] e offrisse così il suo
tributo ai cultori della novellistica
comparata; dall’altra […] di raccogliere
dei testi, che potessero servire di
documento a nuove ricerche sui dialetti
di quest’isola, che, […] non è molto
esplorata, anche in fatto di lingua,
dalla scienza moderna».
In questo modo
Guarnerio, come ci informa Giulio Paulis,
si adattava alla consuetudine dell’epoca
di affrontare contemporaneamente i
problemi glottologici e quelli
demologici della realtà linguistica
studiata. A quell’epoca, scrive ancora
Paulis, il connubio tra linguistica e
demologia era favorito sia dalle
peculiarità stesse della ricerca
dialettologia, la quale portava il
linguista a vivere per un certo tempo
con la gente del luogo di cui studiava
la lingua e ne stimolava al tempo stesso
l’interesse per le espressioni della
vita culturale e spirituale, sia dalla
mancanza in Italia di uno studioso
specialista solamente di folklore.
Delitala,
a tale proposito, afferma che, in questo
periodo gli studi sul folklore risentono
molto dell’interesse prettamente
linguistico degli studiosi, i quali
rivolgevano essenzialmente la loro
attenzione alla lingua e alla forma dei
materiali favolistici che rilevavano
piuttosto che ai loro contenuti.
Enna
ci dice che successivamente all’opera di
Guarnerio, nel 1890, furono pubblicate
le Novelle popolari sarde,
di area campidanese raccolte da
Francesco Mango.
Secondo Delitala
le novelle di Mango sono molto meno
rigorose delle edizioni di Guarnerio,
soprattutto dal punto di vista della
«ragionevole» grafia piuttosto dubbiosa
adottata nelle trascrizioni in sardo e
della mancanza di localizzazione dei
testi. Tuttavia, continua la studiosa,
la raccolta di Mango appare interessante
per le differenze che sussistono con il
materiale edito da Guarnerio e
successivamente da Mariola e Nurra.
Mentre questi ultimi raccolsero quasi
esclusivamente fiabe di magia nelle aree
settentrionali e centrali dell’isola,
Mango, invece, offrì una documentazione
più varia di fiabe aneddoti ed altri
racconti difficilmente classificabili
dell’area campidanese.
Delitala
afferma che i lavori di questi primi
ricercatori, nonostante le differenze
che riguardano soprattutto i criteri di
edizione e l’ampiezza dei contributi,
sono accomunati da alcuni elementi; la
studiosa rileva che tutte le edizioni
rivolgono essenzialmente l’attenzione
sulla documentazione e trascrizione dei
materiali e riducono al minimo l’analisi
dei testi; che tutti gli autori, fatta
eccezione di Guarnerio, non forniscono
dati sui narratori e sulle località di
raccolta; e che la documentazione in
area settentrionale e centrale è
nettamente più ampia di quella
meridionale. Tutte queste indicazioni,
continua l’autrice, si riferiscono al
prevalere dell’interesse in Italia e in
Europa per gli intrecci e per la scarsa
attenzione per la struttura testuale e
la figura del narratore. Delitala, in
oltre, fa notare che i materiali messi
in luce da questi primi
raccoglitori-editori si riferivano in
prevalenza a fiabe di magia, narrazioni
formulari, scherzi e aneddoti,
sottolineando il fatto che
appartenevano, in altre parole, a quel
genere di cui il barone von Maltzan
aveva negato l’esistenza. Ciò smentì
completamente le opinioni del barone,
anche perché fino a quel momento
paradossalmente non furono rilevate
leggende religiose, le quali, secondo
Maltzan, costituivano le uniche forme
narrative della Sardegna.
Delitala afferma che
intorno al 1890 prevale l’assenza di un
criterio unitario di pubblicazione dei
materiali rilevati. Gli studiosi sardi e
della penisola oscillano tra edizioni
rigorosamente scientifiche attente alla
lingua e alla forma e edizioni che
curavano principalmente i contenuti, ma
non la forma. La maggior parte degli
studiosi che collaboravano con la
«Rivista delle Tradizioni Popolari» del
De Gubernatis e con l’«Archivio per lo
Studio delle Tradizioni Popolari» di
Pitrè si rifacevano alla raccolta di
Mango, di cui ripetevano, secondo
l’autrice, soprattutto i difetti:
trascrizione non scientifica, traduzione
dei testi solo in italiano, spesso con
rielaborazioni non dichiarate e assenza
di fonti. Tuttavia, Delitala sostiene
che nonostante la mancanza di criteri e
la asistematicità della ricerca,
l’apporto di materiale documentario
degli scritti di questo periodo è
fondamentale per la conoscenza dei
generi narrativi dato che l’interesse
andava estendendosi dalle fiabe normali,
ai racconti del ciclo di Gesù e di S.
Pietro, alle leggende locali e di
carattere religioso e ai racconti dello
sciocco.
L’assenza di criteri
unitari e il prevalere dell’interesse
per gli intrecci indipendentemente dalla
forma, dipendevano, secondo l’autrice,
dagli studi comparativistici in atto sia
in Italia sia in tutta Europa, ma
soprattutto dall’atteggiamento delle
principali riviste italiane di folklore
di Pitrè e di De Gubernatis, le quali
tuttavia diedero un contributo
fondamentale alla conoscenza della
narrativa popolare sarda. Delitala
afferma che questo rinnovato interesse
per gli studi sul folklore e sulla
narrativa tradizionale dell’isola
interessò anche molti studiosi sardi i
quali, consapevoli dei propri limiti,
riuscirono a cogliere l’occasione
offerta dalla presenza in Sardegna di
studiosi preparati provenienti della
penisola, per uscire dal provincialismo
a cui la situazione dell’isola li
costringeva.
Si costituì in questo
modo la «Società nazionale per le
tradizioni popolari» e nacquero riviste
specialistiche interessate alla
letteratura popolare quali La stella
di Sardegna, Nella Terra
dei nuraghes, Vita sarda che
ebbero però, come scrive la studiosa «un
atteggiamento oscillante tra
l’idealizzazione del mondo popolare, la
negazione di un valore e il tentativo di
farne uno strumento di recupero di un
mondo sardo genuino».
Tuttavia, secondo Delitala,
nell’attività culturale sarda della fine
dell’Ottocento, che pure attraversava un
periodo di risveglio, era evidente un
generale attardamento culturale rispetto
a quanto stava accadendo in campo
nazionale e internazionale. Solo
all’inizio del Novecento, continua la
studiosa, con il «Bullettino
Bibliografico Sardo» e con l’«Archivio
Storico Sardo» anche la Sardegna ebbe
due riviste culturali riconosciute a
livello nazionale, che sollecitarono,
per quanto riguarda la narrativa
popolare, il mondo degli studiosi sardi
ad un lavoro più scientifico.
Tra i collaboratori del
Bullettino e dell’Archivio,
Delitala ricorda Pietro Lutzu, un
modesto studioso, i cui scritti sono fra
i più interessanti di quel periodo per
il materiale documentario riportato.
Dal 1914, secondo
l’autrice, la prima guerra mondiale pose
fine drasticamente alle ricerche e agli
studi sul folklore annientando tutti i
germi di interesse per la narrativa
popolare. Per anni non furono editi
nuovi libri, fino al 1922, quando gli
studi ripresero vigore con gli stessi
caratteri con cui erano iniziati nel
1883: con un prevalente interesse per il
documento linguistico più che per
quello etnografico, grazie all’opera di
un glottologo della penisola: Gino
Bottiglioni.
1.3. Gino Bottiglioni e
le leggende sarde.
Delitala
sostiene che la raccolta di Gino
Bottiglioni Leggende e tradizioni di
Sardegna, pubblicata nel 1922 da
Olschki nella “serie linguistica” della
«Biblioteca dell’Archivium Romanicum» è
stata la prima raccolta ad estensione
regionale, in altre parole, la prima a
raccogliere ben centoventisette testi di
leggende e tradizioni, in trascrizione
fonetica e con traduzione letterale a
fronte, provenienti da tutte le aree
linguistiche della Sardegna. Questo
testo, secondo Enna,
è considerato ancora oggi una delle più
ampie raccolte di testi narrativi sardi,
anche se limitato in massima parte alle
leggende locali e a carattere religioso.
Nella premessa alle
Leggende Bottiglioni rileva con
immediatezza i precisi intenti di
documentazione linguistica e solo
secondariamente etnografica che sono
alla base della sua raccolta; del resto
anche la sede di pubblicazione
dell’opera, cioè la “sede linguistica”
della collana Biblioteca dell’«Archivium
Romanorum», è indicativa di tale
finalità. Bottiglioni scrive chiaramente
che «Dimorando in Sardegna per un tempo
assai lungo» volle soprattutto
«raccogliere documenti linguistici» con
l’intenzione di servirsene «per l’esame
di alcune particolarità dialettali non
ancora ben lumeggiate» e ritenne che il
mezzo migliore per «ottenere dalla viva
voce del popolo la parlata nativa,
schietta e genuina […] fosse quello
d’indurre le […] fonti a narrare
liberamente ciò che più poteva
interessarle, cioè le varie leggende
arrivate fino a loro attraverso i
racconti dei più anziani».
Bottiglioni, tuttavia era consapevole di
aver raccolto una quantità di materiale
che avrebbe interessato anche
specialisti di demopsicologia e di
folklore, ma, cosciente del limite dei
suoi interessi, demandava ad altri
studiosi l’approfondimento delle
leggende. L’autore, infatti, non
credeva che «i pochi cenni […] sui
caratteri generali della leggenda sarda
─ che precedono l’antologia dei testi ─
esauriscano l’argomento
interessantissimo; altri, affrontando la
questione assai difficile delle fonti,
potrà far meglio di me che ho avuto
soprattutto uno scopo linguistico».
Le finalità linguistiche
all’origine dell’inchiesta e alla base
dei criteri editoriali, secondo Delitala,
passano in secondo piano nella lunga
introduzione alla raccolta delle
leggende, in cui Bottiglioni illustra
gli elementi e i caratteri generali
della leggenda sarda.
La prima fondamentale
caratteristica rilevata dall’autore in
base all’analisi delle leggende e di un
accurato esame bibliografico,
consisterebbe nella «povertà […] degli
elementi derivanti dall’antico».
In particolare Bottiglioni constata una
quasi totale assenza di elementi
preromani e romani, i quali, secondo
l’autore, sono stati sovrastati nella
fantasia dei sardi dal processo di
cristianizzazione. Bottiglioni scriveva,
infatti, che «Gli elementi antichi che
si possono rinvenire qua e là nelle
leggende appaiono […], per dir così,
cristianizzati e non hanno quasi nulla
di peculiare per quello che riguarda la
Sardegna, giacché si trovano più o meno
anche altrove».
Bottiglioni costatava
come il cristianesimo avesse
completamente trasformato i simbolismi
dell’ideologia religiosa precedente e,
per esempio, per quanto riguarda le
pratiche magiche-religiose precristiane,
connesse al culto delle acque, l’autore
osservava che «di queste superstizioni
s’impossessò la Chiesa che le adottò
alle sue pratiche e ai suoi riti» in
modo tale che «oggi nulla di pagano si
ritrova nelle credenze sarde intorno
alle virtù delle acque, le quali anzi,
quasi sempre, portano il nome di un
santo».
Anche le pietre fitte, continua
Bottiglioni, che documentano una
religione antichissima «servono ormai di
base a delle narrazioni leggendarie di
carattere puramente cristiano»
così come avviene per i nuraghi e le
tombe dei giganti.
Tra i numerosi testi
raccolti, l’autore sostiene che le
leggende sulle streghe vampiro, sul
malocchio e sugli incubi notturni, molto
diffuse in Sardegna, non hanno nulla di
caratteristico poiché si ritrovano con
alcune varianti presso quasi tutte le
popolazioni. Elementi caratteristici
invece, continua Bottiglioni, si
riscontrano nei racconti sulle Domus
de Janas, le quali nella fantasia
del popolo sardo sono le abitazioni di
piccoli esseri denominati nella maggior
parte dell’isola Janas.
Bottiglioni constata che
nelle leggende sarde non si trovano
neppure elementi riconducibili alle
invasioni barbariche e all’epica
medievale e spiega questo fatto con la
mancata penetrazione nell’isola della
narrativa popolare sulle gesta carolinge
e bretoni e con la circostanza che la
storia della Sardegna non è
caratterizzata dalle incursioni
barbaresche ad eccezione di quella degli
arabi. L’autore rileva che nelle
leggende dell’isola sono abbastanza
notevoli gli accenni alle scorrerie dei
Mori, che rimasero particolarmente
impresse nella fantasia e nella
coscienza del popolo, ai Giudici, in
modo significativo ad Eleonora d’Arborea
e agli Aragonesi.
In una conclusione
parziale Bottiglioni scriveva che le
leggende che aveva raccolto
rispecchiano, a larghi tratti, le
vicende storiche della Sardegna e
illustrano i sentimenti che i sardi
avevano provato verso i vari dominatori.
Tuttavia egli si rammarica per non
essere stato in grado di cogliere tutti
gli altri atteggiamenti del popolo sardo
rispetto alle vicissitudini politiche
dell’isola affermando che il materiale
rilevato offre soltanto pochi elementi
storici, poiché la maggior parte delle
leggende erano di argomento religioso.
Bottiglioni osserva che
in Sardegna le leggende sui santi, su
Cristo, sulla Vergine e i loro miracoli
sono alquanto numerose e ciò è dovuto,
secondo l’autore, al profondo sentimento
religioso del popolo in generale.
Oltre a questi tipi di
leggende, l’autore rileva anche un buon
numero di racconti che narrano dei
castighi divini inflitti a chi ha offeso
la divinità, agli invidiosi e a chi si è
macchiato del peccato d’avarizia.
Questa, osserva Bottiglioni, è
concretamente in antitesi con
l’ospitalità e lo spirito di
fratellanza, caratterizzanti le comunità
sarde. Tra i diversi esempi d’avarizia,
quello più emblematico e più noto,
secondo l’autore, è quello narrato dalla
leggenda di Lucia o Giorgia
rabbiosa che «era tanto potente e
ricca quanto avara e maligna: un giorno
ebbe a rifiutare l’elemosina a un povero
frate e Dio le trasformò in pietra tutto
quel che possedeva».
Mario Atzori
sostiene che questo tipo di narrativa
popolare, caratterizzata da storie di
punizioni esemplari degli avari,
costituiva un supporto ideologico
particolarmente efficace per la
conservazione della coesione sociale
della comunità e per la celebrazione dei
valori e dei comportamenti che
presiedono a quella coesione e per il
controllo di qualsiasi possibile
devianza.
Analizzando i diversi
tipi di leggende, Bottiglioni constata
che un certo consistente numero narra
della fondazione miracolosa per opera
della divinità o di un santo di alcune
chiese dell’isola, nelle quali, come in
antichi monumenti preistorici, il popolo
sardo crede siano nascosti dei tesori.
L’autore, in un passo di Vita sarda,
afferma che le leggende sui tesori
nascosti, le quali hanno avuto una
grande diffusione dappertutto nel Medio
Evo, in nessuna regione fiorirono così
numerose come in Sardegna, dove la
ricerca dei tesori divenne e rimase per
molto tempo una vera «febbre di
passione» per il popolo. Secondo
l’autore questi racconti hanno nel loro
complesso un fondo di verità; egli
sostiene infatti che gli assalti
frequenti dei saraceni dovettero
probabilmente indurre le varie
popolazioni costiere a fuggire e a
salvare i loro averi nascondendoli.
Tuttavia, continua l’autore, in generale
il popolo sardo attribuisce un’origine
meravigliosa al tesoro, il quale, come
narrano le leggende, può essere trovato
del ricercatore solo per una fortuita
combinazione ed esclusivamente dopo aver
portato a termine l’impresa prescritta
dallo spirito, di solito di natura
infernale, che gelosamente custodisce il
tesoro. Bottiglioni ci informa che
spesso il guardiano del tesoro è proprio
il diavolo stesso, il quale viene di
solito rappresentato abilissimo nel
tendere insidie e nell’ordinare
inganni, dai quali però, continua
l’autore, ci si difende «ricorrendo ad
un’invocazione sacra, al segno della
croce o ad uno scongiuro […] sicché la
vittoria finale resta all’uomo assistito
dalla divinità».
Secondo Atzori
questo tipo di leggende riguardanti il
diavolo costituivano un sottile
strumento di controllo ideologico dei
detentori del potere morale e religioso
nei confronti della comunità
continuamente sottomessa dalla paura del
demonio e dell’inferno.
Bottiglioni afferma che
le leggende sul ritorno dei defunti sono
quelle che meglio rispecchiano il grande
terrore che il popolo sardo ha di fronte
ai fenomeni soprannaturali. Questa
paura, secondo l’autore, si spiega
considerando che nella fantasia dei
sardi, gli spiriti dei morti che
ritornano nel mondo con la loro figura
umana provengono generalmente
dall’inferno per nuocere ai vivi e
questo, scrive Bottiglioni è «il motivo
che svolgono quasi sempre le nostre
leggende».
Da Delitala
apprendiamo che la quantità e la qualità
dei testi narrativi, le riflessioni e le
analisi fatte da Bottiglioni furono
interpretate erroneamente come
corrispondenti interamente della
narrativa tradizionale sarda, facendo
riemergere quel antico pregiudizio
formulato per la prima volta da Maltzan
sull’assenza di elementi fiabeschi nel
patrimonio narrativo della Sardegna.
Capitolo secondo
2. La prima raccolta di
fiabe e leggende della tradizione
popolare corsa.
2.1. Caratteristiche
generali dell’opera.
Hyacinthe Yvia Croce
afferma che alla fine del XIX secolo, in
Francia, sotto l’influenza di insigni
studiosi quali Claude Fauriel, Hersart
De La ville Marque, Paul Sébillot
e grazie all’apporto della «Societé des
Traditions Populaires» e della «Revue
des Traditions Populaires», principali
organi per la diffusione e
pubblicazione dei più importanti
articoli scientifici sulle tradizioni
popolari francesi, fondati da Sébillot,
le ricerche folkloriche si fecero sempre
più feconde ed intense.
In questo periodo,
continua l’autrice, in tutte le regioni
della Francia iniziarono ad essere
pubblicate le prime raccolte di canti,
proverbi e danze tradizionali, le quali
apportarono alla storia e
all’etnografia francese un importante
contributo.
In Corsica, scrive
Hyacinthe Yvia Croce, fu l’eminente
folklorista Frédéric Ortoli a
pubblicare, nel 1883, la prima
antologia di testi narrativi della
tradizione popolare corsa, Les
Contes populaires de l’Île de Corse,
e a raccogliere, quattro anni dopo,
alcuni tra i più struggenti Lamenti
e Voceri
della Corsica, i quali furono riuniti in
un volume intitolato Les Voceri de
l’Île de corse,
la cui introduzione è, secondo l’autrice
«un petit chef d’œuvre de documentation
et d’analyse (sui più tradizionali canti
popolari corsi) […] enrichi de
commontaires precis, d’annotations
judicieuses et claires».
Frédéric Ortoli, nell’Avant-Propos
ai Contes populaires de l’Île de
Corse, si rammarica del fatto che
«jusqu’à présent» fatta eccezione,
secondo l’autore, per alcune ricerche
particolarmente rilevanti «la
littérature populaire n’avait pas fait
l’objet d’un travail spécial».
Ortoli ritiene, infatti, degne di nota,
fino a quel momento, solamente l’opera
di Prosper Mérimée,
nella quale l’autore analizza gli usi e
costumi dei corsi, il lavoro di felice
Mattei,
il quale aveva edito nel 1865 un volume
di proverbi e motti dell’isola e lo
scritto di Salvatore Viale,
che raccoglie alcuni Voceri
della Corsica.
Lo scrittore costata in
modo particolare che «les contes et les
légendes ont été complètement oubliés»
dagli studiosi di folklore, interessati
dall’inizio dell’Ottocento quasi
esclusivamente ai canti popolari della
Corsica, nonostante, sostiene l’autore,
l’ampiezza e la varietà del patrimonio
narrativo popolare in prosa dell’isola.
Ortoli afferma, infatti, che «il
n’est presque personne, parmi les gens
de la montagne ou de la plaine, qui
n’ait à raconter des histoires de fées,
de saints ou de diable, qui n’en puisse
rapporter une foule ayant trait aux
guerres que l’île eut à soutenir contra
les envahisseurs, Sarrasins ou Génois;
car le souvenir de ces luttes s’est
conservé tout à fait vivace dans la
mémoire du peuple et est encore
soigneusement entretenu dans les longues
veillées d’automne et d’hiver».
2.1.1. Rievocazione
della Veghja intornu a u fucone.
Ortoli,
nell’introduzione che precede
l’antologia dei testi, descrive in
maniera precisa ed essenziale le lunghe
veglie autunnali ed invernali durante le
quali, terminate le vendemmie, quando
ormai tutti i pastori erano rientrati
nei villaggi, le famiglie si riunivano
presso un amico o un vicino o un parente
per condividere, intorno a u fucone,
alcune ore della notte ed ascoltare
storie fantastiche che, come scrive
Mathée Giacomo Marcellesi «les conteurs
occasionnels ou les conteurs habituels
[…] appelés parfois Capifulaghji»
sapevano narrare con gran talento ed
abilità.
Ortoli narra che
d’inverno, durante le veglie, mentre le
castagne cuocevano nel camino e il vino
era servito abbondantemente in ampie
brocche, inizialmente gli uomini
parlavano di caccia o di pesca,
dell’avvenimento del giorno, dell’ultima
vendetta o della grandezza
d’animo di qualche celebre bandito come
Antonu Santa Lucia, Galeazzinu o tanti
altri. In seguito, la conversazione si
faceva sempre più animata grazie al
calore del fuoco e al vino della costa,
il rumore aumentava e diventava sempre
più difficile capirsi. Allora, continua
l’autore, quando gli argomenti del
giorno erano esauriti e la stanchezza
cominciava a farsi sentire, qualcuno si
alzava e rivolgendosi al vecchio
narratore lo invitava a narrare una
fola. Immediatamente tutti i
presenti, come descrive abilmente
Ortoli, dai più anziani, dai visi
incartapecoriti che fumavano le loro
pipe d’erba tabacca, ai più
giovani seduti per terra, tacevano e,
senza mai interrompere, rimanevano in
silenzio ad ascoltare i suoi racconti.
Ortoli sostiene che,
qualora nel villaggio vi erano dei figli
di un eroe di Ponte Nuovo
tutto l’auditorio insisteva affinché il
narratore raccontasse in modo
particolare «cette heure solennelle où
la Corse cessa de s’appartenir!»
e altre storie su quei tempi di lotta e
di dedizione.
A volte il narratore,
prima di iniziare a raccontare, come
apprendiamo da Geneviève Massignon,
«il se fait […]
prier et lance […] une formulette pleine
d’humour, comme celle-ci:
Una volta, per
fortuna
Tecchju di castagne
cotte
E cabre, a u lucen di
luna, mi parianu giovannotte
Eju corre, corre,
corre
C’eranu cabre senza
pastore!
Spesso, continua
l’autrice, il narratore terminava il
racconto con una formula rituale in
corso, che ritroviamo alla fine di una
sola fiaba nella raccolta di Ortoli:
Fola Foletta
Dite la vostra
Che la mea è detta
Oppure, come possiamo
leggere al termine della fiaba di
Marie la fille du roi della raccolta
di Ortoli, il narratore, allacciandosi
al lieto fine conviviale della fiaba,
quando essa si concludeva con un
matrimonio o un banchetto, esprimendo in
maniera umoristica la rassegnazione per
non aver potuto partecipare alla festa,
concludeva dicendo «Quant à moi, qui
n’étais ni princesse ni marquise, on me
mit sous la table, et c’est là que je
reçus sur le nez une grande partie des
os du festin».
2.1.2. Classificazione
del materiale narrativo.
Ortoli pubblica in
francese, in conformità al piano
generale della collection « Les
littératures populaires de toutes les
nations » fondata nel 1881 da Paul
Sébillot e Charles Leclers, della quale
Les Contes populaires de l’Île
de Corse, costituisce il XVI
volume, trent’otto contes e
diciassette légendes,
classificate «selon un classement
rudimentaire par thèmes»
come sostiene Paul Arrighi
nella Préface ai Contes corses
di Geneviève Massignon.
Ortoli ammette di aver
avuto notevoli difficoltà a classificare
il materiale narrativo e afferma di aver
seguito, per superare tale problema, la
suddivisione adottata in alcune raccolte
analoghe e in particolare nelle opere di
Paul Sébillot sulla letteratura orale
della Bretagna e di M. Henry Cornoy
sulla narrativa popolare della
Picardie.
Ortoli suddivide i
Contes populaires, che costituiscono
la prima parte dell’opera, in una prima
sezione intitolata Contes proprement
dits (fiabe propriamente dette), che
comprende trenta racconti fiabeschi e
rappresenta il nucleo più consistente
della raccolta e in una seconda sezione
denominata Contes pour rire
(fiabe per ridere) comprendente racconti
di furbi e di sciocchi, i quali
costituiscono la parte umoristica del
volume.
La seconda parte della
raccolta è composta dalle Lègendes
ed è ripartita in quattro sezioni in
base al tema: la prima, intitolata
Les fées, comprende due leggende
sulle fate corse, la seconda, La
Vierge et les saints, è
costituita da cinque storie leggendarie
sulla Vergine e sui santi, la terza,
Le diable et les revenants,
comprende cinque leggende sul diavolo e
sulle anime dei defunti che ritornano
sulla terra e la quarta, Les légendes
diverses, infine, raggruppa cinque
narrazioni di vario genere a carattere
leggendario.
2.1.3. Narratori e
narratrici.
I cinquantacinque testi
di contes e légendes, come
è possibile ricostruire da alcuni
accenni fatti da Ortoli
nell’Avant-Propos e soprattutto
dalle indicazioni sull’anno e sul luogo
di rilevazione, riportate in seguito ad
ogni racconto, sono stati rilevati
dall’autore tra il 1881 e il 1882, nella
circoscrizione di Sartène, nella Corsica
meridionale e in modo particolare nei
paesi di Olmiccia, Poggio, Zoza,
Altagène, Sante-Lucie-di-Tallano e Porto
Vecchio, direttamente, come sostiene
Ortoli «de la bouche même des
paysans».
D’ogni narratore e
narratrice, l’autore indica alla fine
d’ogni testo, dopo la data di
rilevamento, il nome, il cognome, il
luogo di provenienza e in alcuni casi la
condizione sociale e lo stato civile.
Le informazioni
essenziali e precise sull’identità
d’ogni informatore ci permettono di
stabilire il numero esatto degli
intervistati per ogni punto di
rilevazione e la percentuale d’uomini e
donne.
I narratori, da cui
Ortoli rilevò la maggior parte delle
fiabe e delle leggende, sono undici:
Antoine Joseph Ortoli,
fratello dell’autore, a cui si devono
ben undici narrazioni; Antoine Lucien
Ortoli, officer d’Acadèmie,
proprietario terriero e padre
dell’autore; M. Don. Georges Ortoli, di
cinquantaquattro anni; M. A. P. Ortoli,
cognato dello scrittore; Joachin Ortoli;
Alexandre d’Aurelio, proprietario
terriero; Vincent Bucchino, coltivatore,
tutti residenti ad Olmiccia; Antoine
Mattei di Zoza; Joseph Quilichini,
proprietario di Poggio e infine François
Filippi d’ottantuno anni di
Sainte-Lucie-di-Tallano.
Le narratrici sono sei:
madame Marini di Porto Vecchio, dalla
quale Ortoli rilevò undici fiabe; madame
Margherite Colonna, proprietaria e
Madamioselle Adelaide de Alma, anch’esse
di Porto Vecchio; Madamoiselle Marie
Ortoli; Madame Térisina Ortoli entrambe
d’Olmiccia e infine Rosalinda Mattei,
proprietaria di Zoza.
Purtroppo Ortoli non
esplicita i criteri adottati per la
scelta della località e degli
intervistati né offre spunti per capire
il suo modo di procedere.
Arrighi sostiene che la
validità delle fonti e le informazioni
sull’identità dei narratori indicate da
Ortoli, furono sicuramente pregi
notevoli per l’epoca, quando gli studi
folklorici erano solo agli inizi,
tuttavia, secondo l’autore,
l’autenticità dei documenti «paraît
avoir été trahie par le désir de
l’enquêteur de faire oeuvre personnelle».
Anche Hyacinthe Yvia
Croce afferma che nonostante il rigore
narrativo di Ortoli, l’autore ha
eliminato dalle fiabe «tout
élément étranger à la source populaire.
Ecartant même de son œuvre le souci de
la belle forme, lorsque celle-ci pouvait
nuire au pittoresque du récit»
e senza preoccuparsi di essere accusato
di non essere un semplice traduttore,
continua l’autrice, Ortoli «il a
voulu avant tout, nous restituer dans la
leur rude concision, ces légendes
séculaires ou l’âme de la Corse est
enclose et que les générations se sont
transmises pieusement, comme un dépôt
sacré».
Lo stesso Ortoli era
consapevole che qualcuno potesse
sorprendersi per il fatto di trovare
nell’opera «des images et des
expressions que l’on n’a point toujours
costume de rencontrer dans ces sortes de
récits».
Tuttavia l’autore sostiene di aver
raccolto tutti i testi dalla viva voce
dei paesani e di aver cercato «autant
qui il a été possible, à reproduire non
seulement l’idée (delle fiabe) mais la
forme et la tournure particulières que
leur donnent les conteurs. Cela tient
sans doute à la violence des passions,
excessives en tout sous cet ardent
climat et à richesse de l’idiome qui
sert à les exprimer».
2.2. Il contenuto delle
fiabe.
2.2.1. Sistema
classificatorio del folklore favolistico
d’Aarne e Thompson.
Stith Thompson
afferma che il materiale narrativo
tradizionale è così straordinariamente
vario nelle sue forme, esteso
geograficamente e storicamente che non
può essere preso in esame in tutto il
suo complesso senza una catalogazione
sufficientemente logica ed esauriente.
Ogni ramo della conoscenza, secondo
l’autore, per diventare oggetto di
studio serio e rigoroso deve, infatti,
essere inquadrato in una
classificazione.
Thompson rileva che il
primo tentativo di un riordinamento
regionale della produzione favolistica,
per mezzo di un sistema di catalogazione
fu fatto nel 1864 da J.G. Von Hahn. Il
suo sistema, tuttavia, non fu mai usato,
innanzi tutto perché si basava su un
numero relativamente piccolo di
racconti, per la portata geografica
limitata e per l’eccessiva
preoccupazione dell’autore di collegare
le fiabe moderne con gli antichi miti
greci e in secondo luogo, per la mancata
differenziazione tra tipo della fiaba e
gli elementi che lo compongono. La
maggior parte dei folcloristi continuò
dunque a fare riferimento alle fiabe
adoperando titoli ben noti, come quello
di Cenerentola o d’Amore e Psiche oppure
riportando i numeri o la sigla puramente
casuali che quei titoli avevano nelle
grandi raccolte favolistiche, come nei
Kinder-und Hausmarchen di Jacob e
Wilhelm Grimm. Ad ogni modo, questi tre
sistemi di riferimento (il titolo ben
conosciuto, i numeri dei Grimm e il
siglario) adoperati fino all’inizio del
Novecento erano d’aiuto solo a chi
conosceva i siglari o i titoli impiegati
ed aveva assoluta familiarità col
linguaggio usato. Tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento,
continua l’autore, furono fatti diversi
tentativi di costruire dei siglari
completi ma nessuno di questi, secondo
Thompson, determinarono un progresso nel
campo della classificazione del
materiale narrativo tradizionale, poiché
consistevano semplicemente in elenchi
alfabetici di motivi e temi mescolati
senza discriminazione.
Per una catalogazione
sistematica del folclore favolistico, è,
infatti, indispensabile, ad avviso
dell’autore, una netta differenziazione
tra tipi e motivi, poiché i problemi di
riordinamento sono alquanto differenti
per i due settori. Per Thompson «un
tipo è una fiaba tradizionale con
un’esistenza indipendente» la quale «può
essere raccontata come narrazione
completa ed avere un suo significato,
indipendentemente da quello di qualsiasi
altro racconto. […] può consistere di un
motivo solo o anche di più motivi».
Un motivo, invece, è «il più piccolo
elemento di un racconto capace di
persistere nella tradizione. La maggior
parte dei motivi, continua l’autore, si
divide in tre classi. Nella prima sono
compresi i personaggi di un racconto
[…]. La seconda classe comprende certi
elementi che si trovano nello sfondo
dell’azione: oggetti magici, costumi
inusitati, credenze strane e simili. Nel
terzo gruppo si trovano i singoli
episodi, che comprendono la gran
maggioranza dei motivi. È questa ultima
classe quella che può avere un’esistenza
indipendente e assume valore di vero e
proprio tipo di racconto».
Thompson rileva che il
primo indice di tipi di fiabe in cui
comparve una chiara distinzione tra tipi
e motivi e che acquistò importanza e
validità internazionale fu compilato da
Antti Aarne nel 1910, con lo scopo
pratico di elaborare un sistema comune
d’ordinamento e classificazione dei vari
tipi di fiabe, la cui necessità era
sentita ormai da lungo tempo in molti
paesi. Thompson c’informa che, solo dopo
che Aarne mostrò chiaramente il suo
sistema generale di classificazione e in
particolar modo dopo aver dimostrato
l’obiettiva validità del suo metodo, gli
studiosi della favolistica compresero
il valore del suo indice e iniziarono ad
utilizzarlo come base pienamente
soddisfacente del loro lavoro.
Secondo il sistema
generale di classificazione d’Aarne,
esposto nell’introduzione ai suoi
Verzeichnis der marchentypen «le
fiabe, prese nel loro insieme, si
dividono, agli effetti della
classificazione, in tre gruppi
principali: favole di animali, fiabe
normali, e fiabe umoristiche. Per quanto
riguarda le favole di animali, i gruppi
sono differenziati a secondo del tipo di
animali che entra nella storia; in
ciascuno di questi gruppi, poi, sono
riunite insieme le favole che trattano
degli stessi animali. […] Il maggior
gruppo di racconti, quello delle fiabe
normali, si divide in fiabe magiche, o
meravigliose, fiabe religiose, fiabe
romantiche, e fiabe che trattano di un
orco stupido. Nelle fiabe magiche si
trova sempre un elemento soprannaturale,
mentre le storie romantiche si svolgono
tutte entro i limiti del possibile.[…]
Quale prima suddivisione del gruppo
delle facezie e degli aneddoti la
classificazione presenta le storie del
semplicione […] seguono le “coppie
maritate” […] In quest’ultimo gruppo,
che è il più numeroso, vi sono ulteriori
suddivisioni in racconti di uomini
astuti, di casi fortunati, di uomini
stupidi, di parroci. L’ultima sezione
del gruppo delle facezie e degli
aneddoti è formato dai “racconti di
bugie”, che si suddividono in racconti
di caccia, di animali enormi, di
oggetti».
Nel 1924, date le
numerose aggiunte dei tipi proposte a
partire dalla pubblicazione dell’indice
di Aarne nel 1910, Thompson avvertì
l’esigenza di una revisione e un
ampliamento del catalogo che pubblicò
col titolo The types of Folk-Tale
nel 1928.
I cambiamenti attuati
nella revisione dall’autore,
consistevano in aggiunte prese da fiabe
francesi e da storie letterarie ben
conosciute, entrate a far parte della
tradizione popolare; nel caso di
racconti complessi, in descrizioni del
contenuto dei tipi in forma estremamente
compendiata e in analisi condotte per
gruppo di motivi, in riferimenti alle
versioni americane, indiane e africane,
senza però intaccare lo schema generale
d’Aarne.
In seguito, Thompson,
cominciò ad interessarsi anche del
problema di classificare i motivi
particolari, gli elementi narrativi del
racconto e dopo un lungo lavoro di
ricerca, numerazione e sistemazione di
materiale etnografico, riuscì ad
individuare una serie di forme e di
categorie, una costellazione di motivi
ricorrenti nelle trame fiabesche e le
ordinò in un’opera intitolata
Motif-Index of Folk-Literature,
la cui pubblicazione cominciò nel 1932 e
fu completata nel 1936.
Lo scopo dell’opera, fu
quello essenzialmente pratico, come
precisa Thompson, di «raccogliere
insieme elementi narrativi dal maggior
numero possibile di campi diversi della
narrativa tradizionale […] fiabe e miti
di popoli primitivi d’ogni luogo, storie
e ballate europee e orientali, leggende
locali […] in modo da agevolare il
reperimento […] di fornire un prezioso
stile di riferimenti, ai fini sia dello
studio analitico sia preparazione di
repertori accurati per vasti complessi
di materiali».
2.2.2. Tipi e motivi
fiabeschi.
Analizzando
minuziosamente il materiale narrativo
compreso nella prima sezione Contes
proprement dits,
esaminando attentamente il contenuto dei
testi, gli intrecci e confrontandoli con
i tipi di fiabe presi in esame
nell’indice internazionale d’Aarne e
Thompson,
che come abbiamo già detto, registra
numerandoli gli intrecci narrativi
internazionalmente attestati, ciascuno
con le proprie varianti, il quadro che
emerge è caratterizzato da una netta
prevalenza sulle altre categorie
narrative, di fiabe di magia e di
racconti a carattere religioso e
moralistico. Nel corpus sono inoltre
presenti due aneddoti burleschi, una
fiaba romantica, un racconto d’animali,
una fiaba a formula e due leggende, una
dei mesi e una di fate.
In seguito all’analisi
contenutistica dei racconti, abbiamo
individuato, sebbene talora in modo
parziale e con attribuzione incerta,
ventiquattro tipi internazionali, come
indicato dallo schema seguente, in cui
riportiamo il numero di riferimento del
testo nella raccolta, il titolo, il
genere narrativo, il tipo rappresentato
oppure il solo motivo riscontrato, nel
caso in cui non è stato possibile
un’identificazione del tipo.
|
NUMERO |
TITOLO |
CATEGORIA
NARRATIVA |
TIPI E
MOTIVI |
|
I |
Le berger et le mois de
mars. |
Leggenda dei mesi. |
|
|
II |
Les trois crapauds. |
Fiaba a
carattere religioso. |
T756C. Il
grande peccatore.
|
|
III |
Les sept paires de souliers
de fer et les trois
baguettes de bois. |
Fiaba di
magia. |
D791.
Rottura dell’incantesimo ad
un’unica condizione. |
|
IV |
L’anneau de la princesse. |
Fiaba di
magia. |
T560.
L’anello magico. |
|
V |
La jeune fille amoureuse du
rossignol. |
Fiaba di
magia. |
B600. Lo
sposo animale. |
|
VI |
L’anneau enchanté. |
Fiaba di magia. |
T451. La fanciulla che cerca
i fratelli. |
|
VII |
Le deux boites. |
Fiaba
romantica. |
T870A. La
piccola guardiana delle
oche. |
|
VIII |
La fontaine a l’eau de rose. |
Fiaba di
magia. |
T551. I
figli alla ricerca di una
medicina miracolosa per il
padre. |
|
IX |
Marie la fille du roi. |
Fiaba di
magia. |
T510A.
Cenerentola |
|
X |
La soupe aux pierres. |
Fiaba a
carattere religioso. |
T750.
Ospitalità premiata. |
|
XI |
La bonne servante. |
Fiaba a
carattere religioso. |
D1500. 1.4.
La pianta magica curativa. |
|
XII |
Les trois oranges. |
Fiaba di
magia. |
T408. Le tre
melarancie. |
|
XIII |
Les trios pommes de
Mariucella. |
Fiaba di
magia. |
T511. Un
occhio, due occhi, tre
occhi. |
|
XIV |
Ditu
Migniulellu. |
Fiaba di
magia. |
T700+T510B.
Pollicino e Cenerentola. |
|
XV |
Le petit teigneux. |
Fiaba di
magia. |
T554. Gli
animali riconoscenti. |
|
XVI |
Marie au fil d’or. |
Fiaba di
magia. |
T500.
Tom-Tit-Tot. |
|
XVII |
L’austeria
di I figli di u diauli. |
Fiaba
romantica. |
T910A.
L’esperienza rende saggi. |
|
XVIII |
La bête a sept têtes. |
Fiaba di
magia. |
T300+T851.
L’ammazzadraghi e
La
principessa che non sa
risolvere l’indovinello. |
|
XIX |
Harpalionu. |
Fiaba di
animali. |
B240. Il re
degli animali. |
|
XX |
Le trésor des sept voleurs. |
Fiaba di
magia. |
T676 +T954.
Apriti Sesamo e I quaranta
ladroni. |
|
XXI |
Le ruse valeur. |
Fiaba
d’astuzia. |
K602.
Nessuno. |
|
XXII |
Saute en mon sac! |
Fiaba di
magia. |
T330B. Il
diavolo nello zaino. |
|
XXIII |
Bastuncedu
dirida. |
Fiaba di
magia. |
T563. I tre
doni: la tovaglia, l’asino e
il bastone. |
|
XXIV |
L’âne aux sequins d’or. |
Fiaba di
magia. |
T554. Gli
animali riconoscenti. |
|
XXV |
Poverello. |
Fiaba a
carattere religioso. |
Q200. Azioni
punite. |
|
XXVI |
Comment André coupa le nez
du curé. |
Fiaba
d’astuzia. |
T1735.
Accordo truffaldino. |
|
XXVII |
Le joyeux Misère. |
Fiaba di
magia. |
T8OO. Il
sarto in paradiso. |
|
XXVIII |
Il faut mourir. |
Leggenda di
fate. |
|
|
XXIX |
La mère de saint Pierre. |
Fiaba a
carattere religioso. |
T804. La
madre di San Pietro cade dal
cielo. |
|
XXX |
Pedilestu et
Mustaccina. |
Fiaba a
catena. |
T2021A. La
morte del gallo. |
Come si può notare,
Ortoli inizia la raccolta con un
racconto a carattere leggendario, Le
berger et le mois de mars,
che narra di un pastore che, dopo aver
trascorso tutto l’inverno a pregare i
mesi, ne sfida e bestemmia uno, il
quale, fattosi prestare alcuni giorni
dal mese successivo gli si scatena
contro come un nume irato, distruggendo
tutto il gregge, per punire la sua
insolenza.
«Furieux de tant d’ingratitude, Mars
alla trouver son frère Avril et lui dit:
O April lu me
fratedu,
Impresta tre di li to
di,
Par punì lu pasturedu
Li ni vodu fa pinti.
Et Avril […] les lui donna.
Aussitôt, parcourant toute la terre,
Mars rassembla en un instant et vents,
et maladies, et tempêtes effroyables.
Tout cela fut déchaîné en même temps sur
le malheureux troupeau».
Questa leggenda, come
apprendiamo da Massignon,
è particolarmente attestata in Corsica e
si presenta in diverse varianti.
Tuttavia, secondo l’autrice, il tema dei
giorni prestati non è peculiare
dell’isola, poiché è diffusa nella
maggior parte dei paesi del mediterraneo
e in modo particolare nell’Africa del
nord. Massignon afferma anche che questo
racconto leggendario è stato oggetto
d’alcuni studi approfonditi, nel 1874
per opera di Paul Meyer e nel 1889 per
conto di Lazare Shaineanu, i quali hanno
rilevato alcune varianti italiane (in
Sicilia, a Bergamo e in Sardegna)
spagnole e portoghesi.
Accanto a temi ad ampia
diffusione internazionale, come ad
esempio alcune versioni della storia di
Cenerentola, tra i contes proprement
dits compaiono commistioni tra più
intrecci che variano e vivacizzano la
narrazione, in cui si trovano associati
elementi narrativi appartenenti a tipi
fiabeschi differenti. È il caso della
fiaba di Ditu Migniulellu,
della Bête a sept têtes
e di Le trésor des sept
voleurs.
La fiaba di Ditu
Migniulellu, che rappresenta una
variante di Cenerentola, esordisce con
l’episodio, con il quale ha inizio la
storia resa popolare da Perrault con il
titolo di Le petit
poucet (fiaba tipo
327), ossia l’episodio della nascita
miracolosa di una creatura minuscola,
non più alta di un pollice, chiamata
proprio per la sua statura Ditu
Migniulellu.
«Malgré le grand désir qu’elle en
avait, une femme, mariée depuis
longtemps, ne pouvait avoir d’enfants.
Un jour elle se dit:
─ Ah si j’avais une petite fille, comme
je serais heureuse! Il me suffirait
qu’elle fût aussi grande que mon petit
doigt. […]
Neuf mois après cette femme eut une
petite fille, si petite et si mignonne
que jamais on avait vu de pareille.
C’est pour cette raison qu’on l’appela
Ditu Migniulellu».
Nella fiaba de La
Bêtes a sept têtes, invece,
troviamo intrecciato il tema dell’Ammazzadraghi
(fiaba tipo 300) e quello de La
principessa che non sa risolvere
l’indovinello (fiaba tipo 851), che
costituisce la parte centrale della
narrazione.
Questa fiaba racconta di
un giovane, Bertuolo, ultimogenito di
tre figli, che un giorno «ne
voyant revenir aucun de ses deux frères
[…] dit à sa mère:
─ Je veux me mesurer avec le serpent à
sept têtes qui est en France. Lorsque je
l’aurai tué, je me marierai avec la
fille du roi et je viendrai vous
chercher».
Dopo aver viaggiato a lungo, il
protagonista vede qualcosa che gli offre
lo spunto sul quale costruire
l’indovinello che era necessario
proporre al re (oltre l’uccisione del
serpente) per ottenere la mano della
principessa: vede morire avvelenato il
suo asino Bertu, dopo aver mangiato una
delle sue Freccie (tipico dolce
corso al Brocciu) che causano la morte
di sette briganti, i quali sono mangiati
da cento corvi, che a loro volta cadono
avvelenati, infine, mentre si trova su
di un ponte, vede nel fiume un tronco
d’albero trasportare un uccello. Ecco
dunque l’indovinello proposto dall’eroe
al re: «J’avais deux Freccie,
Qui ont tué Bertu, Qui en a tué sept,
Qui en ont tué cent. Je n’étais ni au
ciel ni sur terre, Et j’ai vu un mort
qui portait un vivant».
Il re rimane sconcertato e nonostante i
numerosi tentativi non riesce a
risolvere l’enigma. Bertuolo si reca nel
luogo dove vive il serpente e con la
spada gli taglia tutte le teste.
Ritornato al palazzo del re, il giovane
dichiara di aver ucciso il mostro e
sposa immediatamente la principessa.
Le trésor des sept
voleurs,
invece, variante corsa della celebre
fiaba Apriti Sesamo (fiaba tipo
676), entrata nella tradizione orale di
quasi tutti i paesi europei, dopo che,
all’inizio del XVIII secolo, Gallard
tradusse in francese Le mille e una
notte, si conclude con la storia
ugualmente nota de I quaranta ladroni
(fiaba tipo 954).
In Le trésor des sept
voleurs, Stevanu, un povero
cercatore di fortuna, vede, nascosto su
un albero sette ladroni che entrano in
una montagna dopo aver pronunciato le
parole magiche: «Serchia,
ouvre-toi». Subito «une
porte s’ouvrit, et les voleurs, après
avoir pénétré dans la caverne, direct
aussitôt:
─ Serchia, ferme-toi.
Le lendemain matin les brigands s’en
allèrent.
Lorsqu’ils furent bien loin, le pauvre
chercheur de fortune, qui était encore
perché sur son arbre, descendit
doucement; à son tour, il dit en
touchant la porte de la grotte.
─ Serchia, ouvre-toi».
Entrato nella grotta, Stevanu prende
tutto l’oro che è in grado di recuperare
e lo porta a casa. Da Francesco, suo
fratello, si fa prestare una bilancia,
ma una moneta rimasta attaccata rileva
però il suo segreto. Francesco, cerca
allora di imitare il fratello povero, ma
una volta dentro la montagna dimentica
la formula per uscire e viene sorpreso
dai ladroni, che lo uccidono. Dopo aver
scoperto di essere stati derubati, i
briganti tentano di entrare in casa di
Stevanu, nascosti dentro otri per
l’olio.
«Les brigands
arrivèrent à la maison de Stevanu au
commencement de la nuit.
─ I Balaninchi! I Balaninchi!
Chi da alloghiu?
─ Entre ici, mon brave, ma maison est
toujours ouverte aux voyageurs.
Et le chef entra.
Le maître de la maison (Stefanu) l’aida
même à décharger ses mulets; mais, en
faisant cette besogne, un soupçon lui
vint à l’esprit; les outres étaient bien
dures pour être remplies d’huile. Si
c’étaient des voleurs?».
Stevanu, scoperto il piano dei briganti,
riesce astutamente ad ucciderli e a
consegnare il capo alla giustizia.
Tra i contes
proprement dits vi sono alcuni
racconti, che a causa della complessità
della loro trama sfuggono ad una
classificazione precisa, in cui è
possibile individuare solamente alcuni
motivi registrati e catalogati da
Thompson,
come ad esempio nella fiaba Le
sept paires de sauliers de fer et les
trois baguettes de bois,
in cui si può distinguere il motivo
della liberazione dall’incantesimo, la
cui rottura è condizionata da una serie
d’avvenimenti (D791). In questa fiaba
l’incantesimo si spezza nel momento in
cui Caterinella, la protagonista, giunge
a compiere un’ardua impresa: logorare
sette paia di scarpe di ferro e tre
bastoni di legno, le une bussando alle
porte, le altre percorrendo i reami.
Un’altra fiaba di cui
non abbiamo ritrovato un riscontro
nell’indice dei tipi d’Aarne e Thompson,
è la fiaba di La jeune fille
amoureuse du rossignol,
in cui appare il motivo dello sposo
animale (B600). Questa fiaba narra di
una fanciulla «nommée Belladonna,
si jolie, que jamais on n’en avait vu de
pareille»
la quale desidera sposare un usignolo.
Per questo motivo è rinchiusa dalla
madre che cerca di ostacolare l’unione.
Belladonna, ad ogni modo, riesce a
fuggire trasformandosi in una mosca ed
a ricongiungersi col suo sposo. La
fiaba si conclude tuttavia in maniera
drammatica, infatti «se voyant
découverte, la belle amoureuse se
changea en rosier.
Mais cette fois elle n’eut pas de
chance. Sa mère s’empara du rosier […]
et s’en retourna à la maison.
Pendant son voyage, le rossignol
chantait tristement:
─ Rendez-moi mon l’épouse;
Nous sommes unis pour toujours.
[…] son coeur et le mien ne formaient
qu’un seul coeur, et lorsqu’elle mourra,
je mourrai.
[…] Lorsque la mère de Belladonna arriva
chez elle le rosier tout entier était
desséché […] le rossignol[…] aussi était
mort de douleur».
2.2.3. Storie a
carattere religioso.
Come abbiamo già
accennato, abbiamo costatato nella
raccolta un’alta incidenza di racconti a
carattere religioso, che illustrano
argomenti morali e ammonitori.
Il tema su cui si fonda
la maggior parte di essi è la dura
giustizia di Dio nei confronti dei
trasgressori del volere divino. In
alcuni casi si tratta di punizioni
orribili, sempre in ogni modo
giustificate, nella mente del
novellatore, dalla considerazione che
il peccatore riceve quel che si merita.
Così avviene nella fiaba Les trois
crapauds
(fiaba tipo 756 C) in cui una povera
peccatrice, dopo aver condotto una vita
dissoluta e aver abortito per ben tre
volte, deve cercare di assolvere una
durissima penitenza affinché possa
ricevere il perdono di Dio.
«Vous irez remplir ce calice à la
fontaine de l’Eau Bénite ─ le dice il
confessore ─ vous y rencontrerez un
dragon à sept têtes qui cherchera à vous
dévorer. Voici une épée, vous l’en
frapperez. Si vous réussirez à lui
couper une tête vous serez sauvée, sinon
c’est que Dieu ne veut pas vous
pardonner, et vous serez dévorée».
La povera donna, non dimostrando alcun
pentimento, viene divorata dal dragone
con sette teste.
In alcuni casi, i
misteriosi castighi divini sono meno
severi e si manifestano in forme
razionalizzate, ma ugualmente esemplari,
come in Poverello
(Q200), in cui il presidente del
tribunale di Bastia condanna il fratello
di Poverello, il protagonista, a pagare
un’ingente somma di denaro per averlo
costretto a trasgredire il divieto di
lavorare il giorno di Natale «malgré
les observations des paysans et du curé»
rischiando la scomunica. Poverello,
infatti, bisognoso di lavorare, aveva
supplicato il fratello di prestargli il
suo carro e i buoi ed egli aveva
acconsentito all’unica condizione di
lavorare il giorno di Natale, ma
«au dernier tintiment de la cloche qui
sonnait midi, la terre s’entr’ouvrit et
engloutit la charrue et les boeufs».
Il fratello di Poverello non credendo
alla sua versione dei fatti, lo accusa
di furto e gli intima di recarsi davanti
al giudice di Bastia. Il presidente del
tribunale condanna oltre al fratello di
Poverello, anche un oste, incontrato
lungo la strada per Bastia, il quale si
era rifiutato di offrirgli ospitalità e
che per giunta lo accusava di essere la
causa dell’aborto della moglie; un
mulattiere, che lo incolpava di aver
crudelmente mutilato il suo mulo, mentre
in realtà cercava di salvarlo da un
terreno fangoso, e un monaco, che a sua
volta lo accusava di avergli spezzato le
braccia precipitando da un monte, mentre
in verità aveva solamente l’intenzione
di porre fine alla sua vita.
Un’altra storia di
castigo è La soupe aux
pierres
(fiaba tipo 750), in cui il Signore, in
sembianze di un mendicante, premia
l’ospitalità ricevuta da una povera
donna mentre riduce in miseria la
sorella per punirla della sua mancanza
di carità. «Il faut que j’humilie
l’orgueil des méchants ─
dice il Signore alla sorella generosa
che ─ en était bien désolée, mais
elle n’avait rien pu contre la volonté
de Dieu».
Tra questi tipi di
racconti abbiamo riscontrato la versione
di due fiabe particolarmente diffuse e
note in tutti i paesi cristiani che
hanno come tema l’ammissione del
protagonista in paradiso e che
presentano San Pietro come custode del
regno celeste. Si tratta delle fiabe di
Le joyeux Misère (fiaba tipo 800)
e di La mère de saint Pierre
(fiaba tipo 804).
In Le joyeux Misère,
Misère «le bon vivant que l’amour
du vin et des femmes a si vite conduit à
l’indigence et à la mort»
chiede a San Pietro il permesso di
lasciare le sue scarpe in paradiso «afin
que j’y puisse avoir quelque chose qui
m’ait appartenu».
Con quest’espediente, un giorno che San
Pietro è assente, Misère riesce ad
introdursi in paradiso. Una volta
entrato, Misère continua la vita
dissoluta che aveva condotto sulla terra
e per questo motivo «fut chassé
du paradis. Il retourna su terre, où
toujours et partout vous le trouverez».
Thompson
afferma che questa fiaba è stata una
delle storie preferite dagli scrittori
di libri burleschi del Rinascimento e
presume che i novellatori l’abbiano
desunta da queste versioni scritte,
diffondendola in varie parti d’Europa e
ad Oriente.
In La mère de
saint Pierre,
la madre di San Pietro è stata mandata
all’inferno per la sua cattiva condotta
in vita. San Pietro ottiene il permesso
di liberarla facendola arrampicare su di
una foglia di pero per elevarla in
paradiso. Ma gli altri dannati le
afferrano i piedi ed essa li colpisce;
per punizione, la donna ripiomba
nell’inferno.
La storia letteraria di
questo racconto, secondo quanto sostiene
ancora Thompson, è stata ripercorsa fino
ad un poema tedesco del XV secolo, ma si
tratta principalmente di una fiaba
orale, nata dalle labbra dei novellatori
illetterati dell’Europa orientale e
meridionale, dove sono state raccolte
oltre cento versioni.
2.2.4. La storia di
Cenerentola.
Analizzando gli intrecci
dei racconti rilevati da Ortoli, abbiamo
individuato nel corpus di fiabe tre
varianti della fiaba di Cenerentola:
Marie la fille du roi,
Les trois pommes de Mariucella
e Ditu Migniulellu.
La storia di Cenerentola
(fiaba tipo 510A) è probabilmente la più
celebre di tutte le fiabe popolari,
specialmente, come sostiene Thompson, se
s’include sotto questo titolo anche lo
sviluppo speciale di questa fiaba nota
come Peau d âne
(fiaba tipo 510B). Queste fiabe, che
spesso si fondono insieme o si scambiano
gli elementi di cui costano, non
soltanto entrarono a far parte delle
raccolte fiabesche di Straparola, di
Basile e Perrault, ma hanno una storia
letteraria ancora più antica. È stata
rilevata, infatti, una versione cinese
di Cenerentola risalente all’IX secolo
d. C., e una variante di Peau
d’âne del XVI secolo.
Entrambe le fiabe sono state oggetto di
numerosi studi, tra i quali, quello di
Marian Roalfe Cox, Cinderella del
1893, considerato il più vasto e quello
di Anna Brigitta Rooth, The
Cinderella cycle del 1951.
La fiaba di Marie la
fille du roi (fiaba tipo 510B)
comincia con il racconto
dell’allontanamento della protagonista
da casa per opera del padre, poiché essa
non risponde all’attesa del padre quando
questi le chiede quanto lo ami. Marie
risponde, infatti al padre: «Moi,
mon père, je vous aime comme une fille
soumise et dévouée doit aimer un père
comme vous».
La principessa, dopo aver a lungo
viaggiato, trova ai bordi di una strada
il cadavere di un asino e «lui
éleva la peau avec son couteau, la fit
ensuite sécher, puis elle s’en revêtit
afin qu’on la prit pour simple servante».
Così vestita, Marie prende servizio
presso un castello. «Tous les
matins marie allait conduire les chèvres
dans les montagnes, mais la peau d’âne
dont elle s’enveloppait la rendait si
laide que personne n’osait la regarder».
Il figlio del re la vede nei suoi abiti
meravigliosi e se ne innamora
perdutamente. Marie fugge ma «malheureusement
avait oublié, dans sa précipitation, un
beau petit soulier. Il était si petit,
si petit, que jamais on n’en avait vu de
semblable».
Grazie alla scarpetta perduta il
principe riconosce la fanciulla. La
fiaba termina con il ravvedimento del
padre di Marie e con le nozze
dell’eroina con il principe.
La fiaba di Les trois
pommes de Mariucella è una versione
della storia di Un’ occhio, due
occhi, tre occhi (fiaba tipo 511),
la quale è cosi vicina, nei particolari,
a Cenerentola e a Peau d’âne, che,
secondo Thompson, può essere considerata
una variante.
Mariucella «la
plus jolie fille du royaume»
è tormentata e umiliata dalla matrigna «une
femme laide comme le péché mortel»
e dalla sorellastra Dinticona, invidiose
della sua bellezza, le quali la
costringono a custodire le vacche e a
filare enormi quantità di filo di capra.
Mariucella riceve però l’aiuto di una
vacca (reincarnazione della madre) che
assolve il compito imposto. La matrigna
insospettita, la spia e uccide la vacca.
Mariucella segue le ultime istruzioni
date dalla madre e si reca alla fontana,
a lavare le sue interiora. Qui, incontra
il figlio del re che promette di venirla
a cercare. All’interno delle interiora,
la fanciulla trova tre mele e come
suggerito dalla madre «elle jeta
une pomme sur le toit, et aussitôt il en
sortit un coq aux grandes ailes; l’autre
pomme donna naissance à un magnifique
pommier qui se couvrit immédiatement de
fruits exquis. Mais, chose curieuse,
l’arbre se changeait immédiatement en
ronce lorsqu’une autre personne que
Mariucella venait à s’en approcher».
La matrigna, appreso che degli
ambasciatori del principe stavano
venendo a prendere Mariucella, la
rinchiude in un barile e veste
sontuosamente Dinticona, ma mentre
Dinticona si appresta a partire con gli
ambasciatori, il gallo canta quattro
volte: «Couquiacou! Couquiacou!
Mariucella est dans le tonneau et
Dinticona sur le beau cheval».
Gli ambasciatori allora, insospettiti,
corrono in cantina e aprono tutti i
barili. «Dans l’un d’eux ils y
trouvèrent Mariucella, plus belle que
jamais, habillée qui elle était, on ne
sait comment, d’une robe de soie bleue,
toute garnie de fils d’or».
La fiaba di Ditu
Migniulellu, come abbiamo già messo
in evidenza, vede intrecciarsi la storia
di Pollicino e di Cenerentola. In questa
fiaba, la madre della minuscola eroina
decide un giorno di liberarsi della
figlia perché: «restait toujours
petite. Elle était dans sa seizième
année et sa faille n’avait pas beaucoup
grandi. Sa maman […] la détestait alors
pour cette raison. Elle ne pouvait plus
la voir.
Un jour elle se dit:
─ Que puis-je faire d’une fille aussi
petite. Elle ne sait pas travailler et
se noierait dans un verre d’eau.
Comme la mère de Ditu Migniulellu, était
alors dans le jardin, voyant une
marmite, elle y mit sa fille dedans».
Rinchiusa nella pentola, la piccola
eroina, per distrarsi, si mette a
cantare dolcemente. In quel momento
passa il figlio del re che udendo la
sua voce e giurando di sposarla, la
libera e la conduce alla reggia. Il
principe, che «il s’ennuyait
beaucoup de voir comme Ditu Migniulellu
était petite»
decide di dare un ballo ma, proibisce a
Ditu Migniulellu di partecipare
minacciandola per tre sere consecutive
con uno degli oggetti della bardatura
(la bride, l’éperon e la cravache).
Rimasta sola, l’eroina si dispera e
piange ma compare la fata-madrina che le
domanda: «─ Qu’as-tu donc, ma
belle enfant? C’est parce que tu ne vas
pas au bal que tu pleures ainsi?
─ Oui, ma belle dame.
─ Calme-toi, je suis la fée qui, à ta
naissance, s’est chargée de ton bonheur.
Et d’un coup de sa baguette, la bonne
fée transforma Ditu Migniulellu en la
plus belle jeune fille qu’on pût voir.
Elle était grande, svelte et toute
habillée de soie et d’or.
─ Maintenant je vais te conduire au bal.
Et Ditu Migniulellu fut aussitôt dans
une voiture traînée par de jolis
papillons».
Il principe se ne innamora e le chiede
da dove proviene. La fanciulla risponde
allusivamente d’essere, la prima sera,
del paese della briglia, la seconda, del
paese dello sperone e, la terza, del
regno della cravatta e sparisce ogni
volta prima che il ballo ha termine.
Alla fine, il riconoscimento si compie
con un anello che Ditu Migniulellu fa
trovare in una torta, al principe
ammalato di malinconia.
Confrontando i tre
testi, possiamo notare che, nonostante
le differenze tra queste tre versioni
corse di Cenerentola siano alquanto
vistose, la trama essenziale del
racconto non è alterata. Nelle tre
storie, infatti, sono presenti i sei
gruppi di motivi, che costituiscono gli
elementi caratteristici, costanti della
fiaba di Cenerentola, fissati
nell’indice d’Aarne e Thompson: l’eroina
perseguitata, l’aiuto magico, l’incontro
con il principe, la prova d’identità e
infine il matrimonio col principe.
2.2.5. Fiaba a catena o
a sovrapposizione.
La sezione delle fiabe
propriamente dette si conclude con una
fiaba a catena o a sovrapposizione
intitolata Pedilestu et Mistaccina
.
La fiaba narra di un
gatto, chiamato Pedilestu che per
impedire che la gatta Mustaccina muoia
strozzata da una mandorla, va a
procacciarsi del lardo, che si trova in
un armadio, ma l’armadio si rifiuta di
aprirsi. Il gatto, allora, invoca aiuto,
ma l’aiuto dipende sempre da un altro
aiuto; soltanto Dio, infine glie lo
concede. La formula finale è: «─
O mon Dieu! Envoie de la pluie, pour que
la rivière donne de l’eau au pré, qui
produira beaucoup d’herbe, la quelle
fera donner aux vaches beaucoup de lait
au marchand, qui me donnera de l’argent
pour que je paie le serrurier qui me
fera la clef qui ouvrira l’armoire où
est renfermé le lard qui doit graisser
le gosier de Mustaccina, étranglée par
une amande.
Dieu eut pitié du pauvre chat.
Il envoya de la pluie, et aussitôt la
rivière donna de l’eau qui, produisant
de l’herbe, engraissa les vaches, qui
donnèrent du lait au marchand, qui donna
de l’argent à Pedilestu, qui court payer
le serrurier, qui fit aussitôt la clef
qui ouvrit l’armoire».
Tutto l’interesse della
fiaba è concentrato nel ripetersi di una
conversazione che man mano si
arricchisce di sempre nuovi argomenti,
che trovano la loro ragione nel
precedente episodio. L’effetto di questa
storia è un effetto scherzoso,
caratteristica peculiare delle fiabe a
catena o a sovrapposizione. Questa
storia appartiene ad un gruppo di fiabe
a formula che ha per tema la morte di un
animale, di solito un gallo o una
gallina, la più nota tra le quali è,
secondo Thompson,
La morte del gallo (fiaba tipo 2021A),
di cui la fiaba rilevata da Ortoli, a
nostro avviso, è una variante.
2.3. Elementi e
caratteri generali delle leggende corse.
2.3.1. Les Fées
(Le fate).
Ortoli,
nell’introduzione alle légendes de
fées, afferma che in tutti i
villaggi della Corsica sono
particolarmente diffuse le creazioni
leggendarie intorno alle fate. Secondo
quanto si narra in queste leggende
popolari, generalmente le fate vivono
nelle grotte più profonde e
inaccessibili all’uomo oppure
costruiscono la loro dimora sul fondo
dei laghi, sulle alte montagne della
Corsica. Esse sono concepite, nella
fantasia del popolo corso, come
splendide donne dotate di una bellezza
straordinaria, eterna e di una voce
deliziosa e incantevole.
«Francesco[…] il
vit alors la plus belle jeune fille
qu’il soit possible d’imaginer. Elle
était toute resplendissante de diamants.
Sa longue chevelure blonde lui couvrait
les épaules. Sa robe était de soie bleue
brode d’or, et ses petits souliers
disparaissaient sous deux grandes
étoiles de pierres précieuses».
Le fate, in Corsica,
come si deduce dai testi leggendari, non
hanno un nome speciale; solitamente
prendono il nome dell’antro o del lago
che esse abitano. Le leggende raccontano
che, nonostante vivano in luoghi
impenetrabili, è possibile a volte
sorprendere queste creature meravigliose
a fare il bucato ai bordi dei laghi o
all’entrata delle grotte in cui
dimorano, ma «malheur à elles si
le sommeil les surprend!»
scrive Ortoli, sempre
nell’introduzione, infatti «celui
qui sémparerait d’une fée
─ precisa l’autore ─ croyant sa
fortune faite, ne la laisserait pas
partir pour tout au monde».
Questo è il caso della leggenda
intitolata La fée du Rizzanese.
Essa racconta che un uomo denominato
Poli d’Olmiccia, portando al pascolo il
proprio gregge presso il fiume Rizzanese
(oggi chiamato Lavu di a fata)
sorprese una fata «plus belle que
le jour»
e innamoratosi perdutamente di lei
decise di catturarla «la prenant
par ses cheveux blonds comme l’or et
écriant: Enfin, te voilà prise, tu es à
moi! […] tu seras ma femme».
La leggenda termina però tristemente:
un giorno, infatti, Poli, sopraffatto
dalla curiosità, rompendo la promessa
fatta alla fata di non provare mai a
scoprire la sua spalla, perdette ogni
diritto su di lei e la fata sparì
dicendo «tant que ta race
existera, il n’y aura plus de trois
chefs dans ta famille […] Poli en fut
désespéré. Il retourna bien des fois, le
matin et le soir à la grotte du
Rizzanese, jamais il ne vit ni sa femme
ni ses filles. Suivant les prédictions
de la fée, depuis le temps, il n’y eut
jamais plus de trois chefs dans la
famille des Poli. Quant à la fée et à
ses enfants, ils ont sans doute passé le
détroit pour se retirer en Sardaigne».
Nelle leggende popolari
corse, le fate appaiono inoffensive,
spesso benefattrici; esse, infatti,
assumendo i tratti di persone comuni,
escono dalle loro abitazioni per
elargire preziosi consigli, ma solamente
a coloro che lo meritano. Tuttavia, a
questa concezione, che rappresenta le
fate come esseri amorevoli e ben
disposte nei confronti degli uomini,
nelle leggende corse si contrappone
un’altra secondo cui esse sono anche
terribili e estremamente vendicative.
Questa concezione si riscontra in
particolar modo in La fée amoureuse,
che narra la terribile vendetta di una
fata nei confronti di un uomo, che osò
tradirla fuggendo con un’altra donna,
dopo aver accettato di sposarla. «la
terre trembla, des éclairs sillonnèrent
les nues et les deux parjures furent
engloutis dans un gouffre profond qui
s’ouvrit à leurs pieds. La fée s’était
vengée».
2.3.2. La Vierge et les
saints (La Vergine e i Santi).
Ortoli sostiene che le
fiabe e le leggende sui Santi e la
Vergine, in Corsica, contrariamente alle
leggende sulle fate hanno una mediocre
incidenza. Nei racconti leggendari
rilevati dall’autore, la vergine e i
Santi sono concepiti come dei validi
protettori, disposti a soccorrere gli
uomini buoni e caritatevoli ed a
ricompensare la loro lodevole condotta,
ma allo stesso tempo anche a punire
severamente i malvagi e i trasgressori
della volontà divina. La Vergine
solitamente viaggia per il mondo
accompagnata da suo figlio Gesù, sotto
le sembianze di una povera mendicante e
infligge severe punizioni a chi le nega
assistenza e premia con saggi consigli
chi le presta soccorso. Così avviene
nella leggenda Les trois frères et la
vierge,
dove si racconta di tre fratelli, i
quali, partiti in cerca di fortuna a
causa della loro estrema povertà,
incontrano lungo il cammino, una donna
con suo figlio «qui n’était autre
que la vierge».
I primi due insolenti e altezzosi
muoiono annegati dopo essersi rifiutati
di condividere il loro cibo con la
Vergine, il terzo, invece, in cambio
della sua generosità ottiene la sua
protezione, grazie alla quale trova un
tesoro.
I Santi, invece, secondo
le credenze popolari corse, scendono
sulla terra per farsi edificare una
Chiesa in un determinato luogo e qualche
volta, sono essi stessi a designare la
località che preferiscono, come avviene
per la costruzione miracolosa della
Chiesa di San Giovanni a Poggio, presso
Sarténe, secondo quanto si narra nella
leggenda L’Eglise de Saint
Jean
raccolta da Ortoli ad Olmiccia.
Spesso, nelle leggende
corse, i santi entrano in contrasto con
il demonio, il quale soccombe sempre.
La leggenda di
Saint Martin et le Diable,
ad esempio, racconta dell’animata
discussione tra San Martino e il
diavolo, durante la quale il demonio,
furioso contro il santo, che aveva
pietrificato i suoi buoi e gli ordinava
di abbandonare l’isola, lanciò un enorme
martello, che passò attraverso un
monte presso Corte, e che sarebbe,
secondo la tradizione corsa,
all’origine della forma del Monte
Tafanatu. Questa leggenda, ad avviso di
Massignon,
è una dei più celebri racconti corsi
appartenenti al ciclo di leggende dette
orografiche, ossia, che spiegano le
particolarità geografiche, come la forma
delle montagne, la creazione dei laghi,
dove l’immaginazione delle popolazioni
locali crede spesso di ritrovare le
tracce di personaggi soprannaturali.
2.3.3. Le diable et les
revenants (Il diavolo e le anime dei
defunti).
Le fiabe e le leggende
corse che hanno per protagonista il
diavolo, secondo quanto rilevato da
Ortoli, sono poco diffuse. Nella maggior
parte di esse il demonio è rappresentato
come il custode dei tesori o abilissimo
nello sfruttare l’avidità e la cupidigia
degli uomini per impadronirsi delle loro
anime. Qualche volta il diavolo si pone
in agguato per le strade e nei crocicchi
delle vie, per tendere insidie, come
nella leggenda Le chien qui se
change en diable
in cui «un paysan […] il
s’aperçut que son chien gonflait
terriblement, puis il le vit tout à coup
se transformer et prendre la forme d’un
homme»;
oppure «sous la forme d’un bel
adolescent»
il demonio ama intrattenersi con gli
uomini in lunghe partite a carte a
Moriana «où se rendaient tout les
grands joueurs de la Corse et de
l’Italie»
e dopo aver ridotto in miseria i suoi
avversari acquista loro l’anima «en
leur faisant faire des action infâmes».
Solitamente però, satana è riconosciuto
prima che riesca a mettere in atto le
sue perfide intenzioni, tradito dalla
sua coda o dai suoi zoccoli mal
dissimulati.
«Si la croyance
au diable n’est pas fort répondue dans
l’île» afferma Ortoli,
al contrario «les revenants […]
font souvent parler d’eux. Bien des
gens, qui n’ont pas peur quand un fusil
est braqué sur eux, tremblent lorsqu’il
s’agit de passer près d’un cimetière ou
d’un champ dans le quel des morts ont
été ensevelis».
La paura dei morti è un fatto universale
e non c’è un popolo che, secondo Stith
Thompson,
non abbia una vasta tradizione di
racconti, legati al luogo, tanto da
essere considerati leggende locali,
fondati sulla credenza del ritorno dei
morti.
In queste narrazioni,
gli spiriti dei defunti che ritornano
sulla terra, hanno l’apparenza di
fantasmi bianchi, «spectre
enveloppe d’un linceul»
ma conservano i lineamenti
caratteristici del loro corpo al momento
della sepoltura. Si tratta, nella
maggior parte dei casi d’anime in pena,
che abbandonano il silenzio dei loro
sepolcri e ricompaiono fra gli uomini,
per vendicarsi di qualche disonore
subito in vita. Nella leggenda La
Vendetta di L’animi in Pena
tre giovani fanciulle morte suicide,
dopo essere state sedotte e abbandonate
da un fiero cacciatore, tornano tra i
vivi per compiere la loro terribile
vendetta.
«spectres et
chasseur se mirent à tournée en rond
sans cesse, sans relâche […] la ronde
infernale continue, continue toujours,
toujours […] le pauvre Rinaldo […] il
tombe mort».
In qualche caso lo
spirito riappare sulla terra per
tormentare un parente affinché faccia
dire delle messe in suo suffragio.
Dall’abate Casanova,
nella sua Histoire de l’Eglise de
Corse
apprendiamo che, secondo la tradizione
corsa i defunti, riuniti in una
confraternita, composta da un numero
infinito di morti, chiamata la
Squadra d’Arrozza, sono soliti
ritornare nella notte tra il primo e il
due novembre, nelle loro antiche dimore
e i viventi sono tenuti a riservargli
una buona accoglienza. La dimenticanza
di quest’usanza provoca, continua
l’autore, la collera dei morti, i quali
scatenano contro le famiglie disattente
una spaventosa tempesta che è chiamata
in corso timpesta di i morti. La
leggenda narrata ad Ortoli nel 1882,
intitolata La burrasque de Morts,
descrive la spietata rappresaglia
compiuta dalla Squadra d’Arrozza
nei confronti di un uomo, che trascurò
di sistemare sul balcone un recipiente
d’acqua per i defunti. I morti, infatti,
«étaient venus, et n’ayant pas
trouvé d’eau ni pour boire ni pour se
laver et se purifier de leur péchés, ils
avaient fait un bruit épouvantable et
lancé de terribles malédictions contre
celui qui n’avait pas pensé à eux. […]
durant trois nuits, le malheureux homme
entendit des cris, des gémissements, des
imprécations terribles, les cloches
sonnèrent le glos des morts[…] quelque
temps après, cet homme mourut».
Nelle leggende corse, la
Squadra d’Arrozza è rappresentata
anche come presagio di morte. Una sera,
alla veglia, presso l’Abate di
Poggio-di-Tallano, ad Ortoli, come ci
riferisce nell’introduzione alle
leggende sul diavolo e sulle anime dei
morti, fu narrato che, la notte in cui
morì uno degli uomini più rispettabili
della località, apparve La Squadra
d’Arrozza «chacun avec
l’habit de pénitent, avec le richet et
le capuchon noir, et tient à la main un
cierge allumé[…] le lendemain mourut
Jacques marie Ortoli».
Secondo il narratore, la
loro comparsa fu percepita come un
cattivo presagio.
2.3.4. Légendes diverses
(Leggende diverse).
Nella parte introduttiva
che precede l’ultima sezione delle
Légendes diverses, Ortoli constata
che nella maggior parte delle leggende
corse è possibile rilevare accenni
abbastanza notevoli a fatti e
avvenimenti della Corsica, in modo
particolare alle lunghe e sanguinose
lotte che l’isola dovette sostenere,
nella seconda metà del VII secolo,
contro gli invasori saraceni.
Alcuni racconti ad
esempio incominciano nei modi seguenti:
«Du temps où les Corses luttaient
contre les Maures»
oppure «Avant l’invasion des
sarrasins»
collocando l’inizio della vicenda
all’epoca delle scorrerie dei mori.
Altre illustrano i sentimenti che il
popolo corso nutriva nei confronti dei
suoi dominatori e in particolare il loro
profondo desiderio d’indipendenza e
libertà, com’emerge chiaramente nella
fiaba Saute en mon sac,
in cui il protagonista, domanda alla
fata come ultimo desiderio «seulement
que la Corse soit heureuse et qu’elle ne
voie plus les ravages des Sarrasins».
I Saraceni devastarono
così profondamente le coste della
Corsica a tal punto che, Ortoli scrive
ironicamente «comment la légende
ne se serait-elle pas forme autour
d’eux? Comment aussi expliquer tout
l’héroïsme des anciens Corses,
victorieux de ces pirates sans
l’intervention d’une puissance
surnaturelle?».
Un fatto degno di nota,
infine, secondo Ortoli, è che un gran
numero delle leggende sui saraceni è
stato congiunto ad altre leggende già
esistenti in Corsica.
Capitolo terzo
3. Prima catalogazione
del materiale narrativo corso di nuova
rilevazione (1955 - 1959)
3.1. L’inchiesta sulla
narrativa tradizionale di Geneviève
Massignon.
Nel 1893 Paul Sébillot,
in un ampio e documentato quadro sulle
inchieste documentarie, fino allora
eseguite sulla narrativa popolare in
tutte le regioni della Francia, per
quanto riguarda la Corsica, fa
riferimento esclusivamente alla
rilevazione compiuta da Ortoli tra il
1881 e il 1882 nella circoscrizione di
Sartène, con un numero complessivo di
cinquantacinque documenti.
Successivamente
all’opera di Ortoli, come constata
Massignon,
gli specialisti di folklore
concentrarono il proprio interesse
soprattutto sulle leggende corse,
trascurando le fiabe; solo alcuni
scrittori, come Jean-Marc Salvadori
e Edith Southwell- Colucci
pubblicano delle raccolte di fiabe, che
consistono, tuttavia, in rielaborazioni
letterarie di alcuni temi folklorici
insulari, o come l’Abate Domenicu
Carlotti,
il quale dedica alla letteratura
popolare due volumi in dialetto corso
di fole, senza, però, localizzarle.
La constatazione
dell’assoluta carenza, in Corsica, di
ricerche documentarie sul patrimonio
narrativo popolare e l’assenza di studi
scientifici sull’argomento, inducono
l’etnologa Geneviève Massignon a
realizzare a partire dal 1955 un
indagine avente come oggetto la
registrazione su magnetofono, la
trascrizione, la traduzione e la
classificazione di testi narrativi
tradizionali corsi.
Massignon comincia ad
interessarsi del problema di raccogliere
documenti narrativi della Corsica alcuni
anni prima di affrontarlo
effettivamente. La studiosa, infatti,
incaricata dal «Centre National
de la Recherche Scientifique»,
di svolgere a partire dal 1945 delle
ricerche per «Le Nouvel Atlas
Linguistique et Ethnographique de la
France», nel 1951, ha
l’occasione di visitare il Niolo e di
effettuare delle indagini etnografiche,
i cui risultati furono pubblicati nel
1958 dalla «Revue de Linguistique
Romane», con il titolo
«Aspects linguistiques d’une enquête
etnografique en Corse».
Durante il soggiorno in
Corsica, nei paesi del Niolo, popolati
soprattutto da pastori transumanti,
l’etnologa francese ha modo di venire a
diretto contatto con l’ambiente
pastorale niolino.
L’originalità e la
peculiarità del dialetto locale, che,
secondo l’autrice, non è stata messa in
sufficiente rilievo dall’informatore
scelto da Gino Bottiglioni per il suo
Atlante Linguistico Etnografico Italiano
della Corsica, le fa intravedere «quelques
traits du caractère niolin, dont les
traditions, demeurées vivaces,
m’attirèrent aussi».
Nel 1955, Massignon,
spinta dal profondo interesse per «le
milieu traditionnel corse, d’abord
étudié sous l’angle des mots liés aux
choses»e
consigliata dall’etnografo Paul Delarue,
che allora preparava il primo volume del
Catalogue des Contes Français,
intraprende una prima raccolta di testi
nei villaggi del Niolo. Lo stesso anno
si reca anche nella Castagniccia,
località celebre della Corsica per i
suoi castagneti.
Le ottanta fiabe
reperite durante questa prima inchiesta
vengono sottoposte all’esame di Paul
Delarue, che le classifica secondo
l’indice internazionale di Aarne e
Thompson.
Nel 1959, Massignon
effettua una seconda rilevazione che
interessa nuovamente il Niolo e alcune
località presso Bastia e nel Cap Corse.
Il materiale acquisito
in questa seconda inchiesta, che supera
le sessanta fiabe, viene analizzato da
Marie-Louise Téneze, allieva di Delarue,
la quale aveva avuto, in quel momento,
l’incarico di continuare la redazione
del secondo volume del Catalogue des
Contes Français.
3.2. I luoghi di
rilevazione.
Massignon nell’Avant
propos ai Contes corses, che
costituisce, insieme ai Commontaires
des contes des trois recueils, un
vero e proprio apparato scientifico, «le
première étude scientifique sur le sujet»,
sottolinea che a differenza della
raccolta di Ortoli, realizzata alla fine
del XIX secolo, nella circoscrizione di
Sartène, presso persone già istruite, la
sua inchiesta è stata condotta nella
parte centro-settentrionale dell’isola,
soprattutto tra i pastori transumanti e
i raccoglitori di castagne.
Le campagne di
rilevazioni effettuate da massignon tra
il 1955 e il 1959 ha interessato
complessivamente undici località della
Corsica,
di cui quattro villaggi isolati nel
Niolo: Calasima, Pietra, Zitamboli e
Albertacce; tre nella Castagniccia:
Saint Laurent, Loriani e Carticasi e
quattro nella regione di Bastia e nel
Cap Corse: Bastia, Nonza, Olciani e
Lupino, dove in modo particolare sono
stati registrati cinque fiabe in
dialetto corso «auprès d’une
diseuse, dont les gestes et les
intonations exprimaient à merveille la
part que chacun devait prendre aux
péripéties de ses récits».
Figura 1. Localizzazione
delle inchieste sulla narrativa
tradizionale corsa di Geneviève
Massignon (1955 - 1959)

Elenco dei punti di
rilevazione: 1. Nonza; 2. Olciani; 3.
Bastia; 4. Lupino; 5. Calasima; 6.
Albertacce; 7. Pietra; 8. Zitamboli; 9.
Saint Laurent; 10. Loriani; 11.
Carticasi.
3.2.1. L’isolamento del
Niolo attraverso lo sguardo dei
viaggiatori.
Prima di procedere
all’analisi del materiale reperito,
riteniamo opportuna, a questo punto, una
breve considerazione sulle particolari
condizioni materiali di vita pastorale,
sull’isolamento delle popolazioni sparse
nel Niolo, in generale, sul contesto
socio-economico entro cui le fiabe
inserite nella raccolte di Massignon,
hanno circolato e vissuto la loro vita
di trasformazione e adattamento locale,
per comprendere meglio le
caratteristiche della narrativa popolare
corsa.
Col nome Niolo, dal
latino nigellus, «le pays noir»
secondo la tradizione francese, perché
fino al Medioevo era ricoperto da vaste
foreste, si indica la regione centrale
della Corsica, costituita dall’alta
Valle del Golo. I suoi confini sono
precisi: è delimitata nel versante
Sud-Ovest dal Col de Verghju e dal
massiccio montuoso Punta Antica, a Nord
dal Monte Cinto.
Nella prima metà del XVI
secolo, Giustiniani in Description de
la Corse, parlando del Niolo
riconosce che Strabone e altri autori,
che in passato avevano descritto la
Corsica come un paese in molte zone
inaccessibile e impraticabile, avevano
detto la verità. Costata, infatti, che
nel Niolo «il n’y a pas un cheval
du continent qui pourrait, avec un
cavalier sur le dos, descendre ou monter
par ces sentiers. On peut croire que
ceux qui les ont pratiqués n’ont pu
avancer que pas à pas, en faisant à
chaque fois, à force de travail et au
prix de plus grandes fatigues, une lente
conquête sur ce terrain montueux et
accidenté. Tels son les passages qui
donnent accès dans le Niolo. La raideur
et la difficulté de ces sentiers sont
telle qu’on pourrait à peine en donner
un idée; non seulement ils sont presque
impraticable à pied comme à cheval, mais
ils sont encore très dangereux».
Proprio a causa di questo isolamento,
nella seconda metà dell’Ottocento,
Blancqui, viaggiatore e etnologo, nota
che «pour la plupart de ces
hommes enfermés dans leur prison de
granit, la civilisation finit où la
montagne voisine commence […] et c’est
même un trait distinctif de leur
caractère, l’horreur de ces montagnards
pour l’élément qui les entoure».
Solamente verso la fine
del XIX secolo il Niolo, viene reso in
parte accessibile, come apprendiamo dal
viaggiatore Vuillier,
da una strada carrozzabile denominata
Scala de Santa Regina, per i suoi
novantaquattro tornanti, che formavano
una sorta di scala diretta verso il
cielo, e che lo collegava a Ovest a
Porto e a Est a Corte.
Facendo riferimento a
questa strada, nel 1898, Victor Adouin e
Uegénie Dumazet in Voyage en France,
scrivono che grazie ad essa «on
avait finalement relié le Niolu au reste
du monde […] Donc la route a ouvert le
pays, et les idées».
Quaranta anni dopo la
costruzione della strada di Santa Regina
si constata, tuttavia, che il Niolo
rimane ancora «le refuge des
traditions […] un pays difficilement
accessible, où les habitants vivent sur
eux-mêmes sans autre commerce avec
l’extérieur que les hommes allant
conduire leurs troupeaux à la plage».
Tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento,
dunque, il Niolo appare agli occhi dei
visitatori stranieri, provenienti per lo
più dalla Francia, i quali approdavano
nell’isola armati di taccuino e di
penna, con l’intento di osservare e di
annotare testimonianze della vita e
della cultura corsa, una zona
difficilmente accessibile, abitata
esclusivamente da pastori transumanti
che vivono dei prodotti del loro gregge,
in gran parte isolata dal resto del
mondo, per certi versi semiselvaggia,
ferma nel tempo per caratteristiche
naturali e per i modi vita.
Tuttavia, è necessario
precisare che tutte queste testimonianze
provengono da autori francesi, esterni
alla Corsica, da personaggi in visita o
rappresentanti di un autorità presente
nell’isola.
Questa visione esterna
del Niolo, rappresentato come un paese
selvaggio ai margini della
civilizzazione che tanto aveva colpito i
primi viaggiatori ed etnografi
ottocenteschi e molti visitatori dei
primi del Novecento, per l’arcaicità
delle tradizioni, dell’organizzazione
socio-economica, secondo Georges
Ravis-Giordani,
non coincide totalmente con la realtà ma
deve essere affiancata a quella di una
società rurale, un sistema sociale ed
economico complesso frutto di una
gestione del territorio estremamente
elaborato e intelligente; una gestione
cha ha permesso per secoli di soddisfare
tutti i bisogni delle «communautés
villageoises» sfruttando le estreme
diversità ambientali che caratterizzano
la regione: diversità di altitudini, dal
mare al Monte Cinto, del suolo,
contraddistinto da un’alternanza di zone
montuose, pianure fertili e foreste.
3.2.2. La vita pastorale
della Corsica centrale.
In Itinéraire général
de la France del 1894, Paul Joanne
fornisce una definizione generale degli
abitanti del Niolo: «Les niolins
sont aussi tous bergers; il ont la
réputation d’être assez rudes, mais
aussi d’ être très généralement fort
intelligents. Possédant d’immenses
troupeaux, ils louent des pâturages et
ils émigrent avec leurs troupeaux vers
les plages de Galeria dès le
commencement du mois de septembre, avant
que les chutes de neige aient interrompu
la circulation. Comme ils ne peuvent que
difficilement communiquer avec les
centres civilisés, ils ont mieux
conservé les anciens usages; en autre,
ils sont le plus souvent obligés de se
muffire à eux-mêmes: les hommes
fabriquent les instruments en bois qui
leur servent pour l’industrie des
fromages; les femmes tissent la toile et
le drap pendant l’hiver et
confectionnent les vêtements de toute la
famille».
Sempre nello stesso
anno, anche Adouin e Dumazez scrivono a
proposito delle popolazioni del Niolo:
«Bergers sont restés les
habitants du Niolo, ils ne vivent guère
du produit des chèvres et des moutons,
les femmes seules restent dans les
villages, où elles cultivent les terres
avec le concours des italiens, filent le
lin et la laine».
Ravis-Giordani
ci dice che i pastori del Niolo, che
vivevano nelle alte montagne, tra 800 e
1100 metri, almeno fino ai primi
decenni del Novecento, lasciavano il
loro villaggio all’inizio di settembre,
per stabilirsi in pianura o à la
piaghja (in riva al mare), dove vi
era un clima più mite. Era spesso la
fiera di Casamuccioli, la Fiera della
Santa di Niolu, continua l’autore,
che si teneva ogni anno l’8 settembre e
ancora oggi conserva allo stesso tempo i
suoi differenti caratteri di
manifestazione religiosa, commerciale,
ludica e folklorica, a dare il segnale
di partenza. I pastori si separavano
dalle loro famiglie e partivano soli,
verso le valli principalmente della
Balagne, dove vivevano fino al mese di
maggio, spesso senza altro riparo che
quello del loro pilone,
oppure in capanne di lentischio e mirto
costruite appositamente per la stagione.
A la piaghja, la
vita trascorreva nei pascoli e presso la
mandria o presa, recinto
circolare entro il quale le pecore
potevano circolare liberamente, ma non
solo. Minuscoli appezzamenti di terreno
venivano lasciati alla coltivazione
delle vigne, del grano, dell’avena o
dell’orzo. Le donne e un certo numero di
uomini, durante la stagione invernale,
invece, rimanevano nei villaggi dove si
dedicavano ai lavori legati ad una
agricoltura e ad un allevamento di
sussistenza: raccolta, essiccazione e
torcitura delle castagne, allevamento e
uccisione dei maiali, coltivazione dei
giardini.
Verso la fine del mese
di maggio, continua l’autore, i pastori
niolini raggiungevano nuovamente il loro
villaggio, mentre una parte della
famiglia scendeva in Balagne per fare la
mietitura e riportare nel Niolo una
quantità di grano sufficiente alla
consumazione familiare. I pastori,
tuttavia, rimanevano nelle loro
abitazioni solo per un breve periodo,
per poi ripartire e stabilirsi, per
tutta la stagione estiva, negli
stazzi o piazzili situati
negli altipiani tra i 1500 e i 1800
metri di altitudine.
Ravis-Giordani ci
informa che lu stazzu sorgeva al
centro di un vasto appezzamento di
terreno destinato per lo più al pascolo
brado, con radure pulite dagli arbusti e
sterpaglie in modo tale da poter seguire
gli spostamenti del gregge e sempre in
prossimità di una fonte, à funtana.
Nell’area centrale si trovava la capanna
del pastore, una rudimentale costruzione
di una sola stanza posata spesso su
fondamenta di pietre a secco, con un
tetto di tronchi d’albero sopra i quali
venivano sistemati delle assi di pino,
scambule, per consentire l’uscita
del fumo. Il focolare, u fucone,
delimitato da pietre fitte in circolo ne
occupava il centro. Delle nicchie
ricavate nelle pareti, delle casse e
delle travi appese al soffitto,
servivano a sistemare i viveri, gli
utensili e gli indumenti. Un tavolo,
delle panche rudimentali e il letto,
costituito da una sottile stuoia,
completavano il mobilio ridotto
all’essenziale. La capanna era
circondata da muri a secco al fine di
impedire l’accesso, a tutti gli altri
animali: maiali, asini, pecore e capre,
ad eccezione dei cani. Questo recinto,
u chjustrone, continua l’autore,
era sia un luogo di riposo, sia un
luogo, in cui, nei momenti di
tranquillità, i pastori fabbricavano i
vari utensili come lu tinellu,
recipiente in legno dove veniva servita
la polenta, la cochja, un grande
mestolo forato che serviva a scolare il
latte, e il cosgiaghje o
fattoghja, tradizionale stampo per
il formaggio in giunco, ma oltre a ciò,
u chjustrone era soprattutto un
ambiente riparato e protetto in cui si
faceva il celebre formaggio chiamato
u brocciu, che insieme alla farina
di castagne, con la quale si preparava
la polenta, costituiva l’alimento più
importante e la fonte principale di
sostentamento. A riguardo di u
brocciu, sempre da Ravis-Giordani
apprendiamo che tra i pastori si erano
formate numerose leggende, in modo
particolare sulla sua origine mitica.
L’autore ricorda soprattutto quella che
si narra a Santu Petru di Tenda
(trascritta da De Montillet nel 1892)
secondo la quale a insegnare il segreto
di u brocciu ai pastori fu un
orco che insieme a sua madre
terrorizzava, in un tempo remoto, gli
abitanti dell’isola. Essa racconta che «durant
de longues années, les corses avaient
tout fait pour s’emparer de l’Ogre, afin
d’en délivrer le pays; […] Un jour,
enfin, les bergers eurent une ingénieuse
idée. Il placèrent près de sa demeure,
une grosse et lourde botte enduite de
goudron à l’intérieur. L’Ogre ayant vu
cette chaussure, y introduisit le pied,
qui il ne put retirer. Ses adversaires
fondirent alors sur lui pour le
massacrer. Comme il lui était impossible
de fuir, l’Ogre se rendit et parla ainsi
: “ Laissez-moi la vie et je vous
apprendrai à tirer grand parti du
petit-lait de vos chèvres.” Telle
serait l’origine du brocciu».
Secondo Ravis-Giordani, l’importanza di
queste leggende consiste proprio nel
rapporto che esse hanno con l’universo
tecnico dei pastori che in esse è
racchiuso.
Ritornando alla
descrizione della vita che i pastori
conducevano in u stazzu, l’autore
c’informa che nei pressi del
chjustrone, i pastori edificavano
dei recinti di muri a secco destinati al
gregge, uno più vasto, circolare,
chjostra, che serviva a raggruppare
le capre al momento della mungitura e
uno di dimensioni più ridotte e di forma
allungata, detto camputu, che
aveva la funzione di riunire le capre
già trattate. I casgili, luoghi
di conservazione del formaggio,
costituivano la zona più importante di
u stazzu, poiché da essi
dipendeva tutta la produzione e la
qualità del formaggio. Potevano essere
di due tipi: alcuni venivano sistemati
in grotte umide, altri erano ricavati
scavando delle fosse lungo i pendii, le
quali venivano poi ricoperte da assi e
da uno strato di terra. La sera,
terminati tutti i lavori, i pastori
avevano la consuetudine di circolare da
uno stazzu all’altro per
trascorrere alcune ore in compagnia e
rompere in questo modo la solitudine
nella quale trascorrevano la maggior
parte della giornata. Secondo Massignon,
questo isolamento dei pastori era
particolarmente propizio alla
sopravvivenza delle fiabe dato che «favorisait
les rassemblements autour du feu, à la
veillée […] ou se disent des contes».
Occorre precisare a
questo punto che il tipo di transumanza
e la sua durata, l’ampiezza degli
spostamenti e le regioni della
stanziamento finale non erano le stesse
per tutti i pastori che popolavano
l’esteso territorio del Niolo. Come
apprendiamo da Claire Tiévant e Lucie
Desideri
si potevano distinguere tre gruppi
differenti. I comuni situati tra i 600 e
i 900 metri di altitudine e generalmente
in zone ricche di castagneti, la
transumanza si articolava in tre tappe
che comprendeva l’insieme del calendario
pastorale. Da giugno a settembre, i
pastori conducevano i loro greggi in
alta montagna; nel mese di settembre
ritornavano nei villaggi per la raccolta
delle castagne, infine dal quindici
novembre e fino al mese di giugno,
discendevano in pianura, solitamente
nella Balagne. Tutta la famiglia faceva
parte di questa spedizione invernale.
Infine all’inizio del mese di giugno
solamente gli uomini salivano sugli
altipiani dopo aver fatto benedire il
gregge.
I pastori che vivevano
in zone pianeggianti, invece, associati
alla coltura estensiva del grano,
restavano tutto l’inverno nei loro
villaggi praticando un trasferimento di
breve durata, sulle montagne, durante la
bella stagione. Anche in questo caso la
transumanza annuale verso le alture era
generalizzata e comportava lo
spostamento dell’intera famiglia. Ma la
transumanza più rilevante, sia per
l’ampiezza degli spostamenti che
arrivava fino a centocinquanta
chilometri (fino alla Filasorma e al Cap
Corse), sia per la durata, come abbiamo
visto con Ravis-Giordani, era quella che
coinvolgeva solamente gli uomini dei
villaggi che occupavano le pendici più
elevate del Niolo, tra i quali Calasima
(il più alto paese della Corsica situato
a 1050 metri di altitudine). Una duplice
transumanza stagionale, a’mpiagjera
e a’ muntanera, regolava,
infatti, in modo più rigoroso il ritmo
della vita pastorale di questi uomini,
costringendoli a condurre un’esistenza
nomade divisa tra mare e montagna, in
continua e perpetua migrazione, «da la
piaghja à la muntagna, da la muntagna à
la piaghja»,
come diceva un detto corso.
Sempre le etnologhe
Tiévant e Desideri ci informano che, le
transumanze stagionali, implicando una
parte alquanto consistente della
popolazione, favorivano la costituzione
di forti legami tra i membri delle
diverse comunità rurali che occupavano
gli stessi stanziamenti in pianura, ma,
allo stesso tempo, contribuivano ad
inasprire le rivalità, come ad esempio
quelle tra i pastori di Coscione e
quelli del Niolo. I primi, infatti, che
non transumavano mai senza le loro
famiglie, erano soliti deridere i
pastori niolini per il fatto che si
assentassero per lungo tempo dalle loro
abitazioni, lasciando sole le mogli e le
figlie, come si legge in un canto
satirico, u scherzu, composto da
un pastore di Coscione, in cui si mette
in dubbio la fedeltà delle donne del
Niolo e l’onore dei loro uomini.
Massignon afferma che
l’influenza del mondo pastorale è
particolarmente visibile in certi
racconti fiabeschi, in cui il pastore si
trasforma in eroe, ottiene la mano della
principessa o riesce a tenere testa alla
Morte e alla malattia, oppure affiora in
quelle narrazioni nelle quali modi di
dire, esclamazioni, oggetti
dell’esperienza quotidiana, notazioni
gastronomiche rinviano tutti a modi di
esprimersi e di vivere tipici corsi. Si
tratta ovviamente di piccoli dettagli,
sfumature che ci riportano entro la
storia minore e il vivere quotidiano dei
pastori della Corsica, che inseriscono
la vicenda fantastica in un ambiente
familiare al narratore e al suo
uditorio, ossia il mondo pastorale,
quasi che il novellatore non riuscisse a
immaginare al di là del suo mondo.
Precise informazioni sulla vita sui
pascoli si trovano, ad esempio, in due
racconti a carattere leggendario narrati
da un anziano pastore originario di
Zitamboli, nel Niolo. Nella prima, I
prestaticci ou les jours prêtés, il
narratore introduce numerosi elementi
propri della vita di tutti i giorni, che
non si ritrovano nella versione di
questa leggenda registrata da Ortoli,
ad Olmiccia, nel 1881. In questa
versione niolina, il momento in cui
Marzo scatena una terribile tempesta per
vendicarsi dell’insolenza di «u falsu
picuraghju», che ingrato aveva osato
insultarlo con queste parole ingiuriose:
«Marzu, Catarzu, Figliolu di rognone,
facciu li brocci, tamante li spurtone!»
viene sviluppato in questo modo, ricco
di riferimenti al mondo pastorale: «Il
n’était pus question de faire paître les
brebis, encore moins de les traire et de
fabriquer du brocciu. Parmi les brebis,
même celles qui avaient pu se réfugier
dans la mandria, furent anéanties par
les chutes de grêle, accompagnées du
vent le plus froid qu’on ait jamais vu.
Le berger chercha, mais en vain, à
sauver les agneaux; il réussit seulement
à cacher une petite agnelle sous le
paghjulu (grand chaudron, qui sert à
faire cuire le brocciu), mais c’est tout
ce qui fut sauvé du troupeau! Quant au
berger, il eut beau s’abriter dans son
stazzu, et s’envelopper dons son
pilone(cape tissée en poil de chèvre).
Il faillit suffoquer de froid pendant
les prestaticci!».
Nella seconda,
intitolata Saint Martin berger chez
le Diable, quando Saint Martin,
assunto come pastore presso il diavolo,
terminato il suo contratto di tre anni,
chiede di essere ricompensato, il
diavolo gli chiede: «Veux-tu être
payé en argent, ou bien en brebis?».
L’uso di offrire delle pecore in cambio
del lavoro svolto dal pastore era,
infatti, una consuetudine in Corsica. In
questo modo il pastore poteva cominciare
a costituire un suo gregge. Sempre in
questo racconto si trova un riferimento
alla transumanza: «Alors, Saint
Martin prend tout le troupeau, et, en
octobre, il s’en va transhumer en
Filosorma; c’est-à-dire près de Galeria
(toutes les terres, là-bas,
appartiennent à des Niolins, et même, à
l’heure actuelle, la région de Filosorma
est peuplée de gens de Pietra; chaque
Niolin y a sa parcelle!)».
Questi sono alcuni degli innumerevoli
esempi.
La sensazione di
trovarci in un mondo fiabesco e
leggendario, ma anche corso è dato,
dunque da tutta questa serie di piccoli
dettagli tratti dalla vita quotidiana,
un paesaggio, un costume, una moralità o
semplicemente un vago accento o sapore
locale, che tendono a collocare spesso
il racconto entro la cultura
tradizionale della Corsica.
3.3. Il materiale
reperito.
Nell’ambito delle due
campagne di rilevazione condotte da
Massignon in Corsica, in totale sono
stati acquisiti centocinquanta testi
narrativi di tradizione orale.
La raccolta del
materiale è stata effettuata, come
precisa l’autrice, con diversi metodi di
rilevazione: trentatre fiabe sono state
registrate su magnetofono in dialetto
corso e in un secondo momento tradotte,
tre sono state registrate in francese
mentre centoquattordici testi sono stati
dettati dai novellatori in francese, con
le formule di chiusura e i nomi degli
eroi in corso. Sicuramente, scrive
l’etnologa , i narratori e le narratrici
si sentivano maggiormente più a loro
agio ad esprimersi in dialetto che in
francese, tuttavia «le
bilinguisme est si répandu qu’on est
même surpris de la facilité avec la
quelle les montagnards s’expriment en
français».
Non tutti i documenti
rilevati sono stati inseguito pubblicati
nella raccolta di Contes corses
edita da Massignon nel 1963. Nell’Avant
propos, infatti, l’etnologa rileva
chiaramente di aver voluto presentare
nella raccolta un panorama delle varie
aree indagate, adottando una scelta tra
le fiabe, dettate o tradotte in
francese, in modo tale che l’opera fosse
accessibile a tutti, anche ai
ricercatori francesi incapaci di
comprendere i diversi dialetti
dell’isola. Massignon, tuttavia,
consapevole del fatto che l’analisi
linguistica dei testi narrativi
popolari, potesse costituire oggetto di
uno studio distinto e particolarmente
interessante, demanda comunque ad un
secondo momento l’approfondimento di
questo aspetto nell’ambito di una
pubblicazione dialettologia a carattere
regionale.
Classificando tutto il
materiale raccolto secondo l’indice
internazionale di Aarne e Thompson,
Massignon individua centoquattro tipi
narrativi, di cui riportiamo qui di
seguito l’elenco, limitandoci, però, ai
tipi narrativi rappresentati nella
raccolta, che contiene solo centosei
testi scelti dall’autrice tra i
centocinquanta documenti registrati.
3.3.1. Elenco dei tipi
Aarne-Thompson registrati in Corsica.
I. Racconti di animali(T
1 – 299):
T 1, T 9, T 56B, T
130.
II. Fiabe normali.
a) Fiabe di magia(T 300
– 749):
T 300, T 301A, T 307, T
310, T 311, T 313, T 314, T 329, T 327,
T 328, T330D, T 400, T 408, T 428, T
433, T 563, T 570, T 571, T 592, T 613,
T 653, T 670, T 706, T 707, T 709.
b) Fiabe di carattere
religioso(T 850 – 849):
T 875.
c) Racconti
romanzeschi(T 850 – 999):
T 851, T 854, T 875, T
884A, T 910, T 956B.
d) Storie dell’orco
stupido(T 1000 – 1999):
T 1000.
III. Scherzi e
aneddoti(T 1200 – 1999):
T 1290, T 1365, T 1525,
T 1535A, T 1535B, T 1538, T 1540, T
1696A, T 1696B, T 1735, T 1737, T 1791.
IV. Narrazioni
formulari(T 2000 – 2199):
T 2032, T 2300.
3.4. I temi più diffusi.
La documentazione
raccolta, come si può vedere
dall’elenco, ha messo in luce la netta
prevalenza di fiabe normali ed in modo
particolare di fiabe di magia, per le
quali, come ha potuto notare Massignon,
i narratori e soprattutto le narratrici
sembrano avere una predilezione
particolare. Nel corpus hanno un alta
incidenza anche gli aneddoti e le storie
di furbi e di sciocchi, mentre si può
osservare una quasi totale assenza di
racconti di animali.
Massignon rileva che la
maggior parte degli intrecci narrativi
attestati nell’isola, sono stati
rilevati con un numero elevato di
versioni.
È interessante notare
che i temi più diffusi, tra i quali la
fiaba tipo T 300 ossia
L’Ammazzadraghi, di cui Massignon ha
registrato sette versioni (una a Lupino,
quattro nella Castagniccia e due nel
Niolo), la fiaba tipo T 313, la
ragazza che favorisce la fuga dell’eroe,
di cui l’autrice ha raccolto cinque
varianti (una nel Cap Corse, tre nella
Castagniccia e una nel Niolo) e la fiaba
tipo 613, i due viaggiatori,
rilevata in quattro versioni, pur
essendo intrecci noti in tutta Europa,
risultano essere estremamente diversi e
differenti nella loro affabulazione.
Tra l’ampia serie di
storie rilevate in Corsica, il tema
dell’Ammazzadraghi (fiaba tipo
300), a giudicare dal numero di versioni
(Massignon ne ha, infatti, registrato,
come abbiamo accennato qui sopra, ben
sette) sembra essere senza dubbio
l’intreccio con maggiore diffusione e
popolarità.
L’Ammazzadraghi,
come apprendiamo da Thompson,
è una delle più note e antiche storie,
che oppongono l’eroe a qualche
avversario soprannaturale, un drago, un
animale orribile e semplicemente un
mostro non ben definito. L’autore ci
informa che Ranke, mediante l’analisi
minuziosa di trecentosessantotto
versioni de l’Ammazzadraghi e di
circa settecentosettanta versioni della
storia de I due fratelli (fiaba
tipo 303), che contiene quasi
interamente l’Ammazzadraghi, come
vera e propria parte della sua
costruzione, ha individuato una trama
generale della storia, dalla quale,
secondo l’autore, potrebbero essere
derivate tutte le altre varianti e che
sembra comprendere tutti gli elementi
originali quali: il combattimento e
l’uccisione del drago, l’impostore, le
sette lingue, il matrimonio con la
principessa; La trama è la seguente: due
coniugi molto poveri hanno due figli,
un ragazzo e una ragazza. Alla loro
morte lasciano in eredità una casetta e
tre pecore. La casetta va alla ragazza,
le pecore al ragazzo. Questi scambia con
un personaggio misterioso le pecore
ricevute dal padre, contro tre cani
meravigliosi, con i quali decide di
andare per il mondo in cerca di fortuna.
Un giorno si imbatte in un vecchio (o
vecchia), da cui riceve, quale
ricompensa per una cortesia usata, una
spada magica.
Il giovane arriva in una
città parata a lutto, dove viene a
sapere che un drago con sette teste, che
vive su di una montagna nelle vicinanze,
esige periodicamente in sacrificio una
fanciulla, pena la distruzione
dell’intero paese. La sorte ha voluto
che la prescelta fosse in quel momento
la foglia del re. Il sovrano promette di
concedere in sposa la figlia a colui che
sarà capace di uccidere il mostro. Il
ragazzo si reca con i suoi tre cani al
luogo dove vive il drago con l’aiuto del
quali riesce a tagliargli le sette
teste. Il giovane dopo aver ucciso il
mostro taglia le sette lingue e le
nasconde in tasca. La principessa ormai
salva lo invita a tornare da lei, per
ricevere il premio promesso ma l’eroe
vuole ancora provare nuove avventure e
le promette di ritornare dopo un certo
periodo di tempo. A questo punto, il
cocchiere, che ha accompagnato la
principessa, si fa avanti e minaccia di
ucciderla se non giura che dirà al re
che è stato lui ad ammazzare il drago.
Come prova porta con se le teste del
drago. Il re felice, fissa la data del
matrimonio. Ma la figlia riesce
abilmente a rinviare il giorno fino alla
data in cui lei e il giovane avrebbero
dovuto rivedersi. Proprio il giorno
delle nozze, il ragazzo giunge in città
e apprende del matrimonio imminente. Il
giovane invia più volte i suoi cani con
un cesto e un messaggio legati al collo.
La figlia del re riconosce i tre cani e
segue le istruzioni datele dal vero
salvatore. Essa,o il re, ordina che il
ragazzo sia invitato. Appena arriva al
palazzo del re, il giovane dichiara di
essere lui l’uccisore del drago e chiede
se le sette teste abbiano la lingua.
Allora egli tira fuori le lingue dalla
tasca e il re e tutti i presenti
riconoscono in lui il salvatore e le
nozze dei due giovani si celebrano
seduta stante mentre l’impostore viene
punito.
Un particolare aspetto
che si riscontra nelle quattro versioni
corse riportate dalla studiosa nella
raccolta è rappresentato dall’elemento
pastorale che accompagna sempre la
figura del protagonista. Il vincitore
del serpente dalle sette teste emerge da
una condizione pastorale: è un giovane
pastore, coraggioso e impavido che, dopo
aver scambiato le sue tre pecore o capre
con dei cani dotati di straordinaria
forza, ucciso il drago, smascherato
l’usurpatore, ottiene alla fine la mano
della principessa.
Nel complesso le
versioni corse, fatta eccezione per
piccole differenze nei particolari,
rivelano una notevole stabilità nella
trama, tuttavia, è interessante
osservare che la versione registrata
nel Niolo, Le serpent à sept
têtes, pur conservando la struttura
narrativa di base, si distingue dalle
altre per un aspetto molto
significativo, in cui è possibile notare
un riflesso dell’ambiente sociale in cui
è circolata. In questa versione al posto
del re compare «u Caporale, le chef du
village».
Da Antonetti in
Histoire de la Corse
apprendiamo che col nome di Caporali
o Capi-popoli vennero designati
nella Corsica settentrionale, in seguito
alla rivolta antinobiliare del 1358
condotta dalle «communautés rurales», i
rappresentanti delle famiglie dominanti
delle comunità rurali. A partire dal XIV
secolo, scrive l’autore, i Caporali
divennero un nuova aristocrazia a
carattere misto e ambiguo: protettrice
degli interessi delle comunità da una
parte, di cui erano i rappresentanti e
difensori, e dall’altra dominatrice,
imponendo tributi ai paesani. I
Caporali furono, fino al XV secolo,
dunque, dei personaggi che ebbero una
grande importanza nella storia della
Corsica, come mostra in maniera
approfondita lo storico Casanova
nei suoi studi sul rapporto tra i
Caporali e le comunità rurali della
Corsica. Incaricati originariamente,
come i loro omonimi italiani (i Caporali
di popolo) di difendere gli interessi
del popolo contro gli eccessi di potere
e le estorsioni dei signori feudali, ci
dice lo storico, non tardarono a
prendere rapidamente il posto dei
Signori, creando nuova agitazione in una
società in crisi, in cui le strutture
feudali de «l’Au-delà-des-Monts»
(Corsica settentrionale) contrastavano
con le comunità autonome de
«l’En-deçà-des-Monts» (Corsica
meridionale). La loro ascesa sociale,
continua l’autore, fu rapida. Da
popolani che erano all’inizio, i
Caporali divennero prima dei
notabili e ben presto autentici Signori
di fatto. Circondati di «clienti», si
assicurarono le funzioni più importanti
e lucrative e finirono per esercitare il
potere a livello amministrativo,
diventando così i rappresentanti della
massima autorità. Tutto ciò può
spiegare il fatto che nella nostra fiaba
il ruolo del re è assunto dal
Caporale.
La fiaba de Le
serpent à sept têtes offre un altro
motivo di interesse: l’eroe, che in
questo caso è un cavaliere (e
probabilmente non è un caso), dopo aver
ucciso il serpente ed essere stato
invitato dalla figlia del Caporale
a tornare con lei, per ricevere il
premio promesso dice: «J’ai fait le
voeu d’aller combattre les Turcs; et je
ne porrai me rendre chez votre père que
dans un ans».
Vediamo, dunque, apparire un altro
motivo molto diffuso nella narrativa
popolare corsa, ossia la lotta contro i
Turchi, come abbiamo potuto costatare
nella raccolta ottocentesca di Ortoli.
Un altro particolare degno di nota
riguarda la figura dell’usurpatore,cioè
del personaggio che arroga a sé la
liberazione della fanciulla. Abbiamo
notato, infatti, che nelle versioni
corse la figura del falso eroe è spesso
associata al carbonaio o boscaiolo
italiano. Il fatto che nelle fiabe il
carbonaio o boscaiolo italiano venga
identificato come personaggio negativo
non è un caso ma è significativo in
quanto è possibile cogliere in ciò la
connotazione dispregiativa che, nella
regione del Niolo, veniva dato ai
lavoratori stagionali italiani, chiamati
generalmente Lucchesi, perché
provenivano per lo più dalla Toscana,
che giungevano in Corsica, dal mese di
ottobre al mese di maggio per essere
impiegati nei lavori agricoli o
prevalentemente come taglialegna.
Ravis-Giordani
ci dice che i pastori del Niolo, i quali
avevano modo di venire in contatto con i
lavoratori italiani durante la loro
lunga permanenza in Balagne, usavano
spesso il termine Lucchese come
un ingiuria, poiché con questa
espressione i pastori erano soliti
designare colui che non aveva terra, né
diritti civili, né famiglia, né parenti,
insomma una persona che non era un uomo
nel senso sociale del termine. Massignon
riscontra ,tuttavia, una notevole
influenza italiana nelle fiabe corse,
dovuta sicuramente all’apporto di
racconti fiabeschi trasmessi dai
lavoratori italiani durante il loro
soggiorno in Corsica, i quali col tempo
sono poi entrati a far parte del
patrimonio narrativo tradizionale
dell’isola. Questo influsso italiano, ci
informa l’autrice, è evidente ad esempio
nella storia di Les moines et le
porcher,che gli fu raccontata da un
pastore niolino (ma che no è presente
nella raccolta), in cui il toscano è la
lingua con cui si esprime il superiore
mentre il dialetto corso è il linguaggio
adottato dal porcaro. L’italiano è
considerato, dunque, dalla narratrice
come una lingua più elegante, raffinata
rispetto al dialetto corso sicuramente
espressivo ma rude.
3.5. L’originalità delle
fole corse secondo Massignon.
Ha la narrativa corsa
una sua specificità? Sarebbe possibile
riconoscere immediatamente una fiaba
corsa? Massignon sostiene che il
patrimonio narrativo della Corsica
presenta indubbie particolarità.
Prendendo in esame nel suo complesso la
narrativa tradizionale rilevata,
l’etnologa nota che i fattori di
maggiore significatività sono: il gusto
dell’avventura e il disprezzo del
pericolo. La maggior parte dei racconti
hanno, infatti, per protagonisti
impavidi giovani in cerca di fortuna che
si espongono a pericoli soprannaturali e
ad avventure di ogni genere per la
conquista di oggetti meravigliosi o per
ottenere la mano della principessa.
Altri elementi caratteristici sono un
forte sentimento per la giustizia, che
comprende anche la vendetta, e questo
vale sia per il mondo degli uomini sia
per il mondo degli animali e, infine, il
culto della bellezza, privilegio che
esalta l’eroina e le serve anche da
difesa.
Sobrietà, chiarezza,
vivacità comunicativa
contraddistinguono, secondo Massignon lo
stile narrativo dei novellatori corsi.
Non esistono, continua
l’autrice, formule precise di apertura.
Il novellatore inizia solitamente il
racconto in modo stereotipato e
convenzionale, con il classico: «una
volta era…». In chiusura, invece, le
formule sono peculiari, riportano
ironicamente l’attenzione alla realtà
dell’enunciazione narrativa e
contrassegnano l’invito a un cambio di
turno dei narratori. La formula più
semplice e diffusa è : «Fola Foletta,
Dide a vostra, C’ha mea è detta»,
talora dilatata in : «Fola Foletta,
Mett’in calzetta, Dide a vostra, A mea è
detta»
o ancora in : «Fola Foletta, Schinche
rilletta, Dide a vostra, A mea è detta».
Sono ricorrenti anche chiusure costruite
in forma ritmata del tipo: «M’hanu dadu
una sporta di vinu, Una zucca di pane,
Unu schincu di jallu, Per andà à
cavallu!»
di cui esistono alcune varianti. Infine
vi sono formule meno usuali quale
quella in cui si fa riferimento ad
alimenti tipici: «Hanu fattu una grande
festa, c’eran’sigari di tutte sorte,
Canistrelli e fritelli, Pezzi di
brocciu, A! la bella festa, M’hanu dadu
un’pede di jallina, che mi n’ardes’à
casa mea».
3.6. Rielaborazioni di
fiabe per l’infanzia.
3.6.1. Francette Orsoni:
(ri)scrittrice di fiabe.
Nel 2002, quasi quaranta
anni dopo la pubblicazione
dell’imponente raccolta di fiabe corse
di Massignon, Francette Orsoni,
scrittrice e illustratrice corsa per
bambini, nell’Avant la séance de
Fiordilisa et autres contes corses,
scrive che «Ces contes ont
longtemps dormi, repliés dans les
mémoires ou aplatis dans les recueils
d’enquêtes. Lorsque je les ai
découverts, je les ai aimés malgré
l’était dans le quel ils se trouvaient.
Depuis, ils sont allés sur les chemins,
sur les sentiers, dans les villages et
dans les villes, dans mon île et
ailleurs. Ils sont passés d’une langue à
l’autre, car c’est la musique de cette
autre langue qui les a aidés à trouver
leur forme et à avancer».
Secondo la scrittrice,
dunque, è necessario infondere a queste
fiabe della tradizione orale, ormai
dimenticate, una rinnovata carica di
vitalità. Esse hanno bisogno della
parola, continua l’autrice, per rivivere
«comme les graines endormies ont
besoin d’eau pour germer…».
In questa raccolta,
Orsoni propone una rielaborazione
destinata all’infanzia di Le Miroir,
la fleur et le cheval. U fiore, u
specchju, u cavallu, Trascritta in
francese da Geneviève Massignon, in
Contes Corses, una adattazione del
racconto di Harpalionu,
registrato da Frédéric Ortoli, in Les
Contes populaires de l’île de Corse,
una adattazione ritmata di Pedilestu
et Mustaccina,inserita anch’essa
nell’opera di Ortoli e una riscrittura
di un breve racconto tradizionale
registrato da Ghjuvan Battistu Straboni,
intitolato U secretu di a Volpi.
Questa raccolta, della collana
Paroles de Conteurs, nasce dall’idea
di riscrivere le fiabe «plutôt
come on les dit que comme on les écrit»,
ossia di far emergere dal testo scritto,
l’intensità, il ritmo e la forza delle
emozioni impresse in ogni parola. Uno
dei metodi adottati da Orsoni è quello
di utilizzare caratteri differenti, come
il grassetto, per dare rilievo e
importanza ad una determinata parola,
spazi bianchi per creare i silenzi, le
rotture, per aumentare le attese verso
gli altri sviluppi del racconto, e la
ripetizione di medesime parole, come è
il caso di é viaghja, é viaghja, é
viaghja…, al fine di dilatare l’idea
dell’ampio spazio attraversato dal
protagonista della fiaba e del tempo
impiegato a percorrerlo.
Orsoni, pur rimanendo
comunque piuttosto fedele alla trama
classica, introduce nelle fiabe dei
cambiamenti sostanziali, innanzitutto
sul piano dell’espressione, in cui
l’autrice esercita maggiormente la sua
libertà creativa: modernizzazione del
linguaggio, arricchimento del
vocabolario, uso del gergo giovanile o
di altri registri specifici.
Anche i titoli, fatta
eccezione per Pedilestu et Mustaccina,
presentano varianti più o meno
significative rispetto a quello
originario. Le modifiche si collocano
lungo una scala che va da variazioni
minime di tipo grafico, è il caso di
Harpalionu, che in Orsoni diventa
Arpalionu,
fino a titoli completamente diversi come
Le contrat,
originariamente U sicretu di a volpi
e Fiordilisa,
il cui titolo nella raccolta di
Massignon, come abbiamo già accennato
qui sopra, è Le Miroir, la fleur et
le cheval.
Un dato immediatamente
evidente dal confronto fra i testi
originari e le riscritture di Francette
Orsoni è l’accentuazione del dialogato.
L’autrice sviluppa dialoghi assenti nei
testi di partenza e aggiunge battute nei
dialoghi, ampliando quelli originari,
per dare maggiore ritmicità al racconto.
Così, per esempio, in Harpalionu, (che
narra la storia di un ciuco che grazie
alla sua astuzia riesce a far credere ad
un leone d’essere più forte di lui e a
farsi incoronare re di tutti gli
animali), il momento in cui l’asino e il
leone devono oltrepassare un corso
d’acqua, in Ortoli, è sviluppato in
questo modo:
«Or, il arriva qu’il fallut traverser
une rivière.
D’un saut, le lion atteignit la rive
opposée.
L’âne, au contraire, se mit à nager si
maladroitement, qu’il risqua mille fois
de se noyer.
Enfin, il réussit à la passer.
─ Comment, dit le lion, étonné de tant
de maladresse, tu ne sais donc pas
nager?
─ Moi! Je nage mieux qu’un poisson.
Le lion se contenta de la réponse, et,
de nouveau, les deux animaux se mirent
en route».
Mentre Orsoni lo
sviluppa in quest’altro modo:
«Mais la vie n’est pas toujours simple :
Les voilà tout à coup obligés
De franchir un
torrent !
En ce temps-là, il faisait chaud,
Mais quand il pleuvait, il pleuvait à
flots.
Sans l’ombre d’une hésitation,
d’un
bond souple,
Le lion s’élance au-dessus
des
tourbillons.
Arpalionu voudrait bien en faire
autant, il hésite et finalement
se jette à
l’eau !
Mais il nage si maladroitement
que lorsqu’il rejoint avec peine
l’autre rive, le lion
lui dit :
Ma sé un
strampalatu, un’intravanatu,
Un veru
balalò !
Vexé, l’âne répond :
─ Moi, maladroit et lourdaud ?
Tu n’as rien compris !
J’avais au bout de la queue
Un poisson grand comme ça,
Et toi, en criant, tu l’as fait fuir !
─ Ha ! Ha ! tu pêches en nageant ?
Tu es un animal intéressant !
À nous deux, nous allons régner sur tout
ce continent».
Altri cambiamenti
rilevanti riguardano l’inizio e la fine
delle fiabe. Forse l’esempio più
lampante è dato dalla versione di
Pedilestu e Mustaccina, che racconta
la rocambolesca avventura du un gatto,
chiamato Pedilestu, che cerca di
salvare in ogni modo la sua amica
gattina, Mustaccina, che rischia
di morire strangolata da una mandorla.
Mentre nella versione di Ortoli, l’
azione narrativa ha inizio
immediatamente con la proposta del gatto
di andare in soffitta: «Le petit
chat a dit à la petite chatte: ─ Viens
au grenier, et là nous mangerons de
belles noix et de belles amandes».
Nella fiaba rielaborata da Orsoni,
invece, l’esordio vero e proprio, che
inizia con lo strangolamento di
Mustaccina a causa di una mandorla, è
preceduto da una introduzione
dettagliata del futuro eroe e
dell’amicizia che lo lega a Mustaccina:
Il était une
fois, dans ce pays-ci,
dans cette
île-là,
un grand et
gentil chat,
dégourdi et
agile,
nommé
Pedilestu.
Il était très
ami, plus qu’ami,
Avec une chatte
gracieuse
Et gourmande
nommé
Mustaccina.
À eux deux, il font une telle paire
et une belle peur aux souris et
aux rats qu’aucun n’ose s’approcher
des maisons.
Les maîtres des lieux peuvent ainsi
laisser sécher en toute tranquillité les
récoltes, dans le grand et mystérieux
grenier.
Pedilestu et Mustaccina ont beau être
choyés, chouchoutés,
Il n’ont pas non plus le droit
d’aller dans le grenier,
Car ils risquent d’y faire des dégâts,
en se roulant dans les pommes, les
amandes et les noix…
Mais on préfère toujours
Ce qui est interdit !
c’était comme ça hier,
c’est comme ça aujourd’hui !
C’est pareil chez les chats…aussi !».
Sempre in questa fiaba
Orsoni, introduce un’altra modificazione
significativa nel finale rispetto al
testo originale di Ortoli,che termina
semplicemente con la morte della gattina
e la decisione del gatto di non
catturare più topi per vendicarsi di chi
non gli ha voluto prestare soccorso .
Nella versione di Orsoni, invece, la
condanna morale nei confronti di chi non
ha voluto aiutare il gatto, che è
solamente accenna in Ortoli, è resa
esplicita. La scrittrice fa terminare,
infatti, la fiaba in questo modo:
«dans ce pays-ci, dans cette île-là,
tout le monde sait, même les chats,
qu’il ne faut jamais refuser d’aider
quelqu’un qui est en danger,
et qu’un coup de main,
ça ne se remet jamais
à demain !»
Un’ulteriore novità, in
queste rielaborazioni delle fiabe
tradizionali corse rivolte all’infanzia,
consiste in una descrizione più accurata
dei personaggi, che sono rappresentati
con un maggiore spessore, una
personalità più ricca e con dei
sentimenti. La scrittrice introduce,
infatti, caratteristiche che servono a
tracciare meglio il personaggio. Così
Arpalionu, non è un semplice âne
che un giorno si mise in testa di andare
a fare fortuna e dopo aver rotto la fune
che lo teneva legato, corse nei prati e
per la felicità «se mit à braire
tant et si fort et si joyeusement, qu’un
lion qui, par hasard, se trouvait par
là, vint voir de quoi il s’agissait».Ma
è un’ asino :
«qui avait un nez démesuré
Et une crinière courte, raide,
ridicule !»
È un asino ambizioso,
che venuto a sapere di un leone che si
era proclamato re di tutti gli animali,
decise di diventare anche lui re di
tutti gli animali.
«─ Moi aussi, j’aimerais devenir
aussi puissant que lui!
Alors il
décida de partir
Conquérir le pays.
Pour se donner du courage, et pour
impressionner l’entourage,
il se mit à braire comme seuls
les ânes savent le faire,
et il se fit entendre jusqu’au fin fond
du pays!»
Oppure, in Pedilestu
e Mustaccina, i due protagonisti non
sono solamente «le petit chat
[…] la petite chatte»,
come nella fonte originale, bensì «un
grand et gentil chat, degourdi et agile
─ e ─ une
chatte gracieuse et gourmande».
O ancora, in Fiordilisa, la
generica «jeune fille»
contesa da tre giovani, che partono per
un anno alla ricerca di un regalo
straordinario, affinchè la giovane possa
decidere chi dei tre sposare, diventa:
«une princesse,
[…] une reine,
car elle a toujours eu une cour autour
d’elle.
[…]
Chaque jeune homme rêve
De l’épouser, et trois jeunes hommes en
particulier passent leur vie
à l’entourer,
à la servir,
à l’accompagner…»
3.6.2. «La légende du brocciu. U secretu
di u Magu».
La fiaba raccontata con
le immagini.
Numerosissime sono le
strategie impiegate da Francette Orsoni
per far rivivere ai bambini l’incanto
della tradizione orale del popolo corso.
Un altro modo, come si può ben notare in
La légende du Brocciu. U secretu di u
Magu,
che racconta come i pastori corsi
appresero il segreto di u Brocciu, è
quello di cercare di trasmettere la
magia del racconto non soltanto col
testo, scritto sia in corso che in
francese, ma anche e soprattutto con le
illustrazioni.

Fig. 1. «i “ magunelli” so qui, à nantu
à i cantoni è si sciaccani fittoni di
pani cù un casgiu frescu, frescu, cusì
lighjeru, chì pari piu cà bonu!»
La storia, dal fascino
sorprendente, è affidata sia alla parola
sia alle immagini che avvolgono il
testo. Questa creazione, infatti, dice
la stessa autrice nell’Avant-Propos «est
le fruit d’un rencontre entre Ecriture,
Parole et Image, mise au service d’un
légende dont on trouve la trace à
travers plusieurs variantes dans le sud
comme dans le nord de l’île».
L’autrice e
illustratrice si propone di far rivivere
ai bambini in maniera ludica e «colorée»
questo importante tassello della
mitologia agro-pastorale della Corsica
(di cui abbiamo già parlato nella
descrizione della vita pastorale nel
Niolo) poiché si tratta di una
significativa leggenda fondatrice, che
narra l’origine mitologica del formaggio
chiamato Brocciu. Inoltre, scrive
Orsoni, «puisque notre société
tient encore à marquer ses événements
par de symboliques “ Friteddi” ou
“frittelli” il nous a semblé
également important qu’elle récupère,
avec cette légende, une parcelle de cet
imaginaire, autre facette de son savoir
-être…»

Fig. 2 : «Ma cù pedi
calzu è l’altru nò, inciampa, rutuleghja
è casca à mezi petri!
Bon prò pà i pastori!
Escini tutti insemi dà u so piattatoghju
è saltani in cresta à u magu, briuneddu:
“VITTORIA, VITTORIA! U MAGU HÈ NOSTRU!”
[…] Tandu u magu prega,
supplicheghjia i pastori è dici: “
Lascetimi andà chì eiu vi possu dà un
sicretu maragliosu chì vi ampararà à fa
un frumagliu frescu savuritu è gustosu!
[…] È dici à i pastori
chì a moglia, sta magona, hà pinsatu à
mischià latti è seru. […] U Magu spiega
cumu a moglia faci scaldà tuttu,
pianamenti è bè, senza lu coci troppu,
chì si dinò incutalisci. Dici dinò:
“Cosa mai vista, stu frumagliu si magna
cù u zuccaru è si chiama BROCCIU!”»
3.6.3. I bambini giocano
con la tradizione orale.
Fiaba e teatro a
scuola.
A partire da ricerche
approfondite sulla letteratura orale e
sul patrimonio culturale della Corsica,
«l’Association U filu di a Memoria»,
animata da Francette Orsoni, ha
perseguito un movimento artistico e
creativo che si è manifestato attraverso
diversi ateliers di pratica artistica e
teatrale «Conte et Théâtre»,
indirizzati ai bambini tra i sei e i
dodici anni e organizzati in ambito
scolastico.
Il primo volume della
collana «Les enfants jouent avec
la traditions orale»
intitolato La mère de Vents. A mamma
di i Venti,
indirizzato agli insegnanti, agli
animatori ma anche ai bambini
interessati alla preparazione di uno
spettacolo teatrale, ci permette di
scoprire i risultati del primo
laboratorio di «Conte et Théâtre»,
realizzato nel 1997, durante tutto
l’anno scolastico, nell’ambito
dell’insegnamento di lingua corsa di due
o tre ore settimanali e durante «le
temps cantine», in collaborazione
dell’associazione teatrale «Jeux
de mains et de mots», e
«l’Association Peintres en herbe»
e presentato in lingua corsa e in
francese dai bambini delle scuole
elementari «St Jean et Salines»
nella Salle des congrès
ad Ajaccio.
In un primo momento
Francette Orsoni ha realizzato una
rielaborazione della fiaba I Venti
registrata da Massignon, e l’ha
presentata con una trama musicale in
maniera da suscitare l’immaginazione dei
bambini.
A mamma di i Venti,
narra la storia di Ghjuvanninu che va
alla ricerca della Mamma dei venti,
per sapere chi tra i suoi figli,
Livanti, Tramuntana e
Libecciu, ha distrutto il suo campo
di grano e per chiedere una riparazione
per il gravissimo danno subito.
Libecciu
per pagare la sua colpa regala a
Ghjuvanninu un piccolo sacco, ma non un
sacco qualsiasi, grazie al quale potrà
avere ogni sorta di pane, pronunciando
queste parole:
«Saccu Sacchitteddu
Dà mi un
canistreddu,
Saccu sacchittonu
Dà mi un
canistronu».
Tornato a casa,
Ghjuvanninu rivela il potere del sacco
alla madre e per lungo tempo divide
tutti i tipi di pane, canistreddi,
finucchjetti, che il sacco produce
con tutto il villaggio, fino a quando,
però, la madre non rileva ad una vicina
il segreto del sacco, che perde perciò
il suo potere. Ghjuvanninu si rimette
allora in viaggio verso la dimora della
Mamma di i Venti. Giunto presso i
venti, Libecciu gli dice:
«Tu as été averti, et tu l’as dit,
mais…ton blé a repoussé, depuis!».
Tuttavia, la madre dei venti, per non
lasciarlo partire a mani vuote, chiede
ai figli di consegnare al giovane un
altro sacco, ma dove questa volta «Chacun
de nous y mettra des secrets et ces
secrets là, Ghjuvanninu pourra aller les
raconter au monde entier […] de
merveilleux secrets qui viennent du pays
du soleil Levant! […] les mystères des
sources et des fées qui habitent les
rivières et les vallées […] les
terribles histoires du Magu, du Monti
Tafanatu, et du fameux Basgiliscu du
Celavu!»
perché, dicono in coro tutti i
recitanti, alla fine della
rappresentazione teatrale : «pour
grandir on a besoin de pain, mais on a
aussi besoin d’histoires et de chansons».
Durante il laboratorio «Conte
et Théâtre» i bambini
oltre all’acquisizione di nozioni
teatrali primarie e a migliorare la
gestualità corporea, l’espressività e la
creatività, attraverso disegni,
pitture, realizzazione di maschere, la
fabbricazione di costumi, la conoscenza
di strumenti tradizionali vengono fatti
avvicinare al loro patrimonio culturale.
La fiaba della
tradizione orale così riadattata,
nell’ambito del laboratorio, diventa un
veicolo, uno strumento oltre che per
potenziare la creatività, soprattutto
per permettere ai bambini di
riappropriarsi della lingua corsa e per
trasmettere loro il sapere culturale
della loro isola.
Capitolo quarto.
4. Il tradizionale
patrimonio narrativo dei pastori e
contadini di Gallura.
4.1. La specificità
della Gallura e dei galluresi nel
contesto sardo.
Salvatore Brandanu
afferma che nel contesto geografico,
etnico e culturale estremamente
composito e frammentario quale è quello
della Sardegna, la Gallura si presenta
senza dubbio come l’area più omogenea e
allo stesso tempo come la regione più
marcatamente «diversa» dal resto
dell’isola. A segnare questa diversità
c’è, continua l’autore, l’origine del
galluresi, che è corsa e non sarda, la
lingua gallurese, che ha una sua
peculiarità espressiva e che, secondo il
glottologo tedesco Wagner, è «un
dialetto essenzialmente corso e si
avvicina più particolarmente al dialetto
oltremontano parlato nella parte
meridionale della Corsica»,
la peculiarità delle componenti fisiche
e geografiche e, infine, la singolarità
dell’insediamento di tipo disperso,
costituito dagli stazzi.
La Gallura, per questi
motivi di differenziazione geografica,
culturale, linguistica, può essere
considerata, adottando la prospettiva
che Alberto Merler
definisce «insulare», una realtà che in
qualche modo presenta i connotati
dell’isola, un’isola nell’isola.
La prospettiva insulare
di Merler si contrappone a quella che
comunemente tende ad associare il
termine isola a quelli di isolamento,
emarginazione, distanza. Nell’accezione
utilizzata dall’autore, infatti, il
concetto di isola si riferisce non solo
a quei territori geograficamente
definiti tali, definibili cioè in base
al fatto di essere circondati dal mare,
ma ogni realtà che si differenzia, oltre
che sul piano fisico anche su quello
socio-culturale «da tutto ciò che le sta
intorno, traendo da ciò elementi di
distinzione».
Un’ isola, continua l’autore, non è un
sistema a sé, uno spazio chiuso, ma è
«parte di un sistema relazionale»,
che trae dagli altri spazi circostanti
non soltanto la sua identificazione in
termini di differenziazione, di
auto-riconoscimento, ma anche
possibilità di rapporti, di scambio, di
collegamento. In questo senso, noi
dobbiamo intendere la Gallura, come
appunto uno spazio non soltanto fisico
ma socio-culturale che «si differenzia
rispetto agli altri modi di essere
società dell’altra gente che vive
tutt’intorno»
con i quali, tuttavia, stabilisce una
relazione, un confronto. Essere
un’isola, dunque, secondo l’autore, non
significa affatto isolamento,
estraniazione, anche se spesso le realtà
caratterizzate da elementi di insularità
sono state (e lo sono ancora in molti
casi) identificate come realtà
caratterizzate da assenza di
comunicazione, d’interruzione dei
rapporti umani e di mancanza di
informazioni. Tutti questi elementi,
come vedremo parlando della «civiltà
degli stazzi», non hanno caratterizzato
la Gallura. Infatti, anche se è
storicamente innegabile che la Gallura,
come apprendiamo da Le Lannou,
sia stata caratterizzata da una
bassissima densità e da una oggettiva
marginalità rispetto alle altre
sotto-regioni della Sardegna,
marginalità imputabile sia alla sua
collocazione geografica, sia alla
naturale povertà del suolo, poco
produttivo, che non poteva esercitare
che poche attrattive, sia sulle
popolazioni indigene, sia sui vari
dominatori che si sono succeduti in
Sardegna, non era isolata nei termini
suddetti. La vita dei pastori-contadini
negli stazzi, infatti, sebbene
trascorresse per la maggior parte del
tempo in solitudine, era interrotta da
momenti d’incontro, di scambio e di
convivialità, tutti comportamenti
estranei ad una realtà «isolata». Non
bisogna poi dimenticare dei continui
rapporti tra Gallura e Corsica, che si
sono svolti nel corso dei secoli e che
sono ampiamente documentati sin dall’età
punica e romana, come ci informa Mastino.
Anche da Cossu
apprendiamo, inoltre, che non c’è dubbio
che, fin dai tempi più antichi, la
Sardegna Settentrionale fu soggetta ad
una corrente migratoria dalla vicina
Corsica, che fu particolarmente intensa
nel XVIII secolo e che continuò sino a
non molti anni fa. Come testimonianza
della vastità e della profondità dei
continui contatti tra la Corsica e la
Gallura, ad esempio, Cossu cita la
progressiva penetrazione della parlata
dei corsi immigrati nelle campagne e nei
paesi della costa settentrionale
dell’isola, che mescolandosi e
fondendosi con la parlata degli indigeni
galluresi, avrebbe dato origine ad un
corso-gallurese che, tuttavia, con le
proprie caratteristiche forme e accenti,
si contraddistingue in un certo grado da
quello oltremontano, parlato nella
Corsica meridionale. Un’ulteriore
conferma dei rapporti tra corsi e
galluresi, secondo l’autore, è segnata
anche dalla presenza di numerosissimi
cognomi di provenienza corsa, in
particolar modo nella zona di Santa
Teresa di Gallura, ma è facilmente
riscontrabile sino ai limiti estremi di
San Teodoro ed all’interno del
territorio.
4.2. La civiltà della
stazzo.
Fresi
sostiene che ciò che più d’ogni altro
elemento caratterizza la Gallura è
l’insediamento rurale sparso, costituito
dagli stazzi, aziende
agro-pastorali, in genere cellule
abitative unifamiliari autosufficienti
che, come sosteneva Le Lannou «mettono
nel paesaggio una nota singolare»
e finiscono per dare «a questa fascia
marittima poco privilegiata, che non ha
mai provocato niente di più che
iniziative individuali di
colonizzazione, la sua paradossale
originalità».
Pare che a costituire
gli stazzi, o per lo meno ad
accrescerli notevolmente, secondo
quanto afferma Renzo De Martino,
siano stati, tra la fine del Seicento e
i primi del Settecento, dei profughi
fuggiti dalla Corsica a causa di faide
familiari devastanti, di rovinose
difficoltà economiche e profonde crisi
sociali, che unitisi ai pochissimi
abitanti della Gallura, allora quasi
deserta, costruirono con la pietra
locale, il granito, piccole case nei
siti più soleggiati e riparati dai venti
dominanti, in sostituzione delle capanne
in frasche utilizzate dai pastori
nomadi.
Non si trattò,
naturalmente di vero e proprio esodo,
continua l’autore, ma fu un’emigrazione
considerevole e persistente, favorita
dalla prossimità delle due sponde e
dalla facilità di inserirsi in una terra
quasi disabitata, che comunque svolse
sicuramente un ruolo di grande rilievo,
se non addirittura determinante nel
processo di evoluzione della «civiltà
della stazzo».
Da Fresi
apprendiamo che durante il periodo di
vera floridezza di questa civiltà,
ossia intorno agli anni 1850 - 1870, la
stazzo non era altro che una
costruzione in muratura di una sola
stanza col pavimento in terra battuta
arredata con un letto, la banca
(il tavolo da pranzo), lu bancu
(panca rudimentale), alcune catrei
e banchìtti (sedie e sgabelli),
una macina e il forno. Al centro della
casa manna, che veniva sempre
accresciuta da altre stanze,
l’appusènti, quando ad ogni
matrimonio la famiglia si allargava,
c’era lu fuchìli (il focolare),
delimitato da pietre sistemate in
circolo e, appesi al soffitto di canne e
travi, i graticci con il formaggio e
gli insaccati. Nelle vicinanze della
casa vi era l’ovile, il vaccile, la
porcilaia, l’orto e la vigna. Tutto in
torno, un appezzamento di terreno più o
meno vasto, quasi sempre boscoso, parte
del quale veniva riservato alla
coltivazione dei cereali e parte
destinato al pascolo brado.
Brandano
ci dice che la vita nello stazzo
comportava disagi veramente notevoli.
Tra tutti i fattori di disagio quelli
che, secondo l’autore, rendevano
particolarmente dura l’esistenza nello
stazzo erano la scarsissima viabilità e
la mancanza di acqua nelle vicinanze
dell’abitazione.
Mancavano le strade:
solo piccoli sentieri allargati nel
corso dei secoli dal calpestio di uomini
e animali e dal passaggio dei carri o
semplici mulattiere percorribili solo a
piedi e a cavallo, collegavano tra loro
i diversi nuclei abitativi. Ma, durante
il periodo invernale, spesso
l’ingrossamento e lo straripamento dei
ruscelli interrompevano le
comunicazioni, rendendo intransitabili
queste strade e isolando in questo modo,
per diversi giorni, i vari stazzi
dagli insediamenti limitrofi.
L’assenza d’acqua nello
stazzo comportava la necessità
del suo rifornimento quotidiano sia per
uso domestico che per uso potabile.
Cercare di procurarsi una quantità
d’acqua sufficiente a fare fronte alle
esigenze familiari, continua l’autore,
comportava non poche difficoltà e
soprattutto nel periodo estivo, dato che
ci si avvaleva di ruscelli, che tuttavia
già a partire da giugno andavano in
secca, di pozzi, la cui portata era
piuttosto modesta e di fontane, che
erano situate in luoghi disagiati dello
stazzo.
Ciò che rendeva ancora
più dura la vita dei pastori-contadini
galluresi, scrive Brandano, era il fatto
che l’esistenza fosse condizionata dal
susseguirsi ciclico delle stagioni e
costantemente turbata dall’ossessiva
preoccupazione per il loro andamento, e
non a torto, visto che se per qualche
ragione il raccolto andava male ciò
significava fame e carestia per tutta la
famiglia. Tutto, dalla semina alla
raccolta dei prodotti agricoli, dalle
attività d’allevamento alle attività
domestiche, era programmato dal
succedersi ritmico delle stagioni. I
lavori agricoli iniziavano in agosto con
la preparazione dei terreni da seminare
e proseguivano a settembre e ottobre; a
novembre e dicembre avveniva l’aratura e
la semina, mentre a febbraio e marzo i
lavori riprendevano con la
zappettatura. A giugno, i
pastori-contadini provvedevano poi alla
mietitura e a luglio alla trebbiatura
per ricominciare il ciclo in agosto.
Anche l’attività pastorale, continua
l’autore, pur essendo limitata a qualche
ora al giorno, era continua e richiedeva
la presenza costante del pastore nello
stazzo e non consentiva la
possibilità di riposi lavorativi. Come
abbiamo appena visto, dunque, vivere
nello stazzo comportava un carico
lavorativo molto pesante, che il
pastore-contadino doveva affrontare, per
giunta, per la maggior parte del tempo,
da solo a contatto con un ambiente
ostile e minaccioso.
4.2.1. Fatalismo e
superstizione tra gli abitanti degli
stazzi.
Perché l’esistenza nello
stazzo potesse scorrere senza troppe
difficoltà, scrive Fresi,
le forze naturali dell’uomo non erano
considerate sufficienti, c’era bisogno
del soprannaturale, che era lì, a
portata di mano per chi sapeva cogliere
i segni e il loro significato. Tra i
pastori-contadini della Gallura,
infatti, continua l’autore, c’era la
convinzione che parallela alla vita
reale scorresse un’altra vita nascosta,
misteriosa, ma in ogni modo
determinante, che si poteva conoscere
solo attraverso dei segnali che
bucavano, per così dire, il mistero,
permettendo a chi ne era in grado di
scrutare quella seconda realtà, mentre
chi non riusciva a riconoscere questi
segni o addirittura li ignorava di
proposito, doveva fare i conti con le
forze del male, che cercavano in ogni
modo di intralciare la vita dei poveri
mortali. Le insidie del maligno,
l’usbellu, dice Fresi, venivano
scongiurate con formule magiche di cui
sia i bambini sia gli adulti non
potevano fare a meno. C’erano scongiuri
speciali per togliere lu colpu
d’occhj, il malocchio, vi erano
formule per proteggere la salute della
casa, dei beni, dei greggi o contro ogni
strobbu ,ogni cattivo evento, che
venivano recitate in ogni occasione, ma
soprattutto quando ci si metteva in
viaggio. Ma nello stazzo, le
occasioni di pericolo e di paura erano
veramente tante e per queste esisteva
un’unica e lunga formula magica che le
comprendeva tutte e alla quale si
attribuiva una potenza illimitata: li
dódici paràuli, ossia le dodici
parole, che, secondo la tradizione
popolare, fu Gesù Cristo in persona ad
averle dettate ad una donna di grande
fede vissuta sempre in uno stazzo.
Magia, fatalismo,
superstizione, paura d’essere agiti da
forze sopranaturali imperscrutabili
costituivano, dunque, un notevole
aspetto della mentalità degli abitanti
degli stazzi, che influiva e
condizionava non poco i loro
comportamenti e in generale tutta la
loro vita, e che si rispecchia
profondamente nella loro narrativa
popolare, come vedremo con Mossa
parlando del patrimonio narrativo
popolare gallurese.
4.2.2. Momenti
comunitari.
Fresi
afferma che nelle condizioni di
isolamento diffuso in cui gli stazzi si
trovavano per gran parte dell’anno,
l’esigenza di socialità era soddisfatta
da diverse occasioni di incontro e di
socializzazione tra le famiglie del
vicinato, molte delle quali erano legate
al lavoro come l’aglióla, la
trebbiatura, lu tunditògghju, la
tosatura, lu bibbinnatògghju, la
vendemmia, l’ammazzatògghju di lu
polciu, l’uccisione del maiale e
li manialìi, ossia l’aiuto
comunitario per i lavori più urgenti.
Altri momenti di
incontro che allietavano la difficile e
solitaria vita nello stazzo,
continua l’autore, erano costituiti
dalle feste campestri e padronali, dagli
sposalizi, e dai balli, li
baddatogghji, che venivano
organizzati in tutte le stagioni ed in
particolare nel periodo di carnevale.
Tra queste situazioni di socialità
rientravano anche le veglie notturne
intorno al focolare. Durante le lunghe
notti invernali, spesso per rendere meno
opprimente la solitudine, continua
l’autore, venivano invitati negli stazzi
gli improvvisatori, li puètti
oppure canzunadóri, e i cantanti
dialettali, chiamati cantadóri
che girovagavano da un’abitazione
all’altra ricevendone ospitalità e
raccogliendo consensi dagli uditori.
Pirredda
ci informa che, in queste notti, un
posto speciale era occupato dalle
narrazioni di fiabe, che assicuravano
una partecipazione attenta e interessata
di tutta la famiglia. Dipendeva molto,
ovviamente, dall’abilità dei narratori,
i quali con le loro doti narrative e
grazie alla varietà del materiale
offerto dalla favolistica gallurese,
riuscivano a catturare un uditorio
composito e attento, facendo vivere quel
incanto che aveva appassionato e nutrito
generazioni di pastori, alimentandone il
fatalismo, la radicata superstizione, il
cupo mistero della vita e della morte e
di tutto un mondo, considerato
parallelo, popolato da spettri, da
spiriti penitenti e leggendari castelli.
Talvolta, continua l’autore, i narratori
solevano intrecciare queste fole
con i cosiddetti conti di fuchìli,
i racconti del focolare, che destavano
un grande interesse fra i pastori, anche
se non bisogna mai dimenticare, come
scrive Thompson, che «gli uomini e le
donne che raccontano non conoscono né si
curano di conoscere distinzioni di
genere».
Si trattava, continua Pirredda, di
narrazioni di fatti avvenuti in tempi
remoti, che attraverso deformazioni in
senso fiabesco ed aggiustamenti vari
degli stessi narratori, entravano nella
leggenda; erano storie di banditi, ma
anche racconti leggendari sull’amore
romantico di giovani che, sfidando le
ire dei genitori che si opponevano alle
loro nozze, fuggivano per andare a
vivere nelle grotte per poi venire
accettati, dopo qualche tempo, in seno
alla famiglia.
Ma i racconti che
destavano maggiore interesse, scrive
l’autore, erano li conti di timì,
le fiabe che incutevano paura, storie
che rievocavano fatti delittuosi,
incontri notturni agghiaccianti, visioni
ultraterrene, racconti di spiriti
maligni che di notte uscivano a
disturbare il sonno degli abitanti di
certi stazzi, provocando sinistri
rumori sul tetto o tutto in torno alla
casa. La predilezione per questo tipo di
storie è evidente e la si può dedurre
leggendo una qualunque raccolta di fiabe
galluresi in cui, tutti i racconti sono
avvolti dall’alone di paura e di mistero
proprio del sopranaturale e hanno la
maggior parte come protagonisti spiriti,
streghe che succhiano il sangue, il
diavolo e morti che tornano dall’aldilà
per tormentare i vivi.
4.3. I racconti
tradizionali di Gallura.
4.3.1. «Li conti di
timì».
Il discorso fino ad ora
affrontato sulla specificità del caso
Gallura e sulla vita negli stazzi ci
sembrava doveroso perché, come ci dice
Mossa,
questo ci permette di cogliere e di
comprendere i nessi tra le condizioni
materiali degli abitanti della Gallura e
le credenze, le storie che si sono
sviluppate in seno a questa società
agro-pastorale, e dunque, ci consente di
capire meglio le caratteristiche della
narrativa popolare gallurese.
Come abbiamo già detto
in precedenza, sia a proposito della
paura del sopranaturale e della
superstizione che condizionava
l’esistenza dei pastori galluresi, sia
parlando delle narrazioni predilette
durante le veglie invernali negli
stazzi, non si può fare a meno di
notare, nell’ambito del patrimonio
favolistico della Gallura, l’ampia
diffusione , rispetto alle altre zone
della Sardegna, di racconti che hanno
per protagonisti esseri infernali e
demoniaci.
Mossa ci spiega che il
motivo di tanta inquietudine che
contraddistingue tante storie galluresi
è da ricercare nelle particolari
condizioni di vita negli stazzi. Abbiamo
visto, infatti, parlando della dura
esistenza quotidiana dei
pastori-contadini, che essa trascorreva
solitaria, fatta eccezione per alcuni
momenti di socializzazione, e in un
ambiente percepito spesso come ostile e
minaccioso. Secondo l’autore, proprio
questa solitudine e i profondi silenzi
della natura avevano intensificato nel
pastore gallurese il senso d’angoscia
per l’ignoto, il terrore di soccombere
di fronte a forze sconosciute e lo
sgomento dinnanzi alla morte. «Non può
avere di certo il cuore sereno ─ scrive
Mossa ─ chi percorre lunghe distanze o
vive giorni e giorni isolato con la sua
famiglia, conducendo una vita in un
ambiente naturale estremo e pressato
dall’assillo della ricerca laboriosa di
un benessere difficile».
La durezza del vivere quotidiano, la
rarefazione dei contatti, le immense
difficoltà causate da una natura
incerta, continua l’autore, aveva
favorito, la diffusione di messaggi
misteriosi e ambigui, sui quali si
fondavano le riflessioni sul significato
della vita, della morte, del destino
dell’anima. Mossa, riprendendo le parole
dello studioso Lewis Munford, afferma
che quando ci si trova di fronte a
scarse risorse, al buio, alla morte,
all’ignoranza, allora i fenomeni del
sogno come l’apparizione o la sparizione
di persone o di personaggi
sopranaturali, l’ossessione di immagini
spettrali e demoniache incontrollabili,
diventano elementi veri, corporei come
le vacche, le pecore, i campi. Costruire
mondi fantastici, sostituire alla realtà
elementi irrazionali o sogno, continua
Mossa, era quindi , anche per i pastori
galluresi, un modo di sfuggire agli
insopportabili condizionamenti
quotidiani, un modo per stupirsi, di
avere paura ma «tenendo i piedi ben
piantati sulla terra».
Ecco, dunque, spiegato, secondo Mossa,
il motivo di questa grande quantità e
varietà di storie macabre nella
narrativa tradizionale gallurese.
Tra la folla di esseri
fantastici e spaventosi, che popolano le
fole della Gallura, incontriamo
innanzi tutto la cosiddetta Réula,
ossia «la processione di anime
penitenti»
che, non prima di mezzanotte, lasciavano
le loro tombe, con indosso una lunga
camicia bianca, probabilmente l’abitu
(veste che serviva ad avvolgere il
morto) e tenendo in mano una candela
accesa, e vagavano senza requie nelle
vie deserte dei paesi o nelle campagne,
per scontare in penitenza i loro
peccati. Numerosi racconti riuniti nella
raccolta di Mossa, che si ritrovano
anche in Bottiglioni, narrano di
sfortunati viandanti o pastori cha
avevano avuto la disgrazia di imbattersi
nella spaventosa e macabra processione.
Il minimo che poteva succedere al
malcapitato che la incontrava era di
ricevere «una passatina di ruvide botte».
Affinché la Réula non provocasse
danni peggiori, il viandante o il
pastore doveva mettersi sul margine
della strada, inginocchiarsi, fare il
segno della croce e cominciare a
recitare «le dodici parole», che secondo
la tradizione gallurese, come abbiamo
già detto, rappresentavano la summa
degli scongiuri dai poteri illimitati,
ma guai a sbagliare poiché sarebbe stato
«segno di disgrazia inevitabile».
Molte storie, come le
tre rilevate da Bottiglioni, raccontano
di pie donne che, recatesi di notte in
chiesa o presso un cimitero, venivano
circondate dalla schiera di morti ma
riuscivano a salvarsi facendosi il segno
della croce e pronunciando queste
parole: «Ho incontrato in via Paolo,
Pietro e Andrea, e stanno venendo con
meco, Andrea, Paolo e Pietro, son con
meco in compagnia, Paolo, Pietro e
Andrea».
Oppure queste altre «Se siete anime
buone, andate alla buon’ora, se siete
anime cattive, andate dove Dio vi ha
destinate».
Un’altra caratteristica
della Réula, che si può dedurre
in questi racconti, era la danza
macabra. Spesso queste anime penitenti
si abbandonavano a canti e danze
sfrenate nelle chiese o per le strade,
le quali potevano causare la morte a chi
capitava in mezzo senza più riuscire a
liberarsi. Anche in questo caso, l’unico
modo per non essere trascinato nel loro
mondo freddo e sotterraneo, era di
recitare formule magiche oppure avere la
fortuna di trovare tra la schiera dei
morti «un compare di battesimo»
che, dati preziosi consigli, permettesse
al malcapitato di sfuggire, come era
capitato ad un cacciatore che in una
notte di settembre, andato a caccia di
cinghiali presso la chiesa di san Paolo
di Monti, si era imbattuto nella
Réula, in una storia reperita da
Bottiglioni.
Anche in Ortoli
abbiamo incontrato una serie di racconti
che parlano di morti che ballano in una
ronda infernale, di anime in pena che
vagano in processione, che in Corsica
vengono chiamati Squadra d’Arrozza.
A nostro avviso tra la Squadra
d’Arrozza e la Réula si
possono notare molti tratti in comune.
Entrambe sono schiere di morti, che
appartengono al mondo infernale. I
luoghi e i momenti di azione sono
comuni: tutte e due possono uscire dai
loro sepolcri non prima di mezzanotte e
vi devono rientrare prima che giunga
l’alba, si incontrano presso i cimiteri,
o in luoghi dove vi è stato seppellito
qualcuno o ancora vicino alle chiese.
Sia l’una che l’altra, infine, sono in
alcuni casi presagio di morte.
Oltre alla Réula,
nei racconti galluresi incontriamo anche
altri personaggi spettrali come ad
esempio la fugliètta, il folletto
femmina, che aveva dalla vita in su
sembianze e abiti femminili, mentre,
dalla vita in giù aveva l’aspetto di una
capra. In La fantasmina
si narra che quando la Gallura era
ricoperta di boschi e rari pascoli, tra
gli alberi secolari si aggiravano
numerosi folletti femmine, le quali
erano solite rapire i bambini.
Un altro di questi
esseri spaventosi era la pajana,
anima inquieta di una donna morta di
parto, che era obbligata per sette anni,
come lunga penitenza, a lavare ogni
notte «dalla mezzanotte fino al terzo
canto del gallo»
sulla sponda di un ruscello, i panni del
suo neonato. Se per caso un viandante,
che si trovava a passare per caso presso
il corso d’acqua, osava disturbare
l’anima della penitente, sicuramente
sarebbe morto entro l’anno a causa dei
colpi inferti dalla pajana, che
per colpa dell’interruzione era
costretta a iniziare da capo la sua
penitenza. Qualche volta, scrive Mossa,
secondo la tradizione, una parente della
puerpera si assumeva questa incombenza,
per sollevare lo spirito dal pesante
compito e per permetterle di riposare in
pace.
Studiando la narrativa
tradizionale corsa, abbiamo notato che
anche questo personaggio, che si trova
in molte storie galluresi, si riscontra
anche nelle leggende della Corsica
rappresentata con caratteristiche
simili. Francette Orsoni, in Chemins
de l’île, chemins de l’oeil, ci
parla di a sciaquaghjola o
Paiana e la descrive in questo
modo: «Cette femme morte en
couches emprunte le chemin de l’eau.
Comme elle ne trouve pas le repos elle
revient la nuit par la rivière. On
l’entend gémir et bercer son enfant, on
l’entend faire claquer le linge sur la
pierre et sur l’eau. C’est pour cela
qu’on la surnomme “a sciaquaghjola”».
La Réula,
la pajana e la fugliètta
sono solo alcuni dei numerosissimi
esseri fantastici che agiscono nei
racconti tradizionali galluresi. Facendo
nuovamente un paragone con le fole
corse, vediamo invece che esse, al
contrario delle fiabe galluresi, come
abbiamo potuto costatare analizzando sia
la raccolta di Ortoli sia quella
piuttosto ampia di Massignon,
presentano pochissimi personaggi
soprannaturali. Tra di essi quello che
compare con una notevole frequenza
d’apparizione è u magu, che può
essere considerato il principale essere
fantastico nelle fole corse. Da Multedo
apprendiamo che nella terminologia
corsa, il termine magu è
associato a quello di u stregone,
u magone, coi quali si
denomina spesso il diavolo. U magu,
continua l’autore, è la personificazione
delle potenze demoniache e
rappresentazione della morte nato
dall’immaginazione del popolo corso.
Riprendendo il discorso
sugli esseri fantastici del patrimonio
narrativo gallurese, un altro essere
spaventoso è la sùlvula,
un vampiro femmina che succhia il sangue
ai bambini in fasce e soffoca i
lattanti. C’è poi la schiera di li
luciuléddhi,
spiriti di bambini non battezzati che si
aggirano rumorosamente nei luoghi dove
nacquero e ancora Lu pundacchju di li
sètti barrètti,
un folletto dispettoso, custode di un
tesoro, che è solito opprimere con il
suo peso il petto dei dormienti. Anche
Bottiglioni riporta la storia del
folletto dalle sette berrette, che narra
di un uomo che accortosi di avere lu
pundacciu
sul suo petto, riesce a sottrargli una
delle sue sette berrette rosse e a
nasconderla in una pentola fuligginosa,
ottenendo in questo modo il tesoro dello
spiritello.
4.3.2. Storie di
diavoli.
Tra le tante storie
galluresi molte hanno per protagonista
il diavolo e la morte. In più racconti,
ci dice Mossa, è spesso difficile
distinguere satana dalla morte
personificata. Il demonio in queste
narrazioni viene rappresentato, come del
resto in tutta la Sardegna e, come
abbiamo potuto riscontrare, anche in
Corsica, a guardia dei tesori, attorno a
specchi e sorgenti oppure nascosto in
crocicchi e presso le case pronto a
tendere insidie e ordire inganni ai
danni dei più deboli per poi
impadronirsi delle loro anime. A volte
appare come un personaggio bizzarro,
anche un po’ burlone. Altre volte prende
le sembianze di cinghiali, cani, gatti e
altri animali. Nei racconti galluresi il
demonio viene chiamato in vari modi come
ad esempio Lu fòra di nòi
o Zampa di jaddhu.
Da questi racconti
apprendiamo che anche tra i diavoli
valgono le gerarchie, vi sono i potenti
che comandano e i deboli che obbediscono
come narra la storia di L’armata di
Erode in cui un re crudele e
malvagio «poiché in vita, da sovrano,
aveva avuto il comando sugli uomini,
così, da morto, ebbe il comando sui
demoni»
.
I diavoli, però, non
sono invincibili. Per bloccarli e
renderli inoffensivi, come abbiamo visto
per le anime dei morti, basta recitare
«le dodici parole» o «il confiteor», ma
in questo caso è necessario avere prima
il consenso del prete, come si legge
sempre in L’armata di Erode.
Oppure era sufficiente avere dentro la
scarpa o in tasca una foglia di alba
di ruba
per impedire sia ai demoni sia agli
altri spiriti maligni di avvicinarsi.
4.3.3. Le vite dei santi
e le peregrinazioni di Gesù.
Oltre ai conti di
timì e alle storie sui diavoli, un
genere molto diffuso in Gallura, come
del resto nelle altre zone della
Sardegna, sono le leggende locali che
narrano delle vite dei santi e della
sapienza di Dio. Mossa ci dice che da
questi racconti si può facilmente capire
che la fede religiosa nei
pastori-contadini galluresi non avesse
mai raggiunto livelli di alto
significato spirituale ma fosse rimasta
ad un livello molto terreno, in cui il
rapporto con la divinità era
completamente umanizzato. Questi
racconti religiosi, continua l’autore,
nella maggior parte dei casi hanno per
tema il miracolo, particolarmente adatto
a colpire l’immaginazione e la credulità
popolare ed erano, per questo motivo,
spesso usati dai preti dei villaggi per
introdurre alla venerazione dei santi e
per comunicare esempi significativi che
dessero senso o conforto alle azioni
umane. Una rilevante quantità di queste
storie ha per protagonisti santi e in
modo particolare san Pietro e Gesù
Cristo. Questi appaiono solitamente in
sembianze di pellegrini, per osservare e
giudicare la condotta degli uomini. La
loro punizione colpisce in modo speciale
coloro che rifiutano di soccombere e
fare la carità ai poveri e agli
afflitti. Non mancano i racconti
eziologici che spiegano l’origine di una
particolare conformazione, ad esempio,
di un colle, di un monte, nei quali la
fantasia del popolo crede spesso di
vedere le trecce dei santi o del figlio
di Dio oppure in alcuni casi del
diavolo, come la storia de Il colle
del vescovo,
narrata da Celestina Careddu e riportata
da Bottiglioni, che narra della
pietrificazione del vescovo e di tutto
il suo seguito di preti per aver rivolto
parole ingiuriose nei riguardi della
Chiesa di San Paolo di Monti, oppure
quella di Le orme di Luogosanto,
raccontata sempre dalla stessa
novellatrice che parla dell’inseguimento
del diavolo da parte di Gesù in seguito
al quale, nel monte di Luogosanto
sarebbero rimaste delle orme, una di
Gesù e l’altra del diavolo. Mossa
afferma che queste vicende edificanti,
tratte e costruite sulla vita dei santi,
abituavano l’uomo a considerare i santi
come benevoli protettori che
intervenivano nelle vicende umane
liberandolo dalle paure e aiutandolo
attraverso risposte risolutrici a
superare i limiti terreni. Esse,
continua l’autore, consentivano agli
uomini di affrontare in modo diverso il
peccato, la morte e di ordinare quelle
realtà e situazioni difficilmente
controllabili.
Tuttavia dobbiamo
ricordare che questi racconti sulle
peregrinazioni in terra dei santi e
sulle punizioni divine sono molto
diffuse in tutta Europa e si possono
ritrovare pressappoco uguali nei paesi
cristiani, con alcune varianti, ma con
un fondo comune, come è il caso della
fiaba nota in tutti i popoli
mediterranei di La madre di San
Pietro. Se, infatti, confrontiamo
alcune parti della versione corsa di
questa fiaba registrata da Ortoli
nell’Ottocento e quella riportata da
Enna in Fiabe sarde, fatta
eccezione per l’esordio, generalmente
punto in cui una storia è sempre più
esposta ad essere modificata, si può
notare una notevole somiglianza.