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Giuseppe
Pulina ci hà mandatu u so libru è un
articulu duv’ellu sprime, in termini
lirichi, a so passione per l’opera
lessicugrafica di Falcucci.
Ùn ci hè micca, à parè nostru “casu”
Falcucci in u sensu di una cuspirazione di u
silenziu da piattà l’impurtanza di a
descrizzione di u lessicu corsu ch’ellu hà
fattu. S’ellu si ùn si ne parla in “Francia”
cum’ellu dice u nostru currispundente,
l’indiferenza hè quella patuta da tante
realizazione è quistione chì riguardanu a
lingua nustrale, ma a Corsica in generale.
In quantu à a Corsica, i travagli di
Pasquale Marchetti è di Paulu Colombani anu
rimpattatu in parte u discapitu di
cunniscenza di issa opera. Ancu di grazia.
Pè u restu, Falcucci ùn hè nè megliu nè menu
cunnisciutu chè a maiò parte di u patrimoniu
literariu è intelettuale di una cultura chì
ferma duminata è minurizata.
In modu più generale, u ragiunamentu di
G.Pulina soffre di una miscunniscenza di e
cundizione attuale di a quistione
linguistica corsa chì ùn si pone micca in i
termini ch’ellu pensa o ch’ellu spera. A
manera ch’ellu sfrutta un riferimentu à un
articulu di meiu a face vede in manera
chjara.
U corsu, lingua elaburata, cerca oghje à
assicurà i risultati acquistati sti scorsi
trenta anni. Hè una opera straziata è a
nostra lingua ferma in periculu. S’ellu hè
fundamentale di cultivà a cunniscenza è e
risolse ch’ella porghje l’arradichera
genetica di u corsu in l’aghja
italorumanica, a visione di l’italianità
dialettale di u corsu hè for’di tempu.
Interessa l’analisi di l’ideulugie o a
spressione di a nustalgia.
G.Thiers
Falcucci.
Un “caso”
lungo cent’anni
di Giuseppe Pulina
Si può parlare di un caso
Falcucci? Una domanda, questa, che ne
implica di necessità un’altra: esiste
vicenda di intellettuale che, per una
ragione o per l’altra, non si sia costituita
anche in caso? Gli intellettuali, si sa,
fanno parlare anche quando di loro si è
smesso da tempo di discutere. Non sempre,
dietro l’iter solo apparentemente casuale di
questo genere di cose, c’è ciò che si può
chiamare premeditazione. D’altronde, spesso
capita loro di scoprire di essere stati
intellettuali, perché sono stati anche un
caso. Se si chiude loro la porta in faccia,
se li si vuole insomma cacciare via dallo
spazio che con la loro opera hanno occupato,
prima o poi – c’è da esserne sicuri –
qualcuno gliela riaprirà. Saranno forse
altri intellettuali che invocheranno tutte
le attenuanti del “caso”, lamentando
presunte molestie della memoria storica e le
sospette omissioni di colleghi stranamente
distratti da altri “casi”. Insomma, i casi e
le controversie da risolvere non sono mai
mancati nella storia del pensiero. Non per
questo, però, vorremmo aprirne o
inventarcene ora uno tutto nostro su
Falcucci. Mentre solleviamo questa ed altre
riserve sulla legittimità del nostro
approccio alla figura e all’opera dello
studioso córso, argomento di un nostro libro
recentemente pubblicato,
non possiamo non riconoscere che, volendo,
gli estremi di un caso potrebbero facilmente
trovarsi. Una volta aperto, il caso, sarebbe
anche agevole archiviarlo, e lo sforzo
compiuto potrebbe dare l’idea di tanta
fatica sprecata. Che sia il lettore, però, a
giudicare se, a proposito di Falcucci, la
sua apertura sia da considerare del tutto
vana.
La consistenza di un
presunto “caso Falcucci” venne del resto
subodorata da non pochi studiosi, subito
dopo il 1915, anno della pubblicazione del
Vocabolario della lingua, costumi e
geografia della Corsica da parte della
Società Storica Sarda. Trattandosi di
un’opera postuma, di un’opera sulla quale
l’autore non si sarebbe mai potuto
pronunciare per confutare, correggere o
assecondare le interpretazioni di studiosi e
specialisti, gli ingredienti base per dirsi
in presenza di un caso potevano esserci
tutti. E, in parte, mantenendo fede alle
premesse, dimostrarono di esserci. Nel 1915,
l’“Archivio Storico Sardo”, volendo
sottolineare “l’alto significato patriottico
e insieme scientifico dell’Opera postuma del
Falcucci”, pubblicò una rassegna di giudizi
di autorevoli accademici.
Il dialettologo Carlo Salvioni considerò il
Vocabolario falcucciano opera non
meno rilevante dell’Atlas linguistique de
la Corse di Jules Louis Gilliéron e
Edmond Edmont. Isidoro Del Lungo, accademico
dei Lincei e uno dei più cari amici di
Falcucci, reputò il Vocabolario un
“pio ufficio non di preservazione soltanto
ma e di rivendicazione”. Utile, insomma, per
spezzare una lancia in favore della causa
della filiazione italiana della Corsica.
Perciò, secondo Del Lungo, chi legge il
Vocabolario scoprirà, tra i dodicimila
vocaboli catalogati dall’autore, un tributo
all’italianità e a quel suo culto che “era a
un tempo religione d’amore e di dolore”. Più
esplicitamente e con toni nient’affatto
concilianti, l’opera di “rivendicazione”
caldeggiata da Del Lungo
venne messa a segno sulle pagine di
“Athenaeum” da Lea Bastari,
che, recensendo e incensando il
Vocabolario di Falcucci, dichiarò come
questo fece “apparire troppo affrettati
tentativi di imbrancare la parlata côrsa
nella provincia linguistica francese”. Il
riferimento è al grande Atlante
linguistico di Gilliéron e alla sua
appendice dedicata alla Corsica, e, forse,
più che ai risultati della sua monumentale
opera, al metodo innovativo in quella
impiegato. C’è quindi la contestazione
metodologica, ma non manca nemmeno la
sotterranea finalità politica: la
“rivendicazione” alla quale accenna Del
Lungo è infatti parola che può assumere un
significato ben preciso se si tiene conto
che quelli erano gli anni (e, più di tutti,
il 1915) del sofferto passaggio dell’Italia
dalla Triplice all’Intesa. L’intellighenzia
italiana rifletteva le incertezze della
classe politica e il grande travaglio di un
parlamento incerto sulla opportunità della
guerra, i possibili vantaggi che in caso di
vittoria sarebbero stati procurati e, cosa
ancor più importante, la posizione da
assumere e lo schieramento al quale aderire.
Cogliere i possibili
risvolti di una fantomatica macchinazione
diplomatica nelle posizioni che gli
specialisti italiani di linguistica presero
sull’opera falcucciana sarebbe, tuttavia,
uno sproposito. Eppure, non bisognerebbe
sottovalutare l’incidenza che i fattori
metaculturali possono avere sulle fortune
degli intellettuali e sul corso delle loro
idee. Abbiamo, ad esempio, sentito dire che
la conoscenza di Falcucci nel continente
francese sia piuttosto circoscritta e
limitata al campo di pochi specialisti. Se
vera, questa voce, che qui si accoglie con
mille riserve e in via puramente ipotetica,
dimostrerebbe che per i “profeti” non c’è
spazio nemmeno nelle patrie degli altri. E
cioè che la qualità di un “bene
intellettuale” può venire a dipendere dalla
certificazione politica che è in grado di
esibire. Una scoperta, se si vuole, simile
all’uovo di Colombo, da non scartare,
comunque, malgrado la sua apparente ovvietà,
se si vogliono capire le ragioni che così
bene predisposero la classe intellettuale
italiana verso il Vocabolario di
Falcucci. Rimane, del resto, incontestabile
il fatto che, dopo la sua pubblicazione,
calato l’interesse per la novità editoriale,
il Vocabolario non sia più riuscito a
far parlare di sé come avrebbe invece
meritato. E questo non accadde perché lo si
considerò magari superato o sopravvalutato.
Il Vocabolario è l’opera oggi più
nota e apprezzata di Falcucci perché ha
fotografato storicamente la situazione della
lingua córsa negli ultimi decenni
dell’Ottocento, salvandone la memoria e
tentando una prima – questa sì perfettibile
– analisi comparativa con le altre lingue.
Ciò apparve chiaro sin dopo il 1915 e
risulta tanto più incontestabile oggi.
Alla domanda se sia però
oggi possibile, a distanza di tanti anni,
parlare di un “caso Falcucci”, sentiamo di
poter rispondere di credere almeno nella
legittimità del quesito. Fatta eccezione per
il Vocabolario, opera in grado di
godere di una luce propria indipendentemente
dall’autore che l’ha messa al mondo, di
Falcucci e della restante totalità dei suoi
scritti si conosce ben poco. Se
“Mediterranea” non ne avesse riesumato la
figura e se Ersilio Michel,
suo principale biografo, non ne avesse
analiticamente indagato il patriottismo
militante, la memorialistica, i rapporti con
l’intellettualità córso-toscana e gli
scritti di pedagogia scolastica, aprendo
quindi un primo o, se si preferisce, un
secondo capitolo del caso, l’unica via di
accesso al Falcucci poeta, traduttore,
politologo, giornalista continuerebbe ad
essere il Vocabolario. Una via ben
battuta, ma, alla fine, stretta e
riduttivamente parziale.
Per dare ulteriore
credito alla consistenza del presunto caso,
si può pensare alla rimozione che la cultura
ufficiale, sempre a proposito di Falcucci,
ha operato sin dai primi anni del secondo
dopoguerra. Viene, infatti, da chiedersi se,
alla fine, l’operazione culturale compiuta
da “Mediterranea” si sia rivelata
sconveniente, inopportuna, compromettente,
perché associata strettamente al fascismo.
Viene da chiederselo perché non è un mistero
per nessuno che, con la caduta del fascismo
e la chiusura, nel 1935, di “Mediterranea”,
la rivista alla quale collaborarono Luigi
Falchi, Filippo Addis, Antonio Taramelli,
Raffaele Di Tucci ed Ersilio Michel, si sia
poi eclissata come se niente fosse stato,
malgrado gli oltre cento numeri della sua
intensa attività editoriale. Se così fosse,
assisteremmo oggi alla riapertura di un caso
che non è mai stato veramente chiuso e che
considerare tale può sembrare ancora
eccessivo.
La nostra posizione è
stata esposta in occasione del convegno di
studi dedicato a Falcucci svoltosi nel
settembre del 2002 in Sardegna. Lì, abbiamo
fatto il punto e cercato di comprendere le
ragioni delle modeste fortune dell’opera di
Falcucci nell’isola che gli diede i natali,
rinvenendone le cause nel peso di certi
pregiudizi duri a morire. Nell’Ottocento,
non costituiva una patente di eccezionalità
il sentirsi e dichiararsi italiani di
Corsica. L’italiano era ancora una delle
lingue parlate nell’isola, e il francese,
per soppiantarlo del tutto, avrebbe dovuto
impiegare ancora del tempo. Falcucci, che
conosceva bene il francese (tanto da
tradurre le poesie di Hugo e concedersi
mille altre licenze), scriveva in italiano.
Sapeva di potersi rivolgere ad un pubblico
sufficientemente vasto e di potersi far
leggere in Corsica e nella Penisola.
Sosteneva una tesi comune a tanti altri
studiosi, poi ripresa e un po’
artificiosamente amplificata dalla cultura
fascista sarda e nazionale: la tesi
dell’italianità del córso e della contiguità
linguistica tra diverse regioni dell’isola
francese e l’Italia. Per Falcucci, questa
non era una semplice ipotesi interpretativa,
mai e poi mai avrebbe però sostenuto
rivendicazioni di carattere politico sulla
presunta appartenenza geografica e storica
della Corsica all’Italia. Ciò malgrado,
forzando non poco la mano, l’intellighenzia
fascista (che pure ebbe il merito di
scoprire l’opera falcucciana) fece dello
studioso di Rogliano il campione di una
causa che poneva equivocamente sullo stesso
piano l’identità culturale e l’appartenenza
politica della Corsica. Fu un’operazione che
accreditò, nobilitandola, se non addirittura
confondendola ad arte, la campagna fascista
di una possibile rivendicazione della
Corsica, sulla quale il regime e la classe
politica sarda non facevano tanti misteri.
Falcucci fu, perciò, lo strumento
involontario di intenzioni che, in vita, non
aveva mai fatto sue. Eppure, ciò che oggi
tende ad ostacolare la diffusione della
conoscenza di Falcucci in Corsica e nel
continente francese è il retaggio di quel
rapporto, sospetto e tutto unilaterale, tra
l’intellettuale e l’immagine che di lui
propose il fascismo. Così che se Falcucci
non gode ancora oggi in Francia e in Corsica
dei giusti e meritati riconoscimenti, ciò è
dovuto, così ci pare, a “colpe” commesse da
altri.
Il “caso” Falcucci non
poteva, inoltre, non diventare anche una
questione linguistica. Che dire, infatti,
dell’inevitabile accostamento tra il
presunto caso e la prepotente esplosione
della questione della lingua sarda? La
riscoperta di un Falcucci “integrale” può
giovare (e quanto, c’è da chiedersi) alla
causa di un sardo unificato? Potrebbe
rilanciare le azioni del gallurese e delle
altre lingue minoritarie cui non va a genio
la codificazione linguistica, che, piacendo
o no, sembra essere tuttavia in atto, se non
forse in dirittura d’arrivo? Se le domande
dovessero avere una qualche risonanza,
Falcucci diventerebbe realmente un caso. C’è
poi da dire che le stesse domande potrebbero
porsi a proposito della tenuta delle
“varietà” del córso o, come Pier Enea
Guarnerio preferiva esprimersi, dei
“linguaggi” della Corsica. Falcucci parlava
di “dialetti” e non di “lingua”: questa sua
scelta può essere ritenuta anche oggi giusta
e conveniente?
Se di un caso realmente
si deve parlare, la cassa della sua
possibile risonanza dovrebbero essere gli
specialisti, gli istituti di ricerca, le
consulte,
i dipartimenti universitari. La cultura
ufficiale, insomma, e quanto gravita attorno
al cosiddetto mondo accademico. Potrebbe
bastare? Probabilmente no. Il nome di
Falcucci, stando alle condizioni date, è
legato alla vitalità del córso, al grado di
resistenza che saprà opporre al francese,
alla tenace tenuta della sua vocazione di
lingua identitaria. Tra gli studiosi, il
nome di Falcucci tornerà perciò utile
ogniqualvolta si vorrà considerare la
specialità del córso “come un tratto di pura
toscanità arcaica conservata proprio
dall’insularità, mentre nella penisola
italiana il contatto delle lingue e le
invasioni subite dagli Stati italiani
intaccava l’originaria purezza di questo
linguaggio”.
Come dire che, se da una parte si è potuto
pensare di “impiegare” il córso per
rafforzare la tesi di un sardo (o di una
delle sue “specialità”) che ha poche
affinità con l’italiano, dall’altra,
ripercorrendo le orme di Falcucci, ci si
potrebbe richiamare al córso ottocentesco
per suggerire la misura del grande travaglio
che le varie entità linguistiche regionali
hanno dovuto attraversare, prima di rendersi
pienamente italiane. “Il dialetto córso,
scriveva Falcucci nel 1875, è uno dei più
puri fra quanti si parlano nella patria di
Dante”.
Per Jacques Thiers, sarebbe “il lavoro della
astoricità della coscienza identitaria
contemporanea ad evocare questo genere di
italianità”.
Vale a dire che quella combattuta più di
cent’anni fa da Falcucci sarebbe oggi una
battaglia persa in partenza e, comunque,
scientificamente improponibile. Se è vero
che Thiers, nel suo discorso, ha pensato più
all’epilinguismo del córso “triglossico”
che a Falcucci, crediamo, ciò malgrado, che
se il suo riferimento fosse stato esplicito
e lo avesse sostenuto nei termini che
abbiamo fatto nostri, dargli torto non
sarebbe cosa affatto facile. Ancora una
volta, pare di capire, la fortuna di
Falcucci verrà a dipendere dalla sorte che
accompagnerà la battaglia culturale alla
quale il suo nome potrebbe venire associato,
purché si superino vecchi pregiudizi e non
si attribuiscano allo studioso di Rogliano
intenzioni e finalità, più di natura
politica che culturale, estranee alla sua
opera. Un’opera, niente affatto datata e
superata, che attende ancora oggi di essere
letta nella sua integralità e valutata per
quello che realmente è. Cento anni sono
stati forse troppi, e, comunque, possono
bastare.
Tra gli studiosi che si sono dedicati alla
figura e all’opera di Falcucci un merito
particolare va riconosciuto a Ersilio
Michel, scrittore, giornalista,
collaboratore della rivista “Mediterranea”.
Gran parte degli scritti della bibliografia
critica su Falcucci portano la sua firma.
Eccone alcuni: F. D. Falcucci patriota e
cittadino livornese, in “Mediterranea”,
anno IV, n. 6-7, giugno-luglio 1930, pp.
24-70; F. D. Falcucci e Angelica Palli
Bartolomei, “Mediterranea”, cit., pp.
84-98; Bibliografia falcucciana,
“Mediterranea”, cit., pp. 152-161; F. D.
Falcucci e N. Tommaseo, in
“Mediterranea”, anno V, n. 3, marzo 1931,
pp. 28-36.
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