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Franco
Loi è nato a Genova nel 1930, da una
famiglia sarda. Vive a Milano
adottandone il dialetto. E' stato un
importante critico letterario per
«Il sole 24 ore» dalla fine degli
anni '80, incoraggiando l'uso
poetico dialettale. Il suo
linguaggio poetico nasce dalla
mescolanza di elementi linguistici
di varia natura: gerghi, idioletti
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ecc., di area proletaria e contadina,
spesso reinventati dalle esigenze
espressive dell'autore. Dopo le
raccolte I cart (1973) e Poesie d'amore
(1974), si è affermato soprattutto
con la raccolta Stròlegh (1975).
Sono seguite: Teater (1978), L'Angel
(1981).
Le sue poesie sono state tradotte in
molti Paesi d'Europa e negli Stati
Uniti. Ha curato con Davide Rondoni
un'antologia della poesia italiana
dal 1970 ad oggi, Garzanti, Milano
2001.
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Bibliografia: Franco Loi
I cart, disegni di Eugenio Tomiolo,
Edizioni Trentadue, Milano 1973;
Poesie d'amore, incisioni di Ernesto
Treccani, Edizioni Il Ponte, San
Giovanni Valdarno-Firenze 1974;
Stròlegh, introduzione Franco
Fortini, Einaudi, Torino 1975;
Teater, Einaudi, Torino 1978;
L'angel, I parte, introduzione
Franco Brevini, San Marco dei
Giustiniani, Genova 1981;
Lünn, incisioni di Fernando Farulli,
Il Ponte, Firenze 1982;
Bach, Scheiwiller, Milano 1986;
Liber, risvolto di Cesare Segre,
Garzanti, Milano 1988;
Memoria, introduzione Giovanni Tesio,
Boetti & C., Mondovì (CN) 1991;
Poesie, introduzione di Franco De
Faveri, Fondazione Piazzola, Roma
1992;
Umber, prefazione di Romano Luperini,
Piero Manni, Lecce 1992;
L'angel, in 4 parti, risvolto di
Cesare Segre, Mondatori, Milano
1994;
Arbur, incisioni di Guido Di Fidio,
Moretti & Vitali, Bergamo 1994;
Verna, risvolto di Daniela Attanasio,
Empiria, Roma 1997;
Album di famiglia, introduzione
Bernardo Malacrida, Lietocollelibri,
Falloppio (CO) 1998;
Amur del temp, Crocetti Editore,
Milano 1999;
Isman, Einaudi.
Numerosi i saggi - su Noventa,
Rebora, Dante -, tra i quali:
Diario breve, prefazione di Davide
Rondoni, Bologna 1995;
Poesia e religione in La poesia e il
sacro, Edizioni San Paolo, Milano
1996;
La lingua della poesia, a cura di
Gabrio Vitali, Edizioni Provincia di
Bergamo 1995.
Tra le traduzioni:
Zanitonella di Teofilo Folengo,
Mondatori Oscar, Milano 1984;
Gioco di simulazione di Willem Van
Toorn, Fondazione Piazzola, Roma
1994;
De là del mur di Delio Tessa,
Sciardelli, Milano 1994.
La poesia si libra nell'aria e
va dove vuole
Originariamente pubblicato su Fucine
Mute 30. Riproduzione consentita per
l'esclusivo uso personale.
Christian Sinicco (CS):
Fucine intervista Franco Loi, poeta
grandissimo, anche se lui così non
si definisce; collaboratore per l’inserto
culturale del Sole-24 Ore e profondo
conoscitore della poesia. Una
domanda impegnativa dunque: qual è
la situazione della poesia in Italia
oggi?
Franco Loi (FL):
La poesia non è in alcuna situazione.
E’ l’espressione dell’uomo nella sua
interezza che non muta nei secoli
perché eterna. Si afferma che la
poesia ha già detto tutto ma è una
sciocchezza: questo è vero dal punto
di vista del contenuto, ma ogni
volta cambiano le generazioni e ogni
volta bisogna dare forma nuova
poiché occorre che gli uomini
prendano più coscienza di sé e la
poesia è un mezzo profondo di
consapevolezza. C’è semmai una
situazione sociale più o meno
corrispondete alla situazione della
poesia, carente in Italia poiché l’editoria
non fa il suo dovere, i distributori
non vogliono distribuire e la poesia
non arriva al grosso pubblico.
Questo non cambia le sorti della
poesia perché lei se ne va per i
fatti suoi. Marco Forti ha detto che
un libro di poesia magari subito non
vende però nel tempo vende più di un
romanzo. Io scrivo in milanese e
sono tra quelli che nel giro di
pochi mesi ha venduto più di 6000
copie, però l’editore non ha
ristampato.
CS:
C’è una forte motivazione che
soggiace al tuo successo secondo me
ed è la vicinanza dell’espressione
dialettale alla gente. Una poesia
più vicina…
FL:
Può darsi, però c’è l’ostacolo della
lingua, anche se pubblico col testo
a fronte in italiano. Essendo
l’italiano la lingua più in uso, in
linea teorica dovrebbe essere
difficile leggere poesie in milanese,
ma è strano a comprova che la poesia
è un mezzo di comunicazione diverso.
Ad esempio ho ricevuto quasi tutti i
premi nel meridione, stranissimo
pure questo, e c’era la gente che mi
chiedeva di leggergli quella poesia
e vuol dire che l’avevano letta.
Allora esiste un pubblico
particolare per la poesia, anche se
l’editoria è un ostacolo enorme. Con
internet certo la situazione è già
mutata.
La poesia però è una comunicazione
aldilà della coscienza. Noi crediamo
che ciò che abbiamo nella testa sia
la realtà, ma la realtà è molto più
vasta. Ad esempio non conosco il mio
corpo e quando mi ammalo vado dal
medico che dice più o meno delle
cose ma noi non sappiamo perché
siamo ammalati. Così non sappiamo
nulla dei nostri pensieri inconsci,
della emozioni che probabilmente ci
dominano, e allora la poesia è fatta
di tutto questo, di ciò che è noto
ed ignoto. Chi la legge sente una
musica che muove dentro ciò che l’uomo
non sa e questo colpisce molto.
CS:
Montale diceva che la poesia
sopravvive oltre il messaggio: non è
puro concetto, ma emozione ed
immagine nel luogo dell’anima.
Riguardo al Premio Montale qual è
dunque la poesia che la giuria
seleziona come vincitrice?
FL:
Ognuno ha il suo modo di giudicare
dall’interno del proprio fare
poesia: io sento qualche verso e
giudico la capacità più o meno
naturale dello scritto di farmi
sentire la voce e questa mi muove
dentro e io la scelgo, la metto da
parte e fra quelle che ho scelto
opero una selezione. Individuo alla
fine quello che ha più capacità di
esprimersi, guardando anche l’età:
se uno ad esempio ha vent’anni e ha
una poesia bella lo preferisco al
quarantenne che ha dieci poesie
passabili perché spero che in un
giovane ci sia sviluppo ulteriore e
un’esperienza che lo porti più
avanti. Alla fine c’è il confronto
con gli altri membri della giuria,
vengono discusse le ragioni della
scelta e in generale in tre o
quattro siamo sempre d’accordo sul
poeta.
CS:
E’ successa una cosa toccante in
internet, una poesia di Gabriel
Garcia Marquez divulgata da lui
medesimo perché sta per scomparire.
Non è certo un momento positivo, ma
la poesia è di una carica vitale
incredibile e ha fatto il giro del
mondo via e-mail. Internet può
veicolare e aiutare la diffusione
della poesia?
FL:
E’ vero, c’è gente che mi conosce
attraverso internet, che salta tutto
l’apparato editoriale distributivo e
arriva dove è impensabile arrivare.
Questo è importante, ma è molto più
importante che venga documentata la
voce del poeta che legge i suoi
scritti. Ungaretti se gli togli la
voce è un’altra cosa poiché ha un
impatto grande, emozionale, visivo.
CS:
So che ha fatto le riprese con la
Rai. Perché non leggi una poesia
tua?
FL:
Volentieri, quella che mi ricordo…
Da Bach, Loi legge una poesia
(con il libro in mano)
Û specenâ la mort, sunt indurment.
E den’ di mè penser sun presuné,
che vègnen a imbrujàm sü la realtâ,
fan serv el corp e lü ’l salta a
l’indré,
e quèl che vör el fa, cume ’l vör
lü,
sun pü padrun de mì, sun serv del
vent.
Inscì la mort la passa e mì la
senti.
Me piasarìss tucàla e pö andà via,
cume se fa cuj dònn, tranquilament.
(Spettinata la morte, mi sono
addormentato.
Prigioniero dentro ai miei pensieri
che vengono
a ingannarmi su cosa sia la realtà,
che fanno servo il corpo e lui salta
all’indietro
e quello che vuole fa, come vuole
lui,
non sono più padrone di me, ma servo
del vento.
Così passa la morte e io la sento.
Mi piacerebbe toccarla e poi andar
via,
come si fa con le donne,
tranquillamente.)
(trad. di C. Sinicco)
Qui è interessante che la mente fa
servo il corpo, e per noi
occidentali la mente vuole tutto ed
è diventata onnivora. Infatti
guardando un paesaggio diciamo è un
Tintoretto, un Fattori. La cultura
s’impadronisce del nostro modo di
vedere. Ma nella poesia il corpo
salta all’indietro liberandosi dal
dominio della mente come tutto ciò
che è inconscio. L’interiorità si
esprime aldilà della dittatura della
mente per questo dico che la realtà
è molto più vasta quando il corpo fa
un salto all’indietro.
CS:
La poesia è dunque molto più da
leggere e da sentire piuttosto che
da interpretare?
FL:
Certamente, si deve sentire cosa
dentro di noi muove e cosa elabora,
correlandosi ai nostri vissuti, alle
esperienze con gli altri uomini e
con il sé. I greci dicevano che la
poesia è un fare, un agire, una
sequenza di parole che hanno musica
e portano non solo ciò che è nella
nostra coscienza ma soprattutto ciò
che è nascosto in noi. Quando si
ascolta un rock il corpo si muove
indipendentemente dalla nostra
volontà. Con la poesia si muove la
nostra intelligenza inconscia e
tutto il nostro essere e questo
agisce su di noi. Perché ogni
persona ha la potenzialità di un
poeta ed essere poeta significa che
l’io diventa secondario rispetto al
sé stesso. Come dice Freud, l’io è
un incidente, perché ad un certo
momento quando siamo bambini ci
piace un’immagine di noi e la
facciamo diventare l’io, ma il
nostro essere è molto più vasto, è
infinito, è grande.
CS:
La poesia come mezzo per giungere a
noi stessi, la nostra vita che è
molto di più di ciò che noi siamo
portati a credere…
FL:
Di ciò che noi pensiamo di essere.
Il poeta è quello che annota, al
contrario della maggioranza degli
uomini che perdono ciò che gli passa
dentro e non lo fanno salire alla
coscienza, annota rispetto al modo
che la poesia gli detta e si esprime
attraverso i segni. La prima cosa
per il poeta è il silenzio in attesa
che si manifesti la voce e il poeta
prende nota seguendo i suoni.
Carlo Porta nei suoi manoscritti
lascia degli spazi bianchi e poi la
parola che manca è scritta a fianco
poiché nel momento in cui si
interrompe il flusso musicale lui
lasciava in sospeso e poi integrava
con il suono adeguato.
Il fare della poesia è un fare che
viene da lontano, un ritmo che
proviene dall’universo. Come la
natura, le stagioni, il respiro, il
poeta ascolta il ritmo e lo segue.
Così quando siamo innamorati siamo
in una sequenza ritmica che investe
tutto l’universo e cambiano le
distanze, siamo più vicini al mondo
e agli uomini. La poesia è un modo
antico ed eterno di essere immersi
nel mondo, nelle energie che fanno
la vita. Dunque essere definito
poeta o meno ha una relativa
importanza, poiché qualsiasi lavoro
svolto poeticamente modifica e
cambia l’uomo, come modifica e
cambia chi lo osserva. Questo vale
per tutte le arti, per tutto ciò che
si immette nel movimento ritmico di
creazione del mondo.
CS:
Ci sono poeti che si sono avvicinati
alle altre discipline artistiche. Tu
hai scritto "Teater" una raccolta
che io leggendo ho trovato simile a
Shakespeare. Anche se…
FL:
No, si può dire. Tra me e
Shakespeare non c’è differenza, lo
dico come dato oggettivo e senza
superbia. L’unica cosa di diverso è
il tempo. Quando lui faceva teatro
la gente andava lì con i bambini e
intervenivano durante gli spettacoli
"guarda, lo sta ammazzando,
perché?", e mangiavano. Il teatro
borghese è quello dove la gente sta
lì, guarda, gli piace l’attrice o
no, parla dei costumi, se ne frega
in realtà. Non c’è più teatro.
CS:
Una volta era la regina d’Inghilterra
a mescolarsi fra la gente.
FL:
Sì, è il tempo che cambia e adesso
l’individuo ha meno forza. Io ho
fatto teatro: nel 1939 avevo otto
anni e si fece una riduzione dei tre
moschettieri di Dumas in un cortile,
molto buffamente, con la gente che
guardava dai palazzi. Poi nel 1963
il Piccolo Teatro mi commissionò uno
spettacolo di satira politica per l’estate.
Invece del solito spettacolo
andreottiano ho proposto: "perché
noi che siamo socialisti o comunisti
dobbiamo sempre sfottere il nostro
avversario, cominciamo a sfotterci
noi facciamo un bel cabaret di
critica al nostro partito!" Allora
era Puecher, il regista, che accettò
e per otto mesi provammo e il 6
giugno 1964 dovevamo fare la prima
prova tecnica. Il testo finì intanto
nelle mani del del direttore del
teatro di allora che intimò al
regista che se fosse andato in scena
lui non avrebbe più lavorato in
alcun teatro italiano. Dunque non
andò mai in scena. Era una satira
interessante: un operaio di una
fabbrica era dovuto entrare in un
tubo per una fuga di gas e un
addetto al momento opportuno l’avrebbe
dovuto tirare fuori. Ma l’addetto
era distratto da altri lavori che
nel frattempo gli avevano dato e l’operaio
muore per le esalazioni. Allora un
altro operaio, un mio amico perché
il fatto è accaduto veramente, fa
sciopero da solo poiché il fatto non
interessa al sindacato, essendo un
fatto non economico. Questo
spettacolo metteva in crisi la
funzione del partito comunista e dei
sindacati. Poi avvenivano anche
fatti esterni come il 20° congresso
del partito comunista sovietico con
il discorso di Crushev contro lo
stalinismo, poi c’era Kennedy, la
nuova frontiera, Papa Giovanni…
Questo non fu tollerato per niente
essendo una satira feroce contro la
sinistra in Italia. Poi ho
collaborato per tre anni con Dario
Fo e fui io a consigliargli di
leggere i libri del ‘300 e ‘400 da
cui ha tratto "Mistero buffo". Poi
stavo facendo una satira con Dario e
anche lì fui censurato.
CS:
Non c’è fortuna con la satira mi par
di capire?
FL:
No, non c’è. Perché non c’è libertà
di teatro in Italia e quando questo
non c’è il teatro non esiste. Brecht
diceva che il teatro deve essere un
pugno nello stomaco, un fatto
gastronomico. Deve interessare un
dialogo immediato con la società.
Dai greci a Shakespeare si metteva
in scena la vita le battaglie, gli
dei, per farne motivo di discussione
pubblica. E' sempre stato questo il
teatro… Gli omicidi, i delitti, e
nell’Enrico V la guerra era
terribile, drammatica. Poi nasce il
teatro borghese, d’intrattenimento,
un museo, e il teatro non esiste
più. "Teater" è fatto per monologhi,
un po’ per scuotere questo Jacopo
Hortis degli italiani che non
finisce mai, gli italiani che in
osteria di fronte a un piccolo
pubblico parlano delle loro
esperienze. Così Jacopo parla
d’amore mentre Werther si uccide
veramente. La passione politica
degli italiani che parlano senza mai
essere coinvolti fisicamente.
L’italiano non ha l’obbedienza del
tedesco verso lo stato, nello stato
non ci crede. Si sente di più
investito delle sorti del paese e
discute in modo anarchico e spesso
retorico all’interno di un teatro in
cui lui è protagonista. Io ho voluto
fare il ritratto all’italiano medio
che sfida per amore un rivale e poi
si accorge che è il suo migliore
amico. Un po’ come D’Alema quando si
accorge che Berlusconi non è poi
così…
CS:
Così male (risata). Ultima
domanda Franco, gli strumenti di un
poeta oggi per emergere?
FL:
Penso che non dovrebbe far niente.
Io ho pubblicato perché nel 1970 un
mio amico pittore andò in barca con
Vittorio Sereni, direttore
letterario della Mondadori, per cui
io lavoravo all’ufficio stampa.
Sereni m’ha fatto chiamare perché
dal mio amico aveva saputo che
scrivevo poesie, e non capiva perché
in dieci anni che lavoravo lì non
gliel’avevo detto. Risposi che
pensavo che lui fosse una persona
generosa ed onesta e per via di
questa generosità, lui era
generosissimo, m’avrebbe pubblicato
anche se le poesie non gli
piacevano. Poi le avrebbe fatte
leggere ai collaboratori, gli dissi,
che io non stimavo per niente. Ma
allora lei non mi vuole fare leggere
le sue poesie, mi disse. Mica sono
stupido gli risposi. E gliele portai
e il lunedì successivo mi corse
incontro in ufficio e mi abbraccio e
si mise a piangere e io piansi con
lui. Poi m’ha fatto pubblicare prima
sullo specchio e poi con Edizioni
32, anche se non me l’ha mai detto.
Io non ho mai chiesto di essere
pubblicato. Se la poesia vale sarà
pubblicata. La poesia non deve avere
come scopo di farsi le tirature.
CS:
La poesia si libra nell’aria e va
dove vuole…
FL:
La poesia va dove vuole, verso chi
ama la poesia perché è poeta. E’
qualcosa di più di un successo
sociale o una vendita di libri, è
qualcosa che unisce le persone e
muta il percorso della vita. Ad
esempio io non ho mai conosciuto
Giacomo Noventa, grandissimo poeta e
filosofo e saggista del ‘900. Appena
entrato in Mondadori nel luglio del
1960 una notte feci un sogno. Un
uomo che vendeva caldarroste alla
stazione di Lambrate mi viene
incontro e mi dice "vai sempre sulla
strada diritta". Ma io non so cos’è
la strada diritta gli dico e lui mi
fa che non mi devo preoccupare che
lui è Giacomo Noventa e mi aiuterà.
Poi mentre lo fisso in volto il
sogno finisce e io mi sveglio. Il
giorno seguente sono in Mondadori e
incrocio sulle scale un mio amico
Carlo Della Corte, morto di recente,
e gli dico una stupidaggine: c’è chi
sale e c’è chi scende. Lui mi fa di
lasciar perdere in tono brusco e se
ne va. Poi verso le dieci e trenta
del mattino viene a trovarmi in
ufficio e si scusa e mi fa che è un
po’ giù perché gli è morto un caro
amico e maestro soprattutto Giacomo
Noventa e io gli chiedo "Giacomo
Noventa? Un uomo con sopracciglia
folte, labbra femminili e occhi
incavati" e lui mi chiede se lo
conoscevo perché gliel’ho descritto
com’era sul letto di morte. L’avevo
sognato la notte gli dissi.
Vedi, Shakespeare dice che ci sono
più cose fra la terra e il cielo di
quante l’umana filosofia possa
comprendere e Einstein a proposito
della fisica afferma che non si
arriva alle leggi universali per via
logica ma per intuizione e questa
arriva quando noi abbiamo una
comprensione simpatetica con la
realtà: è qualcosa che si fa e noi
ascoltando per amore riceviamo.
Persino la grande scienza come la
poesia percorre il mondo e ci
attraversa e noi la dobbiamo
ascoltare perché favorisce la
crescita della nostra consapevolezza
e ci avvicina così a Dio, alle forze
che generano il mondo. Oggi la
scienza ha capito che c’è un
qualcosa di intelligente che dà vita
ai quanti di energia e come dice
Jung l’inconscio è più intelligente
di ciò che noi presupponiamo.
La poesia è un tramite per
avvicinarci a questa intelligenza.
2 POEMI
"Sem 'na muccia..."
Sèm 'na müccia de òmm, sèm 'na
culana,
andèm nel vent cun l'aria di uiun,
ghe par che tütt sia noster e, urmai
luntana
la pièna di vint'ann, ghe resta el
füm.
Oh grama mia sumensa, che speransa,
che forsa de bastèmm, grenta de nüm!
andèm a l'aria morta che ghe ciama
e quan' che rivum là, diu, sèm pü
nüm.
Siamo una sfilza di uomini, siamo
una collana,
andiamo nel vento con
l'aria dei coglioni,
ci pare tutto
sia nostro e, ormai lontana
la piena
dei vent'anni, ci resta il fumo.
Oh
gramo seme, che speranza,
che forza
di bestemmie, violenza di noi!
Andiamo
all'aria morta che ci chiama
e quando arriviamo là, dio, non siamo
più noi.
(da: Liber)
« Me sun senti..."
Me sun sentî de mör sensa capì
che nüm se mör e nàss sensa savè…
Ma gh'era 'na fenestra due par scür
e ghe se riva adasi per la piassa
cun sura un fassulètt de stèll e mür
che pàrlen d'òmm antìgh e de miseria…
Me sun sentî de mör quand û savü
che gh'era 'na fenestra ne la sera,
e bianca l'era, e 'vèrta cume 'l sû…
Ma quand û camenâ per quèla piassa
mì me sun pers tra i pass, e la
fenestra
l'era luntana e mì seri nel scür.
Mi sono sentito morire senza capire
che
noi si muore e nasce senza saperlo…
Ma
c'era una finestra dove sembra buio
e
ci si arriva adagio per la
piazza
con sopra un fazzoletto di
stelle e muri
che parlano di uomini
antichi e di miseria…
Mi sono sentito morire quando ho saputo
che
c'era una finestra nella sera,
ed
era bianca, e aperta come il
sole…
Ma quando mi sono avviato per
quella piazza
mi sono perso tra i
passi, e la finestra
era lontana e
io ero nel buio.
(da: Bach) |