Carles Duarte

 

 

La luce

 

 

 

Un lieve, fragile battito

I

Scivola nuda la notte sulla pelle.

L’acqua bruna del tempo

scende.

Piove la luna

ombre bianche,

onde azzurre di luce,

solitudini molto antiche,

resti di vita,

l’aria

Non ci sono più certezze.

 

 

II

Cristallo verde della sera.

Piangono gli occhi

ponenti che si estinguono.

Il cielo rosso

brucia immagini perdute.

Si fonde il fiato

in un tessuto di terra.

 

 

III

Densità della notte,

trasparenza schizzata

da colonne di luce,

profili d’un tempo

dove i colori stanchi della materia

ci restituiscono gli sguardi del sogno.

 

 

IV

Rosa del tempo,

sogno dell’aria,

instante preciso,

immobile.

Risorgi.

Braci agli occhi,

le labbra si spogliano.

 

 

V

Ritorni all’oblio.

Le ombre d’un giardino

non ti appartengono più.

Colonne vegetali,

rami di luce,

ferita grigia,

sangue.

Ci si ferma il vento.

Vi muore,

come un’onda vecchia,

il gesto di questa sera.

 

 

VI

Si stempera il colore,

ricomincia la luce

che si spande e dorme

nei limiti del bianco,

in cui ti guarda il silenzio.

Una voce che ignoravi

cancella nella sera

un lieve, fragile battito.

 

***

 

Frammenti

I

Pezzi di mondo, di me,

cristalli di luce,

vetri opachi,

rilievi,

oggetti dimenticati

che sfumano.

Improvvisa, un’incisione,

scoppia.

Tutto è bianco ed è notte.

 

 

II

Si smussano i contorni di questa pelle,

l’aria quieta tende il gesto per guardarti.

Si estende il vuoto,

si perde nel suo centro.

Intacchi la luce;

forse soltanto segnali d’assenza.

T’attende un’isola,

tu.

 

 

III

Si fende il mare,

onde nere s’allontanano

fino allo scoppio,

l’instante in cui confluiscono

le carene.

Rompono il cielo

rami di luce,

senza orizzonte.

Crepe.

 

 

IV

Non c’è strada.

Penombre dense

in un cielo trasparente.

Scritture del corpo,

tratti brevi,

nudi,

quasi inesistenti.

Frammenti di luce,

silenti,

inarrivabili.

 

 

V

Il vento ti spinge.

L’oblio di sabbia,

grigio,

taglia l’onda.

Monti scissi.

Intrecci.

Pieni mozzati.

 

 

VI

Il muro era uno specchio.

Ti solca il freddo,

la densità del vuoto.

Resti feriti,

orme di qualcuno che sei stato

rompono una pelle.

Si scuce il buio.

Il tatto è stanco

e piangi.

 

***

 

Vestigia

 

I

Cadono gocce di tempo,

ciglia in cui si conservano

quegli occhi lenti

che anelavamo.

Crepuscoli chiari,

immagini che ho dimenticato

e che m’accolgono.

Arcipelaghi sconfitti

si fondono e si disfano.

Ritorniamo all’assenza.

 

 

II

Totem d’acqua,

visi perduti,

invenzione della luce,

incubo remoto.

Si spande l’ombra.

Dita sconosciute

riscrivono

grumi di notte,

colori di sabbia,

miti.

 

 

III

Schizzo di blu,

specchio ampio di vento,

rompente pesante,

nudità,

rimasugli tremuli di te,

mentre ti raggiunge il buio.

 

 

IV

Fili di luce,

vestigia del mattino,

fiori stanchi d’aria,

gorghi che si calmano,

sfavillii di barca,

campi di nuvole;

ci battono labbra.

 

 

V

L’onda bianca scivola.

Di nuovo, pura,

l’isola.

Il mare si muove,

un pesce che non hai visto mai s’allontana.

Si sfilano gli enigmi della sera.

 

 

VI

Squame di luce,

miraggi che scendono,

città immaginate

che adesso occulti,

metalli liquidi che si versano

e affondano,

chiazze di terra,

rumori di cieli antichi

che ammutoliscono nell’acqua.

 

***

 

Estinzione della luce

I

Vela di fuoco,

pieghe d’aria ardente,

tenue tessuto che si disfa.

Precipizio di luce

che nutre i tuoi occhi.

Dio ancestrale.

Pelle della notte.

Cala l’onda,

il battito.

Ti trascina la vertigine.

 

 

II

Dietro il rosso,

sotto il magma del tempo

che discende,

intuisco il crepuscolo.

Fiamma spezzata,

tatto ferito,

rovente.

Confini di cenere,

ombre,

tracce bianche

di sguardi.

 

 

III

Orizzonte incandescente che scorre.

Palpitava il respiro

quando il corpo

si generava.

S’estingue l’universo

in occhi che ci osservano,

dentro te.

Eravamo isole di fuoco,

gesti inerti perdurano.

 

 

IV

Persisteva la luce

consumante materia.

Si stancavano le forme,

il sogno.

Vecchia immagine del mondo

fendeva il dolore.

Cresce il silenzio.

 

 

V

Metallo fuso di ponente,

nuvole magre,

rotte azzurre.

Tremano i ricordi.

Oltre la luce,

affondano i muri verdi.

Fiori asciutti.

I tuoi occhi,

ignei,

non sono più specchi:

annegati in un mare di cenere.

 

***

 

Il tatto e la frontiera

I

Flessioni del tempo,

ritorni,

il gesto aperto d’un corpo

che adesso ti commuove

e che sognavi.

Il velo disegna il peso leggero dell’aria,

una tessitura fragile.

La luce si stinge

dietro un muro trasparente.

La pelle fervente,

il tatto e la frontiera.

 

 

II

Paesaggio chiuso,

il telo - prigione, riparo -

t’allontana un volto

che immagini bellissimo.

Il sogno cresce

cercando invano una pelle che t’accoglie,

occhi occulti che senti

come t’interrogano.

Le ombre non capiscono

né cessa il loro respiro.

La donna bruna ti dice la sua mano,

ne vivi la linea

e ne senti già nostalgia.

Batte il mondo

antico,

avido di vita.

 

 

III

La luce si spettina;

lascia al tuo corpo

ombre lunghe, nudità.

Come un bacio vezzeggia

e i vecchi limiti si stringono.

Le tue labbra si aprono;

vi si districa un sorriso,

calori perduti.

Onde bianche discendono

perché il gesto risorga.

 

***

 

Giardino chiuso

I

La morte profonda dorme

ed ora il mondo ricomincia.

Tra le foglie trema

una luminosità stanca.

 

 

II

Ascolto il tempo

che si allenta.

Pennellate di luce,

silenzi vegetali,

radici incerte.

Una finestra da

sul vecchio giardino.

Onde d’aria.

 

 

III

Esilio d’ombre.

La notte precipita.

Battiti di terra,

tracce.

È l’ora del ritorno,

la ferita della sera.

 

 

IV

Sentieri sognati,

echi schivi

d’occhi.

Odore di terra bagnata.

Discende il cielo

verso il giardino chiuso.

 

 

V

Un fiore quotidiano,

l’impulso della vita che sveglia

tutto il peso de la storia.

La pelle fine dell’aria.

La sera è un rifugio,

una nuvola che respira.

Nudo di me,

t’immagino.

 

 

VI

Questo spazio è intimo.

Il dolore delle ombre

arieggia i muri.

Paesaggi trasparenti,

ha la forma dell’acqua

e i rami lo fendono.

I colori della frutta

riempiono d’onde il cielo.

 

 

VII

Senti come la linfa raggiunge

il tocco delle foglie,

le labbra della luce

sui rami.

Guardo il giardino

e ti vedo nelle gialle uva di fiori,

e so il tuo nome

e l’ora in cui ti ritrovo.

Porto un vestito di stelle stinte.

Le mie mani t’aspettano.

 

***

 

La pelle

I

Riposa il corpo,

la pelle resta addormentata.

Si spargono i capelli

con il canto della luce,

sul bianco delle lenzuola.

L’universo s’espande;

il fuoco e il vuoto l’abitano.

M’accompagnano

i cicli di ponente

e il tuo gesto fiducioso.

Il fango umido del tempo batte,

respira nella nudità del sogno.

Ti guardo e sono

un campo di grano

che dondola il vento.

Posso sentire come rompono le onde.

 

 

II

Quando il giorno si spoglia

cerco il cuore delle cose,

conservo gli occhi tra gli astri,

bacio le labbra del vento.

E il mondo si muove

come un albero che cresce

e il paesaggio si allontana.

Quando il giorno si spoglia

s’addormenta sulla pelle,

nei fragili ricordi.

Solo le tue mani

m’accolgono.

 

 

III

Ricerco i tuoi piedi

con un gesto di tenerezza,

intuisco le vie e le ferite,

i freddi e le fatiche,

portandoti oltre te,

dalle mani che conosci.

T’immagino nella sabbia,

il tocco blu dell’acqua a leccarti.

Muore il mondo.

Ti ricordo nella pelle

che adesso imparo ad amare.