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4.d. La scuola vuole entrare a teatro. Ciò che conta è che alla fine i ragazzi imparino a riconoscere diversi linguaggi teatrali.

È il caso più semplice da realizzare ma quello meno frequente, forse perché nessuna scuola ci ha ancora pensato, oppure perché le cose più semplici sono le ultime a essere capite. Voglio dire: va tutto bene, tutte le possibilità più sopra immaginate sono utili, ma i ragazzi, vanno a vedere teatro?

Ecco, questa cosa così semplice, viene troppo spesso trascurata; quando due o tre scuole consorziate, potrebbero organizzare una magnifica stagione teatrale di almeno uno spettacolo mensile. E riuscire a vedere una media di otto spettacoli di compagnie professioniste all’anno, sarebbe davvero una buona media.

 

5. Infine, si condividano o meno i miei giudizi, credo si possa concordare con me con la seguente considerazione: non c’è teatro senza repliche.

Qualsiasi forma di teatro si faccia a, con o per la scuola, se non ha la possibilità di essere replicato un adeguato numero di volta e, possibilmente, in luoghi diversi, non può, a ragione, essere chiamato teatro. Il “recitato una volta sola”, per sua stessa definizione, non ha continuità, non ha seguito, non ha dinamica, non ha possibilità di sviluppo e quindi miglioramento. In altre parole, la scuola che punta a un suo teatro fatto di occasioni uniche, non sta sicuramente facendo teatro, ma altro, e si preoccupino loro di trovargli un nome e una definizione.

 

Antoni Arca

insegnante e drammaturgo

è responsabile del settore Lingua e Didattica del

Centro di Servizi Culturali Società Umanitaria - Alghero

 

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