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4.a. La scuola, o la classe, vuole presentare un testo teatrale a un pubblico indistinto, ciò che conta, è che nel cartellone risulti chiaro che la scuola è il produttore dello spettacolo e che gli attori sono ragazzi di quella scuola.

Si tratta del caso più frequente, soprattutto nelle scuole superiori ed è l’offerta scolastica che meno condivido e che spesso mi trova in aperto contrasto.

Perché comunque è un falso. Anche quando sono bravi, i ragazzi non sono attori e il pubblico non è quello che va normalmente in teatro; quando poi il regista, e magari anche l’autore del testo, coincidono con docenti della stessa scuola, il falso è doppio, perché fuori del contesto scolastico quello non è niente.

Non è nemmeno didatticamente utile, perché sono stati chiamati a recitare i ragazzi “più dotati”; quelli magari un po’ troppo problematici, e che avrebbero trovato giovamento dall’apprendere i rudimenti della dizione e la respirazione diaframmatica, sono stati tagliati fuori perché rallentano troppo la preparazione dello spettacolo.

Se proprio la scuola deve proporre un testo teatrale per fine anno, che sia uno spettacolo vero, con professionisti veri. Si chiami una compagnia e gli si produca uno spettacolo originale a patto che facciano le prove aperte ai ragazzi e agli insegnanti della scuola, e che, come maestranze generiche, comparse incluse, si impegnino ad utilizzare i ragazzi della scuola

Il resto, se non è dichiaratamente un gioco senza nessun’altra pretesa che la volontà di giocare e divertirsi, non può, comunque, essere teatro e il suo valore didattico è dubbio.

“Ma ho fatto recitare Molière ai miei alunni!”

“Davvero, e Molière che ha detto, era contento?”

 

4.b. La scuola vuole fare teatro, nel senso più ampio del termine. Ciò che conta è che alla fine i ragazzi siano cresciuti culturalmente e umanamente.

Si tratta anche questa volta di una situazione piuttosto frequente, con due possibili sviluppi, spesso alternativi:

la scuola affida il progetto a personale interno;

2. la scuola affida il progetto a personale esterno e qualificato.

Nel primo caso, cioè con personale interno (caso molto frequente e in alcune scuole obbligato dall’avere nei propri ruoli insegnanti con l’attestato di formatore teatrale rilasciato in “regolari” corsi ministeriali), il successo dell’intera operazione è determinato dal grado di sensibilità dell’insegnante. Può accadere, infatti, che l’intera attività venga finalizzata al “saggio” di chiusura d’anno; magari da presentare al concorso “Premio internazionale del teatro scolastico da qui a lì”, in cui, immancabilmente si vince qualcosa e si ricevono tanti complimenti. Oppure, e sono i casi più fortunati, l’insegnante offre ai ragazzi una situazione di laboratorio in cui, più che giocare ai piccoli attori si gioca alla scoperta di se stessi, del proprio corpo situato in contesto, e del proprio ruolo all’interno di dinamiche psicologiche e sociali in movimento.

Nel secondo caso, quando la scuola si rivolge a personale esterno di sicura professionalità, ciò che avviene è un laboratorio dell’anima. Un luogo in cui i ragazzi “si allenano” a vivere e imparano che non esiste nessuna possibilità di crescita personale se questa non è diretta verso la ricerca della collaborazione con l’altro.

 

4. C. La scuola vuole proporre teatro. Ciò che conta è che alla fine i ragazzi abbiano almeno contribuito all scrittura di un testo teatrale.

Esiste anche la possibilità che non si voglia arrivare né al “saggio”, né alla “recita scolastica”, né alla partecipazione a nessun concorso, ma si voglia giocare a scrivere un testo originale. Esiste anche questa possibilità, non del tutto infrequente e, comunque, quella a me più consona.

In questi casi, quando la scuola si rivolge a un autore davvero disponibile a rivelarsi alla classe, i ragazzi assistono al processo di scrittura e partecipano essi stessi alla costruzione/scoperta di un carattere, una psicologia, un plot che, almeno sulla carta, funziona e appassiona.

In questo caso, tutti i partecipanti all’esperimento sono autori/attori, perché ogni parte, ogni scena, viene descritta, scritta e (pre)rappresentata in un processo di crescita comune; testo e alunni crescono insieme: la scena pensata all’inizio del laboratorio, alla fine del percorso verrà sicuramente riscritta: “Che ingenui eravamo, due mesi fa”.

 

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