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2. Non si tratta né della drammatizzazione in classe di poesie e letture in genere e nemmeno della recita scolastica per Natale, Carnevale o Pasqua, ma del vero gioco del teatro, con un testo, studio dei caratteri, allestimento e repliche.

Un’azione che la Scuola non è ancora in grado di offrire autonomamente. Voglio dire che nessun docente viene abilitato all’insegnamento del suo ambito disciplinare attraverso prove che implichino l’azione teatrale, e nemmeno le facoltà umanistiche delle Università italiane, nella stragrande maggioranza, prevedono seminari, corsi o esami in cui la pratica teatrale sia oggetto di studio.

Il teatro viene insegnato nelle scuole di teatro e, soprattutto, attraverso il teatro. Cioè vedere, ascoltare fare molto teatro prima di decidere di “insegnare” teatro.

 

2.1. Senza perderci in discussioni sul perché ciò avvenga, la normalità di ogni insegnante di scuola dell’obbligo è quella di non avere mai fatto teatro da palcoscenico, di averne poco ascoltato e di averne poco visto. È ovvio che, con queste premesse, l’insegnante che dicesse “io so fare teatro”, o è un bugiardo o è una mosca bianca.

Spesso, non è né una cosa né l’altra, ma semplicemente qualcuno che disconosce il senso della parola umiltà.

Non si può fare teatro senza la consapevolezza che ciò che sappiamo non è ancora abbastanza e che, soprattutto, da un giorno all’altro può essere buttato via. Le regole, in teatro, esistono soltanto per essere disattese. Ciò che conta è che da quel palco corra un buon filo con quel determinato pubblico. E se perché ciò avvenga l’attore deve distorcere dizione, respirazione e gestualità, l’attore lo farà. Così come cambierà il testo se, per farlo arrivare meglio a quel pubblico, capirà che dovrà aggiungere o togliere una parola, una frase, un sorriso.

 

3. Il teatro è, necessariamente, esperienza vissuta in un contesto teatrale non falsato. Voglio dire, con un pubblico pagante e cattivo in uno spazio scenico accettato. La recita nell’auditorium della scuola è, necessariamente, un falso. Il luogo non è uno spazio scenico “consacrato” e il pubblico non è pagante ma obbligato dalle dinamiche scolastiche e, sempre e comunque, sarà un successo: perché dirigenza scolastica, famiglie e alunni giocheranno a incensarsi, scatenando così un processo perverso che porta miseramente all’autocelebrazione e al disconoscimento e rifiuto del confronto con il reale.

 

3.1. Il teatro a scuola, sono convinto, non può essere fatto dagli insegnanti della classe, deve, comunque essere fatto da personale esterno realmente qualificato. Tutto il resto, ha altri nomi, forse può somigliare al teatro, ma non è teatro, sono recite, drammatizzazioni, animazioni, gioco. Tutte cose formidabili, ma non teatro.

Personalmente, per esempio, quando mi è capitato di far recitare gli alunni della mia classe davanti a un pubblico, ho sempre cercato di comunicare che si trattava di un gioco didattico, funzionale al rafforzamento o l’acquisizione di alcuni concetti legati a precise discipline, che ora potevano essere la lingua, ora la storia, ora l’antropologia. Non facevamo teatro, ma utilizzavamo alcune tecniche teatrali per fare scuola.

 

3.2. Il teatro e basta, ho sempre voluto farlo da esterno alle classi, ora come autore chiamato a seguire lo sviluppo di un testo, ora come autore chiamato a proporre un testo originale. Più spesso come coordinatore dell’intero progetto e, da un po’ di tempo, anche come produttore che offre alle classi le prove aperte dei propri spettacoli.

 

3.3. Insomma, a scuola “teatro” può significare tutto e il contrario di tutto. Si tratta sempre di precisare, di capirsi e, sicuramente senza arrivare a dire niente di realmente nuovo o un poco originale, vi invito a seguirmi nella descrizione di alcuni degli scenari teatral-scolastici possibili, che la mia esperienza di insegnante e drammaturgo sardo mi ha dato modo di vivere.

 

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