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  Corsu  

 

Tele Bonaria

(Cartoline)

 

Antoni Arca

 

 

Personaggi

 

Una tivù che trasmette in continuazione vendite promozionali.

Una poltrona davanti alla tivù da cui spunta la testa di Uomo.

Micio, un gatto.

Un imbonitore di televendite.

Una segreteria telefonica

Un garzone

Un postino

Un barbone

Due religiosi non meglio identificati

Uno studente

Un ladro

 

 

 

I diversi ruoli sono interpretati da tre attori.

 

0.

La scena è il soggiorno di una casa piccolo-borghese. Ai muri, chiusi in cornici dozzinali, copie di quadri famosi riprodotti in dimensioni non reali (es.: una Gioconda in formato poster o un Guernica 50 x 70). Alle pareti il mobilio dei primi anni '70. Il centro dello spazio scenico è occupato da un televisore 27 pollici perennemente acceso; davanti vi è una poltrona e un uomo seduto.

 

1.

Dell'uomo che guarda la tivù si intravede la nuca e nient'altro, però ci è chiaro che non è da solo, Uomo, infatti, parla con il suo gatto.

Dal televisore arrivano le immagini e le voci di una televendita.

Imbonitore, progressivamente ci viene offerto da un'inquadratura di piano americano fino a un primo piano pianissimo chiuso sulla bocca.

In teatro verranno disposti alcuni televisori in modo da consentire la doppia visione della pièce. Per tutta la prima parte una camera fissa inquadrerà il totale dello spazio scenico.

(Finestre esterne e portone potrebbero essere segnate da un filo fosforescente.)

 

Imbonitore dallo schermo: Signori, la proposta odierna è quanto di più bello e prezioso mai vi sia stato offerto. Consentitemi - che potesse cadermi una mano in questo istante se non dico la verità -, questi orecchini del Nilo in oro puro ventiquattro carati garantiti dalla gioielleria La Dea Kalì, sono appartenuti alla sorella di Cleopatra in persona.

No, no, no. No, no, no. Non prendetemi per matto, ma ciò che vi dico è vero. Cleopatra aveva una sorella minore, alta, bella e bionda come lei, con un naso meno pronunciato, però. E questi, signori miei cari, signori miei belli, sono i suoi orecchini e i suoi anelli. Certificati dalla gioielleria La Dea Kalì e dal museo faraonico di Londra. Certamente!

Questa, teleascoltatori, e perché no, teleascoltatrici, è la firma del professor Laster, Bartholomiu Ronald Percival Laster che certifica come questi gioielli siano stati da lui rinvenuti all'interno del sarcofago della sorella di Cleopatra. Terza piramide vicino al Nilo a destra di Ramsete quarto.

 

Voce di Uomo (Anche se il tono non denota interesse per la televendita, parla sulle pause di Imbonitore): Hai fame micio? Fra un po' mangeremo.

Ti andrebbe un po' di fegato con cipolline?

Sarebbe meglio un bel topone grosso grosso, eh, micio?

 

Dal televisore scompare ogni immagine e il suono diventa un fastidioso ronzio, a Uomo cade di mano il telecomando.

Buio.

 

 

2.

Micio.

La scena è sempre la stessa. Le sole differenze apprezzabili sono nella luce, che adesso è molto meno diffusa, e nel televisore, che, muto, trasmette immagini sanguinolente: massacri, incidenti stradali, crolli, bambini affamati, bombardamenti, mutilati… Si ode con chiarezza il miagolio del gatto. Lentamente, una zampa dopo l'altra, prima la coda della testa, da dietro la poltrona compare Micio.

Micio è un attore-gatto assolutamente normale, cioè animalesco. Micio, quindi, miagola, si struscia contro la poltrona, gironzola, salta su un mobile, su una cassapanca, cerca un suo spazio e, soprattutto, dimostra di essere affamato. Micio continua i suoi movimenti finché non ritorna accanto alla poltrona e scorge il telecomando della tivù. Lo prende con i denti, ci gioca, lo porta con sé nella postazione sulla cassapanca e lo rosicchia. Lo schermo prende a cambiare repentinamente programmi.

 

3.

Micio e Garzone.

Entra Garzone spingendo un carrello carico di buste colme di provviste. Arrivato alla immaginata porta di Uomo, Garzone preme l'inesistente campanello. Il campanello suona. Micio lascia cadere il telecomando e la tivù si sintonizza su un programma di varietà invaso da donnine discinte e sculettanti.

 

Garzone (Ha un lieve accento campidanese): Din don. Din don. E muoviti che non ci sei solo tu al mondo, che ci ho fretta, aiò. Aiò a vedere che torno a suonare che non si sa mai. Din don! Che campanello brutto, o mamma mia. E non se ne poteva mettere uno normale. Driin. Pulito. Drin, drin. No, lui si ha messo questo Din don che sembrano le campane a morto della cattedrale. Din, don. Oi o mamma mia che cosa brutta. Ma non esci? E esci, aiò, che poi don Gavinuccio mi dice che sono mandrone e che non ci ho voglia di lavorare e che me ne sto in giro a conto mio senza badare all'interesse della bottega.

E invece io ci bado all'interesse della bottega. Che se don Gavinuccio chiude, io dove vado? E chi mi vuole a me, a trent'anni, senza nemmeno la terza media, i denti di sotto tutti guasti, la mamma vecchia e ammalata e il babbo lasciamo stare?

Oi o mamma mia, che è dura la vita. Ma io me la prendo con allegria. La terza media non ce l'ho, però so più cose io della vita che un laureato in pedagogia nucleare. Come era quella cosa. Ei! C'è questo che sta attraversando il fiume su un traghetto, no cosa traghetto, su una zattera come quelle dei film di caubòis. Il traghettato è uno tutto lucidato, con la gorbatta e la valigetta ventiquattro ore, e il traghettatore è uno messo male, uno proprio… come me aiò. E quello gli fa: “Tu a lo sai quanto c'è dalla Terra alla Luna?” “E cosa ci può essere, come da qui alla Cina, al Giappone, aiò!” “Ma tu non sai niente, io sì che ne so, che sono laureato in matematica.” Aspetta un poco e poi ricomincia. “E il punto più profondo dell'oceano quanto sarà lungo?" “Dieci chilometri?" “Eh, dieci chilometri, ma non sai proprio niente, tu, io sì che ne so, che sono laureato anche in scienze politiche" E gai andende, che lui era laureato in medicina, in lingue orientali, fisica-psico-nucleare e un mucchio di altre cose che manco m'ammento. A un certo punto, quando erano in mezzo in mezzo al fiume, il traghettatore gli fa: “Ma tu nuotare sai?" E quello gli dice: "Eh, con tutte queste lauree che ho dovuto prendere, non ho trovato mai il tempo di imparare a nuotare." “E vai e impara, vai!" Gli ha detto quello spingendolo a bagno.

Din don, din don. Aió però! Che faccio tardi. (Guardando attraverso l'inesistente finestra e salutando Micio:) Ascò, che cosa me ne frega a me. Io non ci ho tempo da perdere se lui si vuole guardare le donne nude alla televisione, che se le guardi. Io la provvista dei quindici giorni già l'ho portata, il gatto già mi ha visto, perciò… (Scaricando il carrello della spesa:) Ecco qua le scatolette, carne, piselli, fagioli, tonno. Frutta, in scatola. Pane, in scatola anche questo, acqua, latte. Carta igienica. C'è tutto. La prossima volta che torno a nascere mi laureo in filosofia anch'io così mi passo tutto il giorno a guardare le donne nude in televisione. Eh, che bella vita, però. (Esce.)

 

4.

Micio.

Micio abbandona la sua postazione e, lentamente, dopo aver verificato che dalla poltrona Uomo non dimostra alcun segno d'interesse, va verso i sacchi della spesa e vi comincia a frugare dentro. Ciò che da prima è un gioco si trasforma subito in rabbia. Niente di ciò che è contenuto nei sacchi può essergli utile, da solo non è in grado di aprire nessuna scatola di metallo. Inferocito Micio si avventa su quelle cose, le sparpaglia dappertutto nella stanza finché, nella furia, un vaso cade da un mobile e Micio si precipita a leccare l'acqua che scivola sul pavimento. Buio.