Una
tivù che trasmette in continuazione vendite promozionali.
Una
poltrona davanti alla tivù da cui spunta la testa di Uomo.
Micio,
un gatto.
Un
imbonitore di televendite.
Una
segreteria telefonica
Un
garzone
Un
postino
Un
barbone
Due
religiosi non meglio identificati
Uno
studente
Un
ladro
I
diversi ruoli sono interpretati da tre attori.
0.
La
scena è il soggiorno di una casa piccolo-borghese. Ai muri, chiusi in
cornici dozzinali, copie di quadri famosi riprodotti in dimensioni non
reali (es.: una Gioconda in formato poster o un Guernica
50 x 70). Alle pareti il mobilio dei primi anni '70. Il centro dello
spazio scenico è occupato da un televisore 27 pollici perennemente
acceso; davanti vi è una poltrona e un uomo seduto.
1.
Dell'uomo
che guarda la tivù si intravede la nuca e nient'altro, però ci è
chiaro che non è da solo, Uomo, infatti, parla con il suo gatto.
Dal
televisore arrivano le immagini e le voci di una televendita.
Imbonitore,
progressivamente ci viene offerto da un'inquadratura di piano americano
fino a un primo piano pianissimo chiuso sulla bocca.
In
teatro verranno disposti alcuni televisori in modo da consentire la
doppia visione della pièce. Per tutta la prima parte una camera fissa
inquadrerà il totale dello spazio scenico.
(Finestre
esterne e portone potrebbero essere segnate da un filo fosforescente.)
Imbonitore
dallo schermo: Signori, la proposta odierna è quanto di più bello e
prezioso mai vi sia stato offerto. Consentitemi - che potesse cadermi
una mano in questo istante se non dico la verità -, questi orecchini
del Nilo in oro puro ventiquattro carati garantiti dalla gioielleria La
Dea Kalì, sono appartenuti alla sorella di Cleopatra in persona.
No,
no, no. No, no, no. Non prendetemi per matto, ma ciò che vi dico è
vero. Cleopatra aveva una sorella minore, alta, bella e bionda come lei,
con un naso meno pronunciato, però. E questi, signori miei cari,
signori miei belli, sono i suoi orecchini e i suoi anelli. Certificati
dalla gioielleria La Dea Kalì e dal museo faraonico di Londra.
Certamente!
Questa,
teleascoltatori, e perché no, teleascoltatrici, è la firma del
professor Laster, Bartholomiu Ronald Percival Laster che certifica come
questi gioielli siano stati da lui rinvenuti all'interno del sarcofago
della sorella di Cleopatra. Terza piramide vicino al Nilo a destra di
Ramsete quarto.
Voce
di Uomo (Anche se il tono non denota interesse per la televendita,
parla sulle pause di Imbonitore): Hai fame micio? Fra un po'
mangeremo.
Ti
andrebbe un po' di fegato con cipolline?
Sarebbe
meglio un bel topone grosso grosso, eh, micio?
Dal
televisore scompare ogni immagine e il suono diventa un fastidioso
ronzio, a Uomo cade di mano il telecomando.
Buio.
2.
Micio.
La
scena è sempre la stessa. Le sole differenze apprezzabili sono nella
luce, che adesso è molto meno diffusa, e nel televisore, che, muto,
trasmette immagini sanguinolente: massacri, incidenti stradali, crolli,
bambini affamati, bombardamenti, mutilati… Si ode con chiarezza il
miagolio del gatto. Lentamente, una zampa dopo l'altra, prima la coda
della testa, da dietro la poltrona compare Micio.
Micio
è un attore-gatto assolutamente normale, cioè animalesco. Micio,
quindi, miagola, si struscia contro la poltrona, gironzola, salta su un
mobile, su una cassapanca, cerca un suo spazio e, soprattutto, dimostra
di essere affamato. Micio continua i suoi movimenti finché non ritorna
accanto alla poltrona e scorge il telecomando della tivù. Lo prende con
i denti, ci gioca, lo porta con sé nella postazione sulla cassapanca e
lo rosicchia. Lo schermo prende a cambiare repentinamente programmi.
3.
Micio
e Garzone.
Entra
Garzone spingendo un carrello carico di buste colme di provviste.
Arrivato alla immaginata porta di Uomo, Garzone preme l'inesistente
campanello. Il campanello suona. Micio lascia cadere il
telecomando e la tivù si sintonizza su un programma di varietà invaso
da donnine discinte e sculettanti.
Garzone
(Ha un lieve accento campidanese): Din don. Din don. E muoviti
che non ci sei solo tu al mondo, che ci ho fretta, aiò. Aiò a vedere
che torno a suonare che non si sa mai. Din don! Che campanello brutto, o
mamma mia. E non se ne poteva mettere uno normale. Driin. Pulito. Drin,
drin. No, lui si ha messo questo Din don che sembrano le campane a morto
della cattedrale. Din, don. Oi o mamma mia che cosa brutta. Ma non esci?
E esci, aiò, che poi don Gavinuccio mi dice che sono mandrone e che non
ci ho voglia di lavorare e che me ne sto in giro a conto mio senza
badare all'interesse della bottega.
E
invece io ci bado all'interesse della bottega. Che se don Gavinuccio
chiude, io dove vado? E chi mi vuole a me, a trent'anni, senza nemmeno
la terza media, i denti di sotto tutti guasti, la mamma vecchia e
ammalata e il babbo lasciamo stare?
Oi
o mamma mia, che è dura la vita. Ma io me la prendo con allegria. La
terza media non ce l'ho, però so più cose io della vita che un
laureato in pedagogia nucleare. Come era quella cosa. Ei! C'è questo
che sta attraversando il fiume su un traghetto, no cosa traghetto, su
una zattera come quelle dei film di caubòis. Il traghettato è uno
tutto lucidato, con la gorbatta e la valigetta ventiquattro ore, e il
traghettatore è uno messo male, uno proprio… come me aiò. E quello
gli fa: “Tu a lo sai quanto c'è dalla Terra alla Luna?” “E cosa
ci può essere, come da qui alla Cina, al Giappone, aiò!” “Ma tu
non sai niente, io sì che ne so, che sono laureato in matematica.”
Aspetta un poco e poi ricomincia. “E il punto più profondo
dell'oceano quanto sarà lungo?" “Dieci chilometri?" “Eh,
dieci chilometri, ma non sai proprio niente, tu, io sì che ne so, che
sono laureato anche in scienze politiche" E gai andende, che lui
era laureato in medicina, in lingue orientali, fisica-psico-nucleare e
un mucchio di altre cose che manco m'ammento. A un certo punto, quando
erano in mezzo in mezzo al fiume, il traghettatore gli fa: “Ma tu
nuotare sai?" E quello gli dice: "Eh, con tutte queste lauree
che ho dovuto prendere, non ho trovato mai il tempo di imparare a
nuotare." “E vai e impara, vai!" Gli ha detto quello
spingendolo a bagno.
Din
don, din don. Aió però! Che faccio tardi. (Guardando attraverso
l'inesistente finestra e salutando Micio:) Ascò, che cosa me ne
frega a me. Io non ci ho tempo da perdere se lui si vuole guardare le
donne nude alla televisione, che se le guardi. Io la provvista dei
quindici giorni già l'ho portata, il gatto già mi ha visto, perciò…
(Scaricando il carrello della spesa:) Ecco qua le scatolette,
carne, piselli, fagioli, tonno. Frutta, in scatola. Pane, in scatola
anche questo, acqua, latte. Carta igienica. C'è tutto. La prossima
volta che torno a nascere mi laureo in filosofia anch'io così mi passo
tutto il giorno a guardare le donne nude in televisione. Eh, che bella
vita, però. (Esce.)
4.
Micio.
Micio
abbandona la sua postazione e, lentamente, dopo aver verificato che
dalla poltrona Uomo non dimostra alcun segno d'interesse, va verso i
sacchi della spesa e vi comincia a frugare dentro. Ciò che da prima è
un gioco si trasforma subito in rabbia. Niente di ciò che è contenuto
nei sacchi può essergli utile, da solo non è in grado di aprire
nessuna scatola di metallo. Inferocito Micio si avventa su quelle cose,
le sparpaglia dappertutto nella stanza finché, nella furia, un vaso
cade da un mobile e Micio si precipita a leccare l'acqua che scivola sul
pavimento. Buio.