Puesia in Sicilia

 

 

Mimoza Ahmeti (Albania) è nata a Kruja, in Albania, nel 1963. È una tra  ‘les enfants terribles’ che negli anni ’90 hanno allargato i propri orizzonti attraverso l’esplorazione delle possibilità offerte dai sensi. Cercando di trainare, in modo molto personale, il proprio paese nella difficile strada verso l’Europa. Mimoza è riuscita, negli ultimi anni, a provocare una riflessione che potrebbe, nel tempo, condurre una società albanese, sempre più impoverita e affaticata, verso nuovi e più sinceri valori umani. Dopo la pubblicazione di due volumi di versi negli anni ’80, sono stati i 53 poemi della raccolta Delirium del 1994 che hanno vista la sua piena affermazione sul pubblico. La poesia di Mimoza Ahmeti è stata ben accolta da una nuova generazione di lettori, in sintonia con la cultura occidentale. Negli ultimi anni Mimoza si dedica anche al canto e ha realizzato due cd a suo nome.

 

 

Senso, senso

 

Senso, mia prima vittima,

di nuovo ti sei aperto, di nuovo aspiri, puriificato

ritorni in vita.

Il cervello ti usa diabolicamente,

istigato a un crimine non perseguibile per legge.

Senso, mia sacra vittima,

così anche stanotte,

limpido,

( o dio, quanto sei bello,quanto sei limpido)

attiri e respiri ma non ti appaghi.

Niente ti risponde, niente ti riguarda

e tu, caro, nuovamente devi offrirrti.

Ma stanotte, nemmeno a darti a chi non ti aspetta,

nessuno ti vuole, mio senso.

E il cervello, questo magico diavolo

adesso piange.

Ed è peccato davvero

Quando piange un diavolo!

 

 

Vuote nozioni

 

Vuote nozioni,

nella soitudine di spazio da voi formato

passo per inerzia insieme a voi,

nel mio spazio da me formato,

come in una città da  dove sono appena fuggiti tutti,

                                                                per sempre

con un sentimento assoluto di non ritorno

( cosa che, lo so, non può accadere ).

 

Vuote nozioni,

rimaste per aria, totalmente sconnesse,

per la ragione misera e drandiosa,

che non vi sento più.

 

 

Nella feccia esistenziale, le stelle

 

 

Fino a quando continueranno a imporsi nella memoria

Nomi di re, mercanti, diplomatici?

Oh, questa folle storia non riesce a suscitare

Nelle progenie, nemmeno i più tiepidi sentimenti.

Io  lo so, l’amore per il passato, per i padri,

si concluderà nell’arroganza

fino a quando vorranno fissare i re nei nostri ricordi.

 

Ecco, qui, tra la feccia

è nata una creatura al di fuori del tempo,

dopo di essa un’altra, e un’altra ancora.

Giovani stelle nel desolato cielo umano,

perfette come la meraviglia,

rare, come quelle,

giovani, tremendamente giovani

sono uscite dal plasma invecchiato.

 

Per strada, sulla feccia esistenziale, camminano le stelle.

Lo stesso Gesù Cristo si ritrasse

al loro terrestre splendore.

<< Oh, l’ultima di esse

sarà la prima ! >>

Quegli occhi, labbra, braccia metalliche,

quei muscoli di forza che sprigiona calore.

Quei piedi che squarciano la feccia, la spingono

spalle che si avvolgono in spire di bronzo tra la morte,

la passione e il sesso in energica generazione,

quando dall’atto risuscita l’anima straziata….

Oh, quelle mani,

la ssaggezza del cervello e del cuore è scritta

in quelle mani.

 

Pioggia, pioggia continua di stanchezza,

                                                              acquazzone,

 

 


 

 

crani che fuoriescono dalla pelle,

crani zigomatici di stelle cadute a gocce,

musica degli occhi, sbalordimento…

L’accasciarsi  nel letto, il sonno rovinato, lacerato

da sogni stupefacenti, irreali, luminosi

mille volte più veri e reali

                                         del giorno stesso.

 

 

Foschia solare, libertà, nudità

poi tristezza, come apice di annuvolamento che ritorna

a portare molto presto la notte agli occhi.

Il desiderio di scomparire, fuggire o suicidarsi,

il nutriente veleno dei sensi – la solitudine,

il disadattamento, la malattia, il vomito da estranazione,

lo scandalo, il divorzio, la fraganza di quelle stelle,

oh, saranno ricordate, dimenticate, sdegnate, lodate?

La loro fierezza, il dispregio, il culto di esibirsi

di una natura che ideale è esplosa in loro.

Il delitto umano che padroneggiano:

la bocca contusa, le labbra spaccate, il riconoscimento,

il nuovo distacco,

l’<< ADDIO>>, che come un uccello ferito

cerca una roccia per morire.

 

 

 

Un altro giorno

rinasce con la fede cieca che la vita è vicina,

un altro giorno tu la ami tremendamente  e lei.

                                                      tremendamente ti ama.

 

Tutte queste cose sono la Storia.

Il fenomeno Vita - queste cose.

 

 

Ecco, ancora un poco

 

 

Ecco, ancora un poco, le febbri canteranno in me.

Si udiranno esili lamenti, tremendamenti sotili,

all’altezza del cervello, dall’imboccatura del cuore…

È l’ora della frattura.

Allontanatevi da me!

Non guardatemi.

Sono tremendamente bello.

Accecatevi…

 

Con le lacrime nude, dove la luce trema,

splende e cade

nel crepaccio del petto,

piange il mio volto

con occhi che guardano all’nterno.

 

Mistero della bellezza, la tua vittima beve acqua nella tua oasi,

annegherà in te fiorita.

Ecco ho capito che cos’è:

è che non amo lui e per lui sto morendo,

mentre la memoria, un bosco rovinato dai temporali

                                                                                 del ritorno in sé

mi ha straziato…

 

Chiudere le porte, le finestre.

Allontanate i bambini che non guardino.

Sono iniziate le febbri, sto tremando.

Sono tremendamente bello, in quest’atto di sfinge,

con sangue angelico nelle vene.

Inghiottisco dolori struggenti.

 

Allontanatevi!

Accecatevi!

Mistero della bellezza,

la tua vittima ha bevuto nella tua oasi.

È annegata in te fiorita…

 

 

Delirium

 

Spezzato,

              incupito,

                           avvelenato,

resisto, spargo luce,

miele scorre dalle mie sorgenti.

Spezzato nel punto più debole,

il restare da soli

che non danneggia nessuno,

ma per me è la fine

dai dolori

che colano dolcezza

di sangue pigiato

in solitudine.

 

Oh, è geniale questa condizione, mentre capisco che ho perduto tutto, sento l’infinita felicità, dell’avere in mano

Il mio essere,

quello,

che non ha potuto donarmi

né lode, né corona.

 

Lode! Che cos’è questa parola?

Da dove mi è giunta, come è venuta fuori?

Un’invenzione!

(Sicuramente questa ambizione scarsa,

innaturale).

 

Gira che ti rigira, torna alla natura:

resisto, voglio giudicare, di nuovo mi ritraggo.

Tanto bello e al tempo stesso mortale, l’uomo.

Con tanto cuore e ancora solitario

Tanta forza ma anche tanto sospetto…

 

Oh, senza posa

il turbine inerte assume rilievo allontanandosi.

Ogni assoluto diviene d’un tratto relativo.

Soltanto la bellezza, essa soltanto, ha il diritto

di avanzare pretese?

 

Perché andate via da me creature reali?

In una traduzione passabile l’oggi

è mutato in ieri,

tanto in fretta da non riuscire a concepirlo

(c’è forse vita senza concepimento?)

I desideri hanno fame di domani

che non è più mio.

 

Perché andate via da me creature reali,

vivo una vita di oggetti sempre inesistenti

e solamente me stesso ho in mano…

Oh, non c’è felicità come questa,

ma nemmeno amarezza come questa può esserci.

 

 

Allora quando l’amore non è strumentale

 

Allora quando l’amore non è strumentale

nascono mondi meravigliosi, si scompongono stelle.

Vibrano i colori in suoni d’immortalità

e in forme d’ogni specie, contenitore dell’universo

è l’amore

allora quando non è strumentale.

 

O Dio dove ti sei nascosto?

Ti dispiace forse?

 

 


 

 

Anna Aguilar Amat (Catalogna) è una delle poetesse di lingua catalana più intense ed apprezzate al giorno d'oggi. Saggista e cattedratica (insegna terminologia e linguistica computazionale presso l'Università Autonoma di Barcellona) ha cominciato la sua attività poetica scrivendo poesie in castigliano.

Dopo aver ricevuto numerosi premi per quei suoi versi, nel 1998 ha deciso di cominciare a poetare in catalano. E' stata anche autrice di testi di canzoni, scrivendo le parole di "Contestador automàtic", disco musicato da Pep Torres. Le sue raccolte poetiche sono: "Trànsit entre dos vols". Barcelona, Ed. Proa, 2001 (Premio Carles Riba 2000); "Musica i escorbut". Barcelona, Edicions 62, 2002 (Premio Màrius Torres 2001); "Petrolier". Valencia, Ed. Denes, 2003 (Premio Englantina d'Or nei Jocs florals de Barcelona, 2000).

 

 

Poesie tradotte dal catalano da Giovanni Miraglia

 

 

Orografia aerea

 

In aria ci sono montagne ed altipiani

con i loro versanti, falde, piedi,

fenditure.

Le nubi li risalgono e li cingono. Non

raggiungono le vette e, per ciò, mai noi

vedendo le cime dei gas, pensiamo

che non abbiano picco.

Qualcosa di simile accade per quel che

riguarda l'anima. Molta poca gente

sa ben osservare la sua geografia;

ne sconosce i passi e le grotte.

Si arrischiano a volare sull'anima

come se fosse una pianura

sferica. A nulla serve avvertire che

la cosa è complessa a chi semplice

la desidera.

Benché, in verità, è semplice:

ha schiena il cielo e chiede solo

che qualcuno voglia grattarglielo quando

gli angeli gli fan solletico con

le loro ali.

Per poterlo fare bisogna imparare

a vederli, e per poterli vedere bisogna

apprendere ad amare. Per amare non è necessario

imparare ad imparare, ed è persino meglio

non sapere niente.

 

 

Neil Armstrong

 

A lie will get you a long way, but won't take you home.

(Anonymous)

 

Una menzogna può portarti lontano; non potrà, però, condurti a casa.

 

(Anonimo)

 

 

Non sai cosa ti portò tanto lontano;

se una menzogna, o il fatto di non sapere dov'era la tua casa.

E' stato lungo, e penoso, e di tanti la sofferenza

si è consumata nel ventre del carburatore. Stai qui da solo,

alla stregua di un condannato, però eletto

allo scettro del maestro ed alla fascia del premio. Qui dove la terra

si è cambiata in luna, comprendi perfino il sembiante dell'angelo

ed il demonio, poiché senza l'azzurro del cielo ed il rosso

dell'argilla ed il verde dei campi di erba medica, tutto è

in bianco e nero, opposizione in circolo e mai nessuno vince.

Qui infine puoi dimostrare che sì, che si può godere

del sole e delle stelle, tutto insieme.

Ed ancora son così lontani i bocciòli che nella notte

si aprono nei luoghi bruciati dal sole, e le tane e

i ghiri e le civette che se li mangiano e le luci dove

i sogni tacitavano i lutti. Sì: voglio la luna in un cesto.

Ed ora hai il momento di avere, e la fine del volere, ed il volere

che hai perduto. Il tuo peso doloroso, che ora ti manca. Girati, saluta.

La camera ti inquadra e ti riprende. Non hanno ben pulito la lente

e si vedranno i granelli di sabbia bianca.

 

 

Felicità

 

 

Non so quel che tu vuoi, da me.

L'istante felice? Questo gelo di tatto millimetrico che sigilla

quella pozza fra le pietre? Pensavi che era un occhio, e ti vedeva?

Al suo fianco le tue ansie sono arance di plastica.

Tu hai già saputo che la bellezza facile è una cosa triste, come tutte

le scuse, come la destrezza nel celare i detti

che fanno male.

Guardami: ancora sto lavando nell'acquaio la tortilla di patate,

ed indagando che cammino di nodi seguiron le formiche,

come i tuoi baci, fino a quel cantuccio dell'anima che abbiamo voluto isolare

dentro un piatto d'acqua.

Non c'è felicità per noialtri.

Solo un piacere duro come una biglia di cristallo con venature di colore.

Evangelî apocrifi, gengive con ferite, tempo che

si prosciuga come orina.

Volevo darti qualcosa, però posso vedere solo il fango

che levo dalle scarpe, la mia libertà ed un cammino di rovi.

E quel pezzetto di cielo con nuvole feriali come mammelle che parlano

mentre vengono e vanno.

Ma queste cose, prima del mio arrivo, eran già tue.

 

 

Anne Sexton. In memoriam[1]

 

Morire è facile se nella cesta vedi

tutte le cose facili che ci domandano

e non sappiamo come fare.

Morire è un'idea gradevole se la felicità

che han cucinato per te

stilla da un imbuto a cui non puoi sfuggire,

o la luna di marzo è soffice besciamella,

o la cipolla bruciata s'è infiltrata

come un'aroma d'Auschwitz

attraverso dei forellini, molto vicini,

come una comunità di proprietari.

Morire è una cosa pertinente

quando contando sappiamo che due più due fa uno

e che con questo non si può comprare

neanche mezzo chilo di ceci.

Morire è un verbo "riflessivo" che comincia

quando vede approssimarsi l'estrema unzione del dire: "io ti amo".

È un'autogratificazione per aver noi bevuto

un buon bicchier di vodka in un autogrill.

Moriamo noi come montoni sopra l'altare ebreo.

Morire è conclusione quando fedele agli errori

il curatore corregge: dove dice "domani"

dovrebbe dire: "uccidi".

Ed il verso è una spada indirizzata

al ventre di peluche di un elefante

o al cuore di carciofo dove la tua mano dorme.

Morire in America dev'essere una tentazione.

Ma di mia madre io conservo solo un biglietto del lotto,

con numero palindromo, ed il ricordo gualcito

di quella logora camicetta di satin. E qui, la luna

cala; e coi racimoli del buio imbottigliamo

vino giovane. Morire puoi anche in una cantina,

ma contemplare la rima ci piace, e fuori fa caldo,

la terra ha iniettati cateteri per ogni dove che sono

canali di liquidi saburrali; però non c'è vento,

non piove, è cominciato bene ottobre.

 

 

Silenzio prima delle bombe

 

 

Una sirena. Il fuggi fuggi.

Dopo un gran silenzio, come una lastra tombale

sopra una torta di compleanno.

Riavvolgo parole per trovare quella mano

che portò via le candele della festa,

il malinteso che ti procurò la febbre.

Pesi trentadue chili e tua madre

sbuccia chicchi d'uva per te, ad uno ad uno.

 

"Spiegami storie di guerra, madre".

Una sirena, il fuggi fuggi.

 

Piove un silenzio intorno alla sera,

come se l'aria sudasse mentre spulcia

le léndini del ricordo fra i capelli

dei morti.

 

"Spiegami storie di guerra, madre"

 

I dolori antichi inchiodati a terra,

sbarre del parapetto di un orinatoio che va

di guerra in guerra che ora mi tocca trascinare.

È lei? Od io? O mia figlia, a volte, che allo sfregare un legno

fa una musica come se fosse Bach al clavicembalo?

 

"Spiegami storie di guerra, madre".

 

Cinque donne e dieci bimbi chiusi dentro una buia stanza

mentre il condor di ferro getta cacca di morte.

Una sirena, il fuggi fuggi, il sibilo delle bombe,

vetri che si spezzano in grida. Ed il cane del silenzio

che nasconde la sua testa nel tuo piccolo petto.

Mentre mi spieghi storie di guerre e di come

sopravvivere ad esse, mi dici "tu ascolta sempre, e

poi guarda, e dopo taci,

taci, taci, taci, taci, taci, taci... ".

 

 

Fortune

 

 

Dice che l'amore è come un bicchiere:

si rompe se lo riempi troppo o

troppo poco.

Ronny Someck Pezzo di vetro

 

 

Fortunati quelli che han salvato

il loro bicchiere, versandovi la giusta quantità

affinché non si rompesse la coppa di cristallo con cui brindavano.

O quelli che lo lasciarono cadere su di una superficie

soffice di fatture, di pannolini usati, di mazzi di carte.

Loro che acquistarono duralex, metacrilato, porexpan.

O la pisside eucaristica, massiccia nel suo oro.

Quello che appese alla parete un bicchiere di vino dipinto

da Dalì. Coloro che lasciarono il servizio di piatti nella vetrina

accanto a ciascuno degli anelli.

O colui che, nell'essere egli stesso il recipiente,

stillò la sua esistenza, nella mano dell'altro.

Fortunati quelli che non sono poeti.

Viva le fonti! Gli stagni di parole!

E questi versi.

 

 

Icaro

 

Il padre ti insegnò a far le ali.

Per questo e perché fuggisti dal labirinto

le accettasti come una buona cosa.

Era bella, la terra dall'alto, con la ginestra fiorita.

Al tuo fianco le nuvole, sfilacciate come la lana di un gomitolo

con cui hanno giocato i gatti degli angeli.

Ed una fonte cantava: si vedeva la sua voce

quando il sole del meriggio le accarezzava l'acqua,

ed il fatto di non udirla, misura e leggerezza del piacere di volare.

Potesti qui riconoscere il quieto orgoglio dell'aquila ed il tuo,

di voler esser da più di lei: libero, l'affanno della caccia ignoto.

(Tassi e scoiattoli guardano indifferenti).

L'aria un sussurro nelle orecchie dei messaggi del nord. Ed intendere

il privilegio che gli dei concedono a quelli, eletti, che sopravvivono.

Salire, salire, salire fin dove i raggi del sole perdono obliquità,

dove non ci son vecchi che piangono né superbia di re deboli come nani

né vaghi funzionari, né domande inutili come dolci di sale.

Ma da un ultimo colpo d'occhio, tuttavia, vedesti il bimbo con il dito in alto.

Fu da allora che cominciasti a cadere. La tenerezza, la pigrizia,

l'abitudine, i panni stesi ad asciugare, un pochino di febbre, la tela da

disegno, che hai fatto oggi a scuola, abbiti un buon giorno, buon appetito, e se

ti fa ridestare un incubo pensa che, accidenti!, sognavi,

tutti i calzini son sporchi, come scotta la zuppa, soffia

ed il gelato accanto perché si raffreddi. Tutte le piume volano.

Pesi. Come noccióla di perfidia la cera generosa s'è disfatta.

Cadi. Mai saprai ciò che volevi sapere. Se il sole

era veramente il sole, se il mare era veramente il mare,

se il cammino verso il cielo tanto lungo e triste come tu temevi.

 

 

Saldi

 

Lentamente son tornata a denudarmi davanti

quell'altro specchio dello spogliatoio,

le proporzioni perdute. Ho visto che alcune tue

tenere parole erano rimaste impigliate

all’orlo del mio reggiseno. Ed alcuni piccoli

sciatori sono scivolati a zig-zag facendo

un baccano d’orzata lungo le mie spalle: erano

i tuoi scherzi. E in quanto a ciò sono difficile ed

un paio di lazzi ancora sono rimbalzati sopra lo sgabello

con un rumore d’attaccapanni. Uno sull’altro i

tre vestiti discreti che con indolenza ho provato nel

negozio per vedere se piacerti fosse una cosa necessaria.

Sembran ricordi di ragazze; a volte le vedo in

passerella per il tuo sguardo muovendo i

fianchi ed i calcoli brillanti del tuo desiderio. Non

gli sono ostile: i loro umori t’hanno condotto a me.

E immagino altre donne, le quali precedo e a cui sorrido:

l’orecchio tiepido fra i capelli della mia canzone.

Vedo la voce… “La cerniera lampo s’impone, fan bozzi

i bottoni… “ La banalità suona eguale in “europant”.

Ne tengo un paio nell’armadio per il giorno in cui ti vedrò.

Adesso canta Gardel.

Nella cassa un garbuglio e la baldoria di adolescenti di

professione e gente ricca ed io come una bimba con un mazzo

di garofani avvolti in carta di giornale.

Già vedo che non è poetico. È solo la volgare

storia (e tanto piccola) di come passo le ore che

ti succedono. Come un cristallo di zucchero che gira

nella noria di una tazza grazie alla forza centripeta che

qualcuno produce mescolando. Poco a poco mi disfo senza

il perdono che mi farebbe sparire e mi trasformo in

te con gelo, con la torbida speranza che la sete

della fretta mi regali un altro istante, mi lasci

la mancia di una mattina ripetuta,

la mancia di una mattina ripetuta

di baci.


[1] La notte del 4 ottobre 1974 Anne Sexton entrò nel garage di casa sua con un bicchiere di vodka in mano ed il cappotto di sua madre sulle spalle. Salì in macchina, mise in moto il motore e lasciò che il monossido di carbonio le togliesse la vita. (Dalla Introduzione di JonioGonzález alla traduzione della raccolta El asesino y otros poemas pubblicata da Icaria, 1996). [Nota di Anna Aguilar-Amat]

 

 


 

 

Mehmet Yashin (Nicosia, Cipro, 1958), vive tra Nicosia, Instanbul e Londra. Nel 1985 il suo primo volume di poesia ha vinto il premio dell’Accademia Turca per la poesia. I suoi testi sono hanno avuto una larga diffusione sia a Cipro che in Turchia. Ha studiato scienze politiche, storia e letteratura nelle Università di Ankara, Istanbul, Atene, Birmingham e del Middlesex.

Il suo primo racconto ha vinto il “Cevdet Kudret Novel Prize”. I suoi poemi sono stati tradotti in più di dieci lingue e messi in musica. Oltre a sei raccolte poetiche e numerosi racconti Yashin ha curato antologie e saggi tra i quali nel 2001 Passo – madrelingua – Dal nazionalismo al multiculturalismo: Letterature di Cipro, Grecia e Turchia.

 

 

TEMPO DI GUERRA

 

Avevo l’abitudine di parlarmi dentro perché nessuno potesse ascoltarmi,

e tutti sospettavano scaltrezza in quel mio silenzio!

Il turco era pericoloso, non doveva esser parlato,

ed il greco assolutamente proibito…

I miei vecchi, che volevano salvarmi, stavano aspettando,

ognuno di loro col dito sul grilletto di una mitraglietta.

E comunque, ciascuno d’essi era volontario soldato.

L’inglese restava in posizione mediana,

un esile tagliacarte per tagliare le pagine dei libri di scuola,

una lingua da parlare in certi momenti

specialmente coi greci!

Io ero spesso incerto in quale idioma versare lacrime, ché

la vita che vivevo non mi era straniera, ma una delle sue traduzioni –

la mia madre lingua era una cosa, la mia madre patria un’altra

ed io, ancora, del tutto diverso…

Anche in quei giorni di blackout divenne dunque ovvio

che mai sarei potuto diventare il poeta di alcun paese,

poiché appartenevo ad una minoranza. E Libertà è ancora

una piccola precaria parola nel lessico di ogni nazione…

Nelle mie poesie, dunque, quelle tre lingue conducono ad un groviglio selvaggio:

né i turchi, né i greci

possono udire la mia voce di dentro, né gli altri…

Ma non li biasimo, era tempo di guerra.

 

LA CASA MORTA

 

Bianco spazio privo dell'orologio del nonno

Tavolo di noce dimentico del tempo

Impronte digitali deterse dalla polvere

Chiavi smarrite da tempo

Cassetta postale bloccata dalla ruggine

Una vecchia che s'addormenta all'improvviso (in un bicchiere i suoi denti)

e questa macchina per scrivere che scrisse le prime poesie del babbo; questa casa dove mamma s'innamorò e morì - questa casa che veniva requisita in ogni guerra, data alle fiamme, mitragliata, saccheggiata delle doti in casse ottomane, e specchi, specchi che osservavano tutte le donne della famiglia nude, specchi coi loro drappeggi - e tutti i fiori appassiti e perduti, tutti eccetto la selvatica perfetta fragranza di rose girovaghe - tempo che la bisnonna metteva da parte in plichi dai bianchi lacci - questo piccolo fantasma che ritornò al luogo della sua morte - le lunghe e silenziose ombre di alberi di cipresso abbattuti - e gli abitanti di questa casa che fanno capolino dalla penombra delle foto a riecheggiare le risate selvagge delle guerre - un fez sorride attraverso il vetro (egli ha dimenticato perché) - e questa casa pondera perché quelli che uccisero tutto ciò che era mio lasciarono me vivo - improvvisamente c'è luce nella nursery dove questo poema è cantato

 

Casa Morta Casa Morta  Casa Morta

 

Nient'altro che la poesia può riportarmi qui

 

 

IL MUSTAFA DI MARIKA

 

La vetrata floreale del capanno del giardiniere,

non parlatemene, ve ne prego!

Li vidi tra le corolle dei fiori,

oh, si, li vidi, attraverso la floreale vetrata.

 

Mustafa esce fuori dal bagno nudo, gocciolante

si dà una stiracchiata, si dondola, ritto

di fronte a Marika  -

Mustafa dev’essere un tantinello pazzo

anche sua moglie quietamente comincia a spogliarsi !

 

O, fucsia, sulla vetrata del giardiniere

come si agitano entrambi tutt’intorno completamente nudi,

bevuti

come due bambini, veramente

né greco né turco il loro cinguettio,

piccola fucsia, fiori come orecchini,

non compresi nulla, nulla

o fucsia!

I loro gemiti, i loro lamenti in lotta sono come orecchini?

Il Mustafa di Marika è pazzo

Marica lo è anche di più, e i suoi orecchini dondolano.

 

 

IL SIGNORE DEL MARE

 

Un custode del museo monta la guardia al Signore del Mare,

ma dove potrebbe egli andare nel mondo?

Chi vorrebbe ora aprire la sua porta agli dei?

Fare una foto costa dollari 10 – VIETATO USARE IL FLASH

click click.

Il viaggio d’Ulisse è senza sale o gusto,

annoiato lui sta bevendo whisky nella sua cabina,

in pochi minuti la nave guadagnerà la sua isola.

Adesso non ci sarà più bisogno di leggende,

pugna, scontri, eroiche gesta,

click

un viaggio piacevole, signori!

Correndo, lanciando il disco

ai mari che si son ristretti

Poseidone gelò

e sulle sue labbra le parole mutarono in pietre.

Come qualcuno al margine del dire

ciò di cui solo egli sa

la risposta cerchiamo .

Ma ora il Signore dei mari è imprigionato e muto,

agitate onde, impetuosi venti, pesci lucenti,

nessuno può parlare

VIETATA L’USCITA

click

Non è necessario, signori, che sappiate la vostra offesa

è chiaro il verdetto:

alle vostre domande non sarà data risposta.

 

 


 

 

Ghjacumu THIERS (Corsica)

Biugrafia, bibliugrafia opere è altri puema

 

Natu in Bastia in u 1945. Hà participatu à a mossa culturale detta di "A leva di u settanta". Rumanzeru è pueta, scrive dinù per u teatru. Hè prufessore à l'Università di Corsica è direttore di u Centru Culturale Universitariu di Corti.

 

 

Amandulu fiuritu

 

 

Amandulu fiuritu

inzicculatu à cotru

sì sbucciatu d'un colpu

in una notte

cum'è una fucilata

 

Surgente saltarina

cristallu di fiscola

sì zirlata d'un colpu

in una notte

cum'è una fucilata

 

Arietta veraninca

fola d’anime sole

sì picciata d'un colpu

in una notte

cum'è una fucilata

 

Amore zitellescu

fattu à coppiu è nescu

amandulu spugliatu

arietta secca

cum'è una fucilata

 

Scala d'inganni dolci

spezzati in mille sensi

amarezza d'un colpu

In una notte

cum'è una scaccanata

 

Cuscenze intustate

Fede à vede tissute

Cù e mani di l’anni

U tempu hè biancu è neru

Hè bella a notte

Cum’è a sfiuricciata

Di l’Esse

 

 

Mon amandier en fleur

 

Mon amandier en fleur,

festonné de frimas,

tu t’es ouvert soudain,

en une nuit,

comme un coup de fusil.

 

Ma source sautillante,

mon pipeau de cristal,

tu as jailli soudain,

en une nuit,

comme un coup de fusil.

 

Ariette printanière,

pour une âme esseulée,

tu as brillé soudain,

en une nuit,

comme un coup de fusil.

 

Mes amoures d’enfant,

jouées à pair ou impair,

amandier dépouillé,

ariette sèche

comme un coup de fusil.

 

Puits de doux sortilèges,

brisés éparpillés,

amertume soudaine,

en une nuit

comme un éclat de rire.

 

Consciences affermies,

la foi dans le regard,

tissée par les années,

le temps est blanc et noir,

la nuit est belle,

comme l’éclosion

de l'Être.

 

 

Case

 

Casa aperta, spalancata

ci entre u sole à lume offertu

è ci piglia à mani sparte

surrisi è ciotta scaccani

in i lavi di l’ochji crosci

Case longhe case zitte

Ci giranu fusi d’ombra

ci s’affosca l’onda di vite fruste

amarume senza avè gosu nunda

propiu nunda

senza avè gosu

 

Meziornu in equilibriu

Cara…

e ringhere sò fresche

nant’à e masche arrimbate

nantu à platani pinzii pinzuti

nentru à e croce di e finestre

stanu meziorni in equilibriu.

 

Case troppu viste è basgi troppu praticati

isse tumette pulite lucciche cum’è labre

senza amore daretu à e palpetre fruste

case chjose cum’è tendoni.

 

Luntanu case gabbie inchjodanu u core.

 

 

Maisons

 

Maison ouverte, toute grande,

où le soleil verse son or,

puise à profusion des sourires

et qu’il baigne d’éclats de rire,

au fond des lacs des yeux humides

Maisons longues, maisons muettes

et où tournent des fuseaux d’ombre,

où s’obscurcit le flot des vies usées.

Amertume de n’avoir joui de rien

de n’avoir joui

de vraiment rien.

 

Midi en équilibre,

Quel plaisir !…

Les balustrades sont fraîches

aux joues qui s’y appuient,

au-dessus des platanes effilés

derrière les croix de chaque fenêtre

le midi est en équilibre.

 

Maisons trop vues et baisers trop usés,

ces tomettes luisantes comme des lèvres,

et nul amour, sous les paupières flétries,

maisons fermées comme des rideaux.

 

Ces maisons cages au loin qui transpercent le cœur.

 

 

Innu

 

Hè lampatu quellu voceru

Di tondu à li me sensi

Mi cusgite le primure

Mi mucidisce la mente

Mi lighjite libri arcani

Chì ciambottanu lamenti

Chì ellu pianti lu voceru

 

Hè lampatu u caracolu

Di tondu à lu me capu

È mi ne fate lu chjerchju

Di tantu sangue landanu

Duve li spavechji vechji

Vanu à ciambuttà l'umanu

À l’eternu

Chì ellu pianti lu caracolu

 

Hè lampata a granitula

Di tondu à la me storia

M'ete toltu lu locu

Di li me sognimemoria

Vanu vani cunfratelli

Chì ciambottanu misteri

À l'infernu

Chì ella pianti a granitula

 

Fate li piantà issi mughji

Fate li squassà issi chjerchji

 

Hè tramuntata l'angoscia

Accampata di timori

In a pianura di e brame

Si incamina un chjarore

È per l'alba cusì linda

U to crede s'innamora

 

Indirizzate issu lume

Chì ellu corghi à la madre.

 

 

Hymne

 

On a lancé ce vocero

enveloppant mes sens,

vous cousez mes désirs,

mon esprit s’engourdit,

vous lisez des grimoires

qui ballottent des plaintes.

Que le vocero s'arrête !

 

On a lancé le caracolu [I]

enveloppant ma tête.

Vous faites autour un cercle [II]

de tant de sang ancien

où ballottent l’humain

nos vieux épouvantails,

éternels.

Que le caracolu s'arrête !

 

On a lancé la granitula [III]

enveloppant mon histoire,

et vous m’avez banni

de mes songes-mémoire.

De vaines confréries

agitent leurs mystères

infernaux.

Que la granitula s'arrête !

 

Faites taire ces cris,

disparaître ces cercles.

 

Crépuscule de l'angoisse

assiégée de terreurs.

Sur la plaine des désirs

une clarté se montre

et dans l'aube limpide

ta foi va s'embraser.

 

Orientez la lumière

égarée vers sa gorge.

 

 

Isse parulle ancu à dì

 

Ti aghju da dì

una funtana chjara appesa à lu me sguardu

aprile ci si ghjoca cù i canti di l’acqua

u pullone si incanta di tanta forza nova

 

Ti aghju da dì

e centu fole ardite ch’ella sumena l’ombra

quandu agostu infrebbatu si avvampa in li so sciali

per l’omu insischitu à l’orlu di e stonde

 

Ti aghju da dì

a cennera di inguernu si piatta in le so brame

è u core ammattatu allenta i so slanci

dumane venerà u fiore à l’amandulu

 

Ti aghju da dì

un isulottu postu in un ciottu di l’onda

accerta pianu pianu a forma di e so sponde

in quella voce mora amparendu u so nome

 

Ti aghju da dì

sopra à stu muru bughju hè spuntata un’arietta

vole parlà di machja è di amore è di mondi

è canta à u crede e parulle ancu à dì.

Ces mots imprononcés

 

 

Je te dirai

 

une fontaine claire pendue à mon regard,

dans les chansons de l’eau un avril qui s’égaye,

de tant de force neuve un bourgeon qui s’enchante.

 

Je te dirai

mille contes hardis que dissémine l’ombre,

lorsque l’août enfiévré s’enflamme en ses délices,

pour un homme transi à la lisière du temps.

 

Je te dirai

la cendre de l’hiver se cache en ses ardeurs,

et le cœur engourdi modère ses élans,

demain sur l’amandier pointera une fleur.

 

Je te dirai

un îlot déposé dans un creux de la mer,

assure lentement la forme de ses rives,

où il apprend son nom dans cette voix mauresque.

 

Je te dirai

au-dessus du mur sombre a pointé une ariette,

qui parle de maquis et d’amour et de mondes,

et chante pour la foi les mots imprononcés.

 

 

In dispensa

 

Hè sgrignata a to porta

è a zucca imbarbotta

parolle cusì lisce

in i piechi di l’ombra

u surrisu hè bagnatu

è l’ora ferma appesa

dui grombuli di acqua

a sciappittana pesa

u mandile di e mani

asciuva tutte e paure

è sgrigni u surrisu

chì mi accorta u fiatu

in dispensa

ci sò

tutte le nostre storie

cullane di pumate

rosse sarà peccatu

in l’ombra cusì dolce

aspetta torna à pena

a mergana si sbacca

scrizzu di mille perle

raconti urientali

fora di a dispensa.

 

 

Dans la remise

 

Ta porte est entrouverte

et la gourde bégaie

ces quelques mots si lisses

dans les replis de l’ombre

ton sourire est humide

et l’heure est en suspens

deux gouttelettes d’eau

le plein midi soulève

le mouchoir de mes mains

tarit toutes les peurs

tu esquisses un sourire

qui me coupe le souffle

dans la remise

il y a

toutes nos aventures

des colliers de tomates

rouges – serait-ce mal ? –

dans cette ombre si douce

attends encore un peu

la brillante grenade

jaillit de mille perles

de contes orientaux

hors de cette remise.

 

 

Culà inghjò a spelonca

 

Culà inghjò a spelonca

frumbata à mutori

u catramu hè crosciu.

L’altri sò tutti quaiò

u tempu hè bufunime

à u mo core silenziu.

Aghju l’idea impernata

per sopra à l’infurcatoghja

di stà o di falà.

Francà

è po arreghje si

à l’orlu di i stanti

u gudimentu arcanu

di e stantare falate

l’ochji fissi

à e ringhere

di i millennii andati si ne

 

 

Tout au fond de la combe

 

Tout au fond de la combe

où vibrent les moteurs

le goudron est mouillé.

Les autres sont en-bas

le temps est un murmure

dans mon cœur un silence.

En proie à une idée fixe

je balance et ne sais

si rester ou descendre.

Franchir

puis se tenir

à l’orée des instants

la jouissance secrète

des menhirs abattus

les yeux fixés

sur les rambardes

des millénaires envolés.

 

 

Quelli di l’isule

(dopu lettu un ennesimu manifestu di un festivale di l’isule)

 

Stà fermu

ùn anscià

fà nice

sin’à l’arice

di l’Alba

è po trincà di colpu

à u scornu di a casa

da duve ellu si sparghje

Chjurlinu indurmichjitu

è tandu annasà l’Elba

è l’aliti tuscani

à fior’di ghjelsuminu…

 

è po lacà grachjà

e curnachje

chì dicenu ch’è no simu in prigiò

noi, quelli di l’isule.

A so tuntia, sì, a so tuntia…

 

Dicenu L’Erdiavule pruibì quellu fiore

l'ordine granducale fù sempre rispettatu

ma vense l’urtulanu

innamuratu persu

è ne fece rigalu

un rambellu

biancu è giallu

tuttu muscu…

tuttu amore…

è ti chjamu Iasmina

chì u nome hè periculu

i Medici mi cercanu

sò cundannatu à morte.

piglia issu ramuncellu

porta lu à l’altra sponda,

ci aghju messu u mo core

è i centu suspiri.

 

Biguglia, di punta à l’isule tuscane, l’8 di maghju di u 2002

 

 

Les gens des îles

(après lecture d’un énième manifeste d’un festival des îles)

 

Ne pas bouger

et retenir son souffle

faire semblant

jusqu’à la pointe

de l’Aube

et puis tourner soudain

à l’angle de la maison

où se répand

cet étang qui sommeille

alors deviner l’Elbe

et les brises toscanes

à fleur de jasmin…

 

et laisser grailler

les corneilles

qui disent que nous les gens des îles

nous vivons en prison.

Quelle sottise, oui, quelle sottise…

 

Le Diable selon elles a banni cette fleur

toujours fut respectée la loi du grand-duché

mais fou d’amour

le jardinier s’en vint

faire cadeau

d’un rameau

blanc et jaune

tout parfum…

tout amour…

je t’appelle Yasmina

car mieux vaut taire ton nom

les Médicis me cherchent

m’ont condamné à mort.

prends donc cette brindille

porte-la sur l’autre rive

j’y ai mis et mon cœur

et plus de cent soupirs.

 

Biguglia face aux îles toscanes, 8 mai 2002

 

 

A camera a sà

 

A camera a sà

i ferri di u lettu

trascaldati da e frebbe

subitanie e parolle sò false

ma noi innò

cù e raffiche

nantu à pianure dolce

à bioccule intrecciate

è l’idea rimpiana

trà l’eternu è u celu

chì ci feghja

à boccarisa

ancu u celu a sà

ma noi innò.

 

 

La chambre elle sait

 

La chambre elle sait

et les barreaux du lit

sont rougis par les fièvres

soudaines et les mots mentent

pas nous

dans les rafales

qui soufflent sur les plaines

nos cheveux emmêlés

et l’idée plane

entre l’éternité et le ciel

qui nous regarde

d’un œil moqueur

le ciel sait lui aussi

pas nous.

 

 

Paesi telematichi.

 

Ùn ti vogliu spiicà

i penseri allibrati

i mandili asciutti

da voceri chì ùn ci sò ;

i campanili sì,

ma da chjocchi eletrichi nant’à quatrere mute.

I cuciombuli amari

asciuvanu à la sulana

e tolle di ricordi

di i tempi landani.

À un celu d’e-mail

si azzinganu e stelle.

 

 

Pays télématiques

 

Je ne veux t'expliquer

les pensées repliées

les mouchoirs séchés

par des voceros qui ne sont plus ;

les clochers qui nous restent

mais sonnent électriques

contre des pierres muettes.

Les amers abcès

séchaient en plein midi

les mottes de souvenirs

des temps anciens.

Les étoiles scintillent

dans un ciel d'e-mails

 

 


[I] Sorte de procession circulaire autour du cadavre pendant laquelle autrefois les femmes poussaient des cris de douleur ou se livraient à des lamentations funèbres.

[II] Cercle que décrit le caracolu.

[III] Procession pascale qui porte le nom du “bigorneau”, par analogie avec les cercles que la foule décrit. Ce rite a été christianisé : la procession s’enroule et symbolise le retour à l’arbre de vie, le Christ ; puis, après cette purification, en se déroulant elle figure un nouveau départ de la création vers la vie ici-bas, vers le « siècle ».

 

 


 

 

Hassan Teleb (Sohag, Egitto,  1944) Laureato in Filosofia all’Università  del Cairo, attualmente  insegna estetica all’Universita Helwan del Cairo.  Ha pubblicato sette  raccolte  di poemi e due saggi filosofici. Nel 1995 ha ricevuto il premio per la poesia Cavafis (in Grecia). Dal 1991 è redattore del mensile Ibdaa. Sue poesie sono state tradotte  in inglese, spagnolo, greco e  in Francia dalla Rivista “Action poétique”.

 

 

Traduzione di : Hussein Mahmoud

 

Che caduta malvagia !

O Madre di Ali,

Ti prego non ascoltare quello che dicono i vicini

Sono bugie

Non ti fidare ti prego

Di quello che è stato detto

E quello che sarà…

 

Non sono stato debole quel giorno lì

Non sta bene che mi tolgano il merito!

Essere vile – tu lo sai – non posso

Quante volte affermai il mio parere

Ma a cosa vale il parere?

Ho fatto dimostrazioni

Ho provocato il mio collega… il mio vicino

Il mio slogan era:

“Abbasso l’epoca dell’ignoranza!

Abbasso l’umiliazione e la dittatura!”

 

Mi ha sorpreso un nemico potente

E forte

Una ressa da tutte le parti

Mi si è radunata furiosa contro

Resistevo

Finchè non mi sconfissero le gambe

Cosa potevo fare alle mie gambe?

 

Niente

Dissi solo più di una volta:

“Che malvagia caduta!”

Mi dissi consolandomi:

“Non sono l’unico sconfitto dall’abbondanza”

Decisi di suicidarmi.

Mi dissi:”Se la morte viene

allora dalle mie mani…”

 

ma le mani delle guardie mi raggiunsero prima,

mi condussero subito

dal loro capo,

in fondo alla sala.

Dissero:”In ginocchio!”

Dissero:”Cammina su quattro zampe!”

Dissero:”Dì’:”Mi  ingannò il diavolo!

            Ora mi rammarico, ora mi pento!”

Resistetti, non mi rassegnai.

Dissero:”Dì’:”Viva il Sultano!”

Non lo feci, ma

Dissi:”Come?”

E questi preavvisi del diluvio davanti ai miei occhi…

 

Dissero:”Se adesso non lo dirai,

             ti faremo schizzare gli occhi fuori dalle orbite!

Ti toglieremo il senno,

poi ce ne andremo lasciandoti solo,

dimenticatoda tutti!”

 

Così Madre di Ali

Trovi innanzi a te

Una persona diversa

Cieca, malatissima

 

Ti prego,

Prendi la penna

Ti voglio dettare

L’essenza della mia tragedia

 

So che la parola è debole

Che la poesia resiste

Ma cercherò

E chissa!

 

Magari potrei riuscire ,

Se mi aiutassero gli angeli della poesia.

Riuscirei ,

Se Dio mi desse l’ispirazione…

 

 

La poesia della Cosa[1]

 

- La cosa non viene definita dal volume

o dalla forma.

Le cose non sanno

            il parametro della nullità o dell’immenso,

            amico mio!

 

            Il valore delle cose è nel rivelarsi

            Nella loro prontezza

            Non nei quintali e grammi

 

La cosa è un mistero

L’opacità del suo codice continua

Fino al giorno del Giudizio

Quando si sganascia dalle risa

Lo stupido – per lo zelo

Dell’intelligente!

 

La cosa è un simbolo

Che abbiamo tutti dimenticato

Cosa in origine intendeva.

 

È un segno che non rivela il suo senso grave..

È impossibile dunque indovinare gli enigmi

Che oltre il segno

Ci sono

 

La cosa: una cosa

                   È anche nulla

                   Richiama lo struzzo

                   È uccello

                   Ma non vola…

 

           La cosa: né male

                              Né bene!

Ma superficie dello specchio

Ove la brutezza e la bellezza sono uguali

Per lo specchio il sorridente

È come il funereo

Noi ci veniamo

Per ballarvi davanti con le nostre ombre

 

E per mettere vicine le cose..

I cosmetici

E le bottiglie del profumo

 

La cosa

Un libro integrale

Quando è sullo scaffale

Diventa di storia

Non sapranno utilizzarlo

I lettori che non sanno

Leggere il sottinteso

 

 

Illuminazione buia

 

Le lingue si illuminano con l’inchiostro

Dell’infanzia

Nell’epoca della scrittura

Sui fogli scorrono i loro segreti

Poi le vocali li annegano

Nella loro morbidezza

 

I mari si illuminano

Con i loro fondi

Le anime con i desideri

Con i loro contrari si illuminano le verità

 

Le creature con gli organi

I monti con la formazione

 

La cosa non crede alla cosa

Nella ignoranza della nuova era

Glaciale

Ma la resurrezione della luce

Restituisce la fede ai miscredenti

Così la vita ritiene la sua fede

 

La natura si illumina costretta

Dalla continua casualità

Della violazione delle sue norme!

 

Ed io

Mi illumino con quello che non dà lume:

Con l’indice della morte

Con la peluria selvaggia sulle ascelle della ragazza

Nella nerezza dei raggi…

 

Mi assedia

Dai sei punti cardinali dell’amore!

O con la passione che si esaurisce

Prima di continuare!

 

Mi illumino con quello che non dà lume

 

 

[1] Tratto da una lunga poesia intitolata : Cosa attraverso nulla

 

 


 

 

Michel Cassir (Egypte) Né en 1952 à Alexandrie en Egypte, Michel Cassir passe sa jeunesse au Liban où il participe à des mouvements prônant le renouveau de la poésie. Après un long séjour au Mexique qui a terminé de forger son univers poétique, il vit à Paris où il poursuit une activité soutenue sur le plan de la création et de la diffusion de la poésie, parallèlement à ses activités de scientifique. Créateur et codirecteur de la collection Levée d’Ancre aux Editions l’Harmattan. Il a publié treize recueils de poésie, parmi lesquels, Le sang qui monte lucide (1976), Une étoile avala moi (1979), A cause des fusées et de la mélancolie (1986), Ralenti de l’éclair (1995), Il n’est d’ange que de parfum (2000), Eluminure de terre (1995), Atelier de sable (2000), L’infini rapproché par les cornes (2003). Braise de galop est son seul ouvrage en prose. Michel Cassir a été traduit en espagnol, en arabe, en turc et traduit des poètes latino-américains. Il a participé à plusieurs anthologies et donné un grand nombre de représentations poétiques en France, Mexique, Liban, Argentine, Nicaragua et Turquie.

 

 

A memoria d'uomo (inedito)

 

Mano che voga sul mare senza capitano e senza mai dare materia alla barchetta di carta del poeta Nioclas Guillen. Primo saluto al sole e declino verso i colori immateriali.Garante delle proprie linee di fuga nella tempesta. Incrocio del respiro con i mostri marini, fidanzati insaziati  delle sirene. Voga anche nei bagni del ragazzo e il feretro del suo doppio abbandonato sul Nilo. E voga ancora sul taglio degli specchi  dove guadagna la libertà dai fantasmi. Zagaglia delle notti insonni, apre lo spessore del piumino dove piange la bellezza. Circoscrive la foresta ai monti della preghiera, alle radici mescolate a meraviglia o paura assoluta del domani. E'   lei stessa a carezzare la collana dell'alba per esorcizzare la fuga dall'amore, cavalcata infame sfiancante l'energia. La mano sparpaglia sulla carne il segno della fiera. E' lei che chiama l'amante per  il caos dei pianeti. Sacralità della piega sotto la tunica fa frusciare la sua amante  innominata; consacrazione dei suoi anelli   presenza di una mano  lunga come un vascello di papiro. Mano che imita il piede della dea bendata. Mani come granchi e arcobaleni che cingono lo svaporamento del destino. E infine, l'inazione dei viaggi abbacinati d'una mano. Fanghi sottomarini, lampi, orgasmi e capigliature rizzate hanno impregnato il suo gioco e la sua scomparsa.  Mano che agguanta la principessa di Tiro, predestinata all'ebbrezza definitiva di un continente, slanciandosi con il fervore del mito. Questa mano che inventa la storia del ratto e della visione, e poi la cala di Matala dove la mano di Zeus ha inventato il cristallo di sabbia, le grotte e il sangue dello spirito che galleggiava. Mano, sostanza e distruzione, sopravanza la velocità dello spirito attraverso la prescienza dei balzi, dell'armonia e dell'emozione  bruta. Come un toro alato. Come la schiuma che lo turba. La scrittura dolore della mano e marchio indelebile. L'alfabeto ne è l'eterno balbettamento e il seme  di un grande campo che  si dispiega nello spazio che si srotola nei margini del tempo. Di carezza in carezza ha lacerato il velo della parola per strapparne le viscere, i sogni, i miracli. Il solo miracolo che ci resta e quello che è a portata della mano, creatura fuggente, musica dell'ombra. E la sacra danza dalle mille mani inghiottite nelle metafore del piacere che si  schianta   come cristallo sulle falesie del mediterraneo.

 

La passione riguadagna la riva per sconvolgere la notte creando desolazione e speranza. A memoria di mano, ferita dal rilievo delle terrazze ripidi, non si era ancora percepita la regalità selvaggia delle sue leggende. Mano sotterratrice di leggende gridate a squarciagola: la leggenda semimorta vivrà ancora per lungo tempo oltre l'impertinenza della carne. Oh mano che ha incrociato l'infinito per perderlo ad ogni nuvola, ad ogni tentativo dell'amor fou. Impresa della città ideale, mille volte le dita mozzate.  Ha portato l'infanzia ed il nulla nello stesso respiro. Infine, seduta alla sua finestra, la mano rassicura il paesaggio e cattura il flusso del mare. Mare interiore d'ogni omicidio, d'ogni tenerezza, aratura di mani, creazione e gorgo di mani.

  

- - -

 

Del Mediterraneo, ho appreso e disappreso tutto, il protrarsi sensuale delle notti, l'evasione a portata di mano dal quotidiano. Rinascimento, dall'artigianato alla folgorazione. La sobrietà naturale come un vento del deserto che tormenta i giochi della vista.  Le pergamene dell'oblio nei rifugi di montagna. Delle falesie chiamate Paradiso dagli stessi demoni delle acque sotterranee.

Mediterraneo, ho percorso i campi d'olivo uno a uno andando in giro per tutte le feste pagane del vecchio bosco di streghe. Ad ogni oliva, la preghiera del pane e della sete. La preghiera dei fuscelli secchi falcati da orde guerriere o degli amanti nudi fino alla fine della loro estasi. Estasi del canto che circonda la luna col suo alone. Estasi delle mani che scoprono i seni della vergine delle grotte. Estasi del formaggio di pecora, del miele e del sesso della folla familiare. Sesso di bleuité e dei coralli marini, sesso inghiottito nel pensiero come una melaverde rubata ai tronfi di questo mondo.

Mediterraneo senza supporto storico, senza gloria e senza dolore impenetrabile. Giusto un accenno di dignità presa in giro e di sogno li cui la potenza si farà sentire nel momento stesso che sarà sparita. Con dei sandali leggeri, l'alba sul Monte Sannino, i pianti sulla corniche di Beirut testimone di nozze infami salvate da nozze invisibili. Questo Mediterraneo, dove il flauto rimonta alla rugiada del mondo, è capace di tutte le lentezze raffinate e dei fendenti sulla schiena dell'innocente. Da sè offre le sue acque all'esilio. Si perpetua nel partire. Saluta l'epopea della partenza come si saluterebbe un intrepido guerriero dell'ignoto. Ma non si attarda al ritorno del ragazzo prodigio, gli è  indiffirente come un ciottolo colto nel vuoto di una fonte.

Il Mediterraneo è una piega di vestito, un gelsomino eternamente rapito ai vicoli dell'infanzia,  parole che recitano un   rosario impercettibile di gioie e pene.

Suo estremo pudore è la garanzia dei suoi trasalimenti e delle sua febbre.

Mediterraneo assente, cullando i suoi fanciulli orfani d'una strana intuizione della felicità.

 

-----

 

Hélios addossato alla cittadella ocra

astro dell'esilio la condanna

la sua danza umana

      non più trottola  del caos

ma siesta punteggiata

dallo spiraglio dello  spirito

d'un giovane archeologo

torso nudo davanti

            l'immensità smarrita

un giovane piantatore di desiderio

nella folla sperduta del mito

            e della zagara

 

Hélios nell'ultima tensione

scruta i bambini irriverenti

che inghiottono con il mar Egeo

demoni sottomarini

stelle in perdita di velocità

            e si intrufolano prontamente

tra i discorsi e le bandiere

            dei conquistatori totali

il cui cranio tormentato

dilaga senza rumore dal sonno

resta a Helios

il ballo mascherato

dei pozzi senza luna

 

- - -

 

Alla rinfusa, delle idee, dei chiodi conservati al riparo del vento, delle trappole,    una giara d'acqua desertificata. L'alto d'una muraglia rosa che osserva il gancio blu del vuoto.

Al secondo piano, la custode dei luoghi è anch'essa blu, tormento di pineta interiore. Trasforma progressivamente le sue facette in molteplici statue non riconoscibile tra esse. Greca, per la radice dei capelli e verosimilmente la trance invisibile degli alluci / delle dita dei piedi. Quando ridiscenderà, fioritura pagana, verso il carro delle acque senza crogiolo?

Chi dalla muraglia o dalla sabbia alzerà l'alba senza voce, il falco dell'alba senza voce?

 

- - -

 

i monaci raschiano il desiderio

nella spessa chioma

dell'alba zigzagante

il tempio si fa cinghia

ed il fantasma della bruma

brocca dove dormono le fanciulle

sconsolate nelle loro radici

 

---------

 

Bashô capitano di viaggi

su una montatura di carne

suoi cosce brandelli e alluci / dita dei piedi

tesi verso province

che la rarità della parola

rende leggere  e sensuali

 

il poeta è sotto il banano

col suo flauto e il suo tamburello muto

testimone della più fragile felicità

sopra le rughe in preghiera.

 

---------

 

Il monte Teide sarà l'ultimo profeta dell'epoea vulcanica. Seni urtati dai venti vegliano ai suoi piedi. Non è una questione d'amore ma di basalto poroso che fonde nello spirito nudo. Le aquile come le nuvole fondono sul crepuscolo per creare la ritirata di Guayano. Il sesso del niente elabora metalli stravaganti che si impadronisconoo dell'alba. Predatori cantano attorno al cratere. Il primo uccello che ha smarrito l'Oceano viene a piantare la sua memoria dalle piccole tracce. Gli antenati scolpiti annodano la lava e la neve benedicono il paesaggio del loro rictus e sguardo vuoto come uno scivolo di miraggi. Né deserto, né foresta, solo un monte scarmigliato che resiste ai lunghi fili elettrici che si annodano impassibili attorno alla vastità stellare. Degli insetti esitano al sole, resi giganti da succhi afrodisiaci. Chi insetto o radice sopravviverà al progredire delle ore dove atomo solitario è il riso dell'uomo ?

 

 

 

De mémoire de main (inédit)

 

Main qui vogue sur la mer sans capitaine et sans jamais matérialiser la barque en papier du poète Nicolas Guillen. Premier salut au soleil et déclin vers les couleurs immatérielles. Garante de ses propres lignes de fuite dans la tempête. Croisement de la respiration avec les monstres marins, fiancés inassouvis des sirènes. Vogue aussi dans les baignades de l’enfant et le cercueil de son double abandonné sur le Nil. Et vogue encore sur le tranchant des miroirs où elle gagne la liberté des fantômes. Sagaie des nuits d’insomnie, elle ouvre l’épaisseur du duvet où pleure la beauté. Cerne la forêt aux monts de prières, aux racines entremêlées à la merveille ou peur absolue du lendemain. C’est elle même qui caressait le collier de l’aube pour exorciser la fuite de l’amour, chevauchée infâme épuisant la sève. La main éparpille sur la chair le signe du fauve. C’est elle qui appela l’amant pour le chaos des planètes. Sacre du pli sous la tunique fait bruisser sa maîtresse innomée ; sacre de ses bagues présence d’une main longue comme un vaisseau de papyrus. Main qui mime le pied de la déesse aux yeux bandés. Mains comme des crabes et des arcs-en-ciel qui ceinturent l’évanouissement du destin. Et enfin, l’inaction des voyages éblouis d’une main. Boues sous-marines, éclairs, orgasmes et chevelures hérissées ont imprégné son jeu et sa disparition.

Main qui empoigna la princesse de Tyr, prédestinée à l’ivresse définitive d’un continent, s’élançant avec la ferveur du mythe. Cette main qui inventa l’histoire du rapt et de la vision. Et puis la crique de Matala où la main de Zeus a inventé les cristaux de sable, les grottes et le sang de l’esprit qui flottait. Main, substance et destruction, devance la célérité de l’esprit par la prescience des bonds, de l’harmonie et de l’émotion brute. Comme ce taureau ailé. Comme l’écume qui le trouble. L’écriture douleur de la main et marque indélébile. L’alphabet en est l’éternel balbutiement et la semence d’un grand champ qui se déploie dans l’espace qui se déroule dans les marges du temps. De caresse en caresse, elle a déchiré le voile du verbe pour en extirper les entrailles, les songes, les miracles. Le seul miracle qui nous reste est celui qui est à portée de la main, créature fuyante, musicienne de l’ombre. Quelle danse sacrée aux mille mains englouties dans les métaphores du plaisir qui s’entrechoquent comme du cristal sur les falaises de la Méditerranée.

La passion regagne le rivage pour ravager la nuit créant la désolation et l’espoir. De mémoire de main, blessée par le relief des terrasses abruptes, on n’avait pas encore perçu la royauté sauvage de ses légendes. Main fossoyeur des légendes crie à tue-tête : la légende mi-morte vivra aussi longtemps que l’impertinence de la chair. Ô main qui a croisé l’infini pour le perdre à chaque nuage, à chaque tentative de l’amour fou. Entreprise de la cité idéale, mille fois les doigts coupés. Elle a porté l’enfance et le néant d’un même souffle. Enfin, assise à sa fenêtre, la main apaise le paysage et capte l’influx de la mer. Mer intérieure de tous les meurtres, de toutes les tendresses, labour des mains, création et gouffre des mains.

 

 

 

Les textes suivants sont extraits de « L’Infini rapproché par les cornes » (2003, Ed. L’Harmattan, Collection Levée d’Ancre).

 

De la Méditerranée, j’ai tout appris et désappris, le prolongement sensuel des nuits, l’évasion à deux doigts du quotidien. Renaissance, de l’artisanat à la fulgurance. La sobriété naturelle comme un vent du désert qui tourmente les jeux de la vue. Les parchemins de l’oubli dans les refuges de montagne. Des falaises appelées Paradis par les mêmes démons des eaux souterraines.

Méditerranée, j’ai parcouru les champs d’oliviers un à un en tournant autour de chaque fête païenne du vieux bois de sorcier. De chaque olive, la prière du pain et de la soif. La prière des brindilles sèches foulées par des hordes guerrières ou des amoureux nus jusqu’au bout de leur extase. Extase du chant qui entoure la lune de son halo. Extase des mains qui découvrent les seins de la vierge des grottes. Extase du fromage de brebis, du miel et du sexe de la foule familière. Sexe de bleuité et de coraux marins, sexe englouti dans la pensée comme une pomme verte volée aux bouffis de ce monde.

Méditerranée sans support historique, sans gloire et sans douleur impénétrable. Juste une pointe de dignité bafouée et de rêve dont la puissance se fera entendre au moment même où il aura disparu. Avec des sandales souples, l’aube sur le Mont Sannine, les pleurs sur la corniche de Beyrouth témoin de noces infâmes sauvées par les noces invisibles. Cette Méditerranée, où la flûte remonte à la rosée même du monde, est capable de toutes les lenteurs raffinées et de la hache au dos de l’innocent. Elle-même offre ses eaux à l’exil. Elle se perpétue dans le départ. Elle salue l’épopée de la partance comme on saluerait un intrépide guerrier de l’inconnu. Mais elle ne s’attarde pas au retour de l’enfant prodige, il lui est indifférent comme un caillou lové au creux d’une source.

La Méditerranée est un pli de robe, un jasmin éternellement dérobé aux ruelles de l’enfance, des mots qui récitent un chapelet imperceptible de joies et de peines.

Son extrême pudeur est la garante de ses soubresauts et de sa fièvre.

Méditerranée absente, berçant ses enfants orphelins d’une étrange intuition du bonheur.

 

- - -

 

Hélios adossé à une citadelle ocre

est condamné à l’astre de l’exil

sa danse humaine

n’est plus cette toupie du chaos

mais une sieste ponctuée

par l’entrebâillement de l’esprit

d’un jeune archéologue

torse nu devant

            l’immensité égarée

un jeune planteur de désir

dans la foule éperdue de mythe

            et de fleur d’oranger

 

Hélios dans une ultime tension

scrute les enfants frondeurs

qui avalent avec la mer Egée

les démons les sous-marins

les étoiles en perte de vitesse

et se faufilent prestement

entre les discours et les drapeaux

des conquérants du tout

dont le crâne tourmenté

déferle sans bruit du sommeil

que reste t-il à Hélios

le bal masqué

des puits sans lune

 

- - -

 

 

Pêle-mêle, des idées, des clous conservés à l’abri du vent, des souricières, une jarre d’eau désertifiée. Le haut d’une muraille rose observant le croc bleu du vide.

Au deuxième étage, la gardienne des lieux est aussi bleue, tourment de pinède intérieure. Elle transforme progressivement ses facettes en de multiples statues non reconnaissables entre elles. Grecque, par la racine des cheveux et vraisemblablement la transe invisible des orteils.

Quand redescendra-t-elle, floraison païenne, vers le char des eaux sans creuset ?

Qui de la muraille ou du sable lèvera l’aube sans voix, le faucon de l’aube sans voix ?

 

- - -

 

 

les moines raclent le désir

dans l'épaisse chevelure

de l'aube zigzagante

le temple se fait chenille

et le fantôme de la brume

cruche où dorment les jeunes filles

éplorées dans leurs racines

 

- - -

 

 

Bashô capitaine des voyages

sur une monture de chair

ses cuisses ses loques ses orteils

tendus vers toutes les provinces

que la rareté du mot

rend légères et sensuelles

 

le poète est sous le bananier

avec sa flûte et son tambourin muet

témoin du plus frêle bonheur

sur les rides en prière

 

- - -

 

 

Le mont Teide serait l’ultime prophète de l’épopée volcanique. Des seins heurtés par les vents veillent à ses pieds. Il n’est pas question d’amour mais de basalte poreux qui fuse dans l’esprit nu. Les aigles tels des nuages fondent sur le crépuscule pour créer la retraite de Guayano[1]. Le sexe du néant élabore les métaux extravagants qui s’empareront de l’aube. Des pillards chantent autour du cratère. Le premier oiseau qui a perdu l’Océan vient planter sa mémoire de peu de traces. Les ancêtres sculptés à même la lave et la neige bénissent le paysage de leur rictus et leur regard creux comme un toboggan de mirages. Ni désert, ni forêt, seul un mont échevelé qui résiste aux longs fils électriques qui se nouent impassiblement autour de la grandeur stellaire. Des insectes titubent au soleil, rendus géants par des sucs aphrodisiaques. Qui de l’insecte ou de la racine survivra au cheminement des heures où le rire de l’homme est un atome solitaire ?


[1] Habitant maléfique de Teide

 

 


 

 

Marigo Alexopoulou (Grecia) è nata in Aten in 1976. Ha intrapreso studi classici e filosofici. Dopo la laurea ad Atene ha studiato all’Università di Glasgow approfondendo gli studi sulla tragedia e la commedia greca. La sua prima raccolta di versi (Più veloce della luce, è stata pubblicata da Kedros nel 2000). Al suo ritorno in patria ha pubblicato una seconda raccolta intitolata (Qualche giorno sta mancando, nel 2004 sempre per i tipi di Kedros).

 

 

Terapia del dolore

 

La clinica di Antifone

era in servizio.

I pazienti eran malati di malinconia.

Il bianco corridoio dell’ospedale emanava odore di sofferenza.

Il rimedio che i dottori raccomandavano

era il dialogo:

per detergere l’anima

per evacuare la pena.

Il tempo della felicità: l’argomento

della presente conferenza.

Comunque, questo tempo mai giunse.

La ragazza malinconica

si sporgeva alla finestra

chiedendosi,

peché viene la tenebra,

perché questo avviene e questo no,

una necessità divertente.

Non era la sola.

C’era altra gente triste che stava sospirando.

Stavano aspettando Antifone.

Antifone venne fuori dal suo ufficio.

Sorrise, perché sapeva che avrebbe avuto un posto nella storia

e disse:

“Non andate contro la natura.

La natura sa e vi mostrerà il modo”

 

 

 

1 Antifone, un sofista dell’Atene del 5 sec. a C., fodò una clinica a Corinto. Dove, col metodo del dialogo, venivan curati coloro che soffrivano di malinconia (v. Plutarco, Le vite dei dieci oratori 1 Moralia 833c)

 

 

Lo spirito di una donna cinese

 

Tu sei pallida,

Tu stai perdendo sangue e vita.

Tu prendi un taxi.

Il tassista guarda nello specchietto retrovisore.

Tu non ci sei.

Lasci una spada nella parte posteriore delll’auto

come pagamento.

Tu volgi verso l’acqua benedetta,

un  giallo aeroplano

ed un trenino giocattolo.

Getti via la maschera,

il bianco sogno.

Servi una colazione a Kung Yang

con le tue lunghe, anziane dita.

Tu scrivi lettere d’amore

in  scrittura minoica

e le lasci sul tavolo della cucina.

 

 

Il bacio della vita

 

A Vladimir

 

 

Ti ho lasciato

esalare

e son rimasta

nel dubbio

se avrei potuto salvarti.

 

 

Confessione di Sylvia Plath

 

Non è il momento adatto

per dirti di mio zio.

Si, è vero

noi tutti nella mia famiglia vivevamo

con la paura

di aver ereditato qualcosa dal suo sé diviso.

Ma soprattutto, credo,

volevo provare a me stessa

di poter amare una città più degli esseri umani.

E fu questo il caso,

quando una notte

capii che non sarei potuta sfuggire

al fuoco che avevo acceso

dentro di me.

 

 

Il tema del ritorno

 

Mi hai lasciato coi tuoi occhiali

per quanti giorni li ho guardati

pensando

ai tuoi ochi.

Desideravo carezzare i tuoi capelli

ma non potevo.

 

L’intera casa

ti stava aspettando.

 

Ma adesso che

sei tornato

non riesco ad individuare

nessun punto di riferimento.

 

Non ho ritrovato il giardino con l’albero di melo,

dal quale coglievi i suoi fiori per me

promettendomi

il frutto della conoscenza.

 

Ho seppellito i tuoi occhiali

nel retro del cortile.

 

Ho apparecchiato la tavola

e ti ho atteso.

 

Abbiamo ricominciato a chiaccherare

dal punto in cui avevamo interrotto.

 

Niente era cambiato

nelle tue parole

e nei tuoi capelli

solo nei tuoi occhi

c’era uno straniero. 

 

 

 La collera di Elettra

 

Elettra,

provava una grande collera dentro

e così quando stava tentando di parlare con lui

non gli avrebbe detto mai

che sarebbe stato meglio se lo avesse uccciso.

 

 

Una chiamata telefonica

 

…19

…18

…17

…16

afferrare

parole

prima che finiscano le monete

del silenzio

 

 

 Il tuo diritto al silenzio

 

Tu non dici una parola:

tranquillamente, meccanicamente

ripeti lo stesso movimento.

 

Questo non è normale,

è piuttosto un cominciamento di miracoli.

 

 

Dopo le elezioni

 

 

Nel mio paese

le mani dell’autorità

si radicano come antenne.

 

Poi noi ci precipitiamo

a ripulire un cortilettto

ed a piantare un albero.

 

A seconda della sua generazione

ognuno ti racconta una storia diversa.

 

Nel frattempo l’albero

arrogantemente rimane

e carezza l’aria.

 

 

Piccola preghiera

 

A Yannis Ritsos

 

 

Ti dissi di dividere

il pane

ed il sale.

Nelle domeniche non mi voglio preoccupare

per il sale da spargere.

 

Ma tu hai continuato, da solo, a cantare

vaghi e incomprensibili ritmi.

 

Ti ho solo sentito dirmi

il corpo

il corpo

(dove l’anima abita)

 

 

Sentirsi vivo in acqua

 

Tu stai galleggiando in acqua

ed ascolti

l’acqua stessa che ha fiducia in te:

“Stai in superficie

senza aver paura del fondo”

 

Dunque la tua ala destra brilla.

Il coreografo insiste che tu

dovresti respirare più naturalmente.

 

Fortunatamente oggi è l’Epifania

e non abbiamo prove.

 

Domani troverai la tua direzione

per il tuo ruolo in trasparenza.

 

Forse dovresti meglio comprendere

come ripetere lo stesso movimento

con chiarezza

 

 

Una lettera dalla Palestina

 [Yadou Haheyya]

 

Gerusalemme città alla deriva

 

 

Avrei voluto

scriverti a volte

ma il momento non era mai quello giusto

perché tu potessi ascoltare.

Adesso immagino la mia lettera

ti troverà

seduto su quel muro di cemento

all’ombra degli alberi d’olivo

ascoltando l’approssimarsi del mezzogiorno.

Credimi, non sapevo che

linee di divisione,

semafori

e segni

potessero preannunciare

separazioni ed un tempo

privo dell’inalienabile diritto alla comunicazione.

Mi mancano

la camiciola bianca

ed il pigiama con la stoffa dello stesso disegno.

Una mattina mi hai detto:

“Dormirai sul mio dorso

ed io viaggerò per te.

Ché potremmo conquistare il mondo intero,

indossare la luce dell’Est

e nasconderci tra fumo

e sigarette

- non nel senso di un’auto-distruzione

ma per bisogno di comprendere.

 

 


 

 

Adrian Grima (Malta) è nato in 1968. Insegna letteratura maltese all’Universita’ di Malta. Ha presentato conferenze sulla letteratura maltese e sul mediterraneo a Malta, Reggio Calabria, Palermo, Roma, in Grecia, presso la Yale University e presso la Colorado University negli Usa. Nel ’99 pubblica It- Trumbettier, un libro di poesia maltese, che vince il secondo premio del Premio Tivoli Europa Giovani ‘99. E’, inoltre, coordinatore e cofondatore dell’organizzazione culturale del Mediterraneo Inizjamed.

http://adriangrima.cjb.net

 

 

Distanze

 

Per Zing e suo nipote di 10 anni Jean

 

 

È alto due metri

ma davanti allo schermo

mentre legge i nomi e le consonanti –

specialmente le consonanti –

si rimpicciolisce, bambino davanti ai cartoni animati;

e vuole assaporare ogni ogni parola – per inetro

come un pezzo di legno grezzo o di aglio aglio,

come una memoria che si struscia lateralmente,

e frontalmente,

dando un sapore perenne alle parole.

 

“Congo deux mille,” mi dice.

Qua trovi tutto quello di cui hai bisogno.

E per un momento chiude i suoi occhi fissi.

E poi ricominciare a seguire il suono di ogni parola francese,

di ogni nome congolese,

e mi ricordo di un paese con valori forti,

l’ultimo bastione di ciò che giusto in un mondo ingiusto,

e il benvenuto che gli hanno dato la polizia e i militari

con il fazzoletto bianco sulla bocca

e una cella improvvisata per cento anime

per nove mesi

per quel che è giusto.

 

Bukavu, Uvira, Lubumbashi,

Bunia, Kisangani.

 

                Comprerò questi nomi

                E li usero per questa poesia,

                così mentre li leggerai

li  riggirerai in testa come spiccioli.

o li rinchiuderai nella cella del tuo sguardo.

 

“L'Etat exerce-t-il aujourd'hui

sa souveraineté sur l'ensemble du territoire?”

si chiede Le Monde.

“Oui et non, répond le chef de l'Etat congolais.”

Né si né no.

 

Click.

 

Forse Bukavu non è più controllata dai ribelli ruandesi.

 

Click.

 

Forse puoi spegnere il proiettore.

 

Click.

 

e dormire,

e campare.

 

Click.

 

E  quello sotto la mitragliatrice non è tuo padre,

 

Click,

 

e tua madre non è sottoterra,

 

Click,

 

e tu non hai perso Jean a Bunia.

 

Click.

 

Da qualche parte ci sono dieci anni catturati

tra uniformi familiari,

tra silenzio e pesanti fucili.

“non parlo con mia sorella da tre settimane.”

E nei suoi occhi c’è tutta la distanza,

penso.

 

Le sue giunocchia contro il cruscotto.

“Se muoio, temo non sarà una soluzione.”

 

In questo spazio piccolo

non so cosa fare con i miei occhi e con le mie parole.

 

E ci sono distanze terrificanti ovunque.

 

Click.

 

 

Poeżiji ta’ Adrian Grima

Literary translation by Adrian Grima and Peter Serracino Inglott

 

rhyming words are underlined

 

Il-Forma ta' Mħabbtek

 

L-għada qajmitni x-xita qalila t'Awwissu

li tiġi u tmur biex tħabbar festa li m'għandhiex bżonn tħabbira.

Int għaddejt minn fuqi u ħallejt l-imħabba tqila tiegħek

fejn kont taf li l-ħamrija tieħu l-forma ta' mħabbtek,

u fejn jien ma nixtieq xejn

u ma nsaqsix.

Int imxejt fuq il-ħamrija għajjiena

li xtaqet tieħu forma isbaħ,

imqar għal ftit mumenti li jibqgħu.

Meta nfirxet ix-xita fuq il-persjani

u l-gallarija u l-ħamrija

int kont għaddejt,

imma l-forma ta' mħabbtek kienet għadha fuqi,

tfuħ,

mhux daqs qabel,

imma kważi.

 

 Adrian Grima

 

 

Poems by Adrian Grima

 

rhyming words are underlined in the Maltese version

 

The Shape of your Love

 

The next day I was woken up by the heavy rain of August

that come and goes to announce a feast that doesn’t need to be announced.

You passed over me and left your heavy/pregnant love

where you knew the soil could take the shape/form of your love,

and where I don’t wish for anything

and I don’t ask.

You walked on the tired soil

that wanted to take a more beautiful shape/form,

even if it is only for a few moments that last.

When the rain spread over the shutters

and the balcony and the soil

you have passed,

but the shape/form of your love was still on me,

with its sweet smell/fragrance,

not as sweet/fragrant as before,

but almost.

 

literal translation by Adrian Grima

 

 

Iċ-Ċimiterju ta' Arlington, Virginia

 

F'din l-ewwel skola fil-miftuħ li qatt żort

hawn il-bankijiet u l-istudenti kwieti u ggalbati,

imqegħdin f'ringieli kważi perfetti.

Iżda s-skiet mhuwiex żball,

jew passività, jew ingratitudni lejn l-għalliem.

Li kellhom jitgħallmu tgħallmuh,

u issa jisktu huma biex nitgħallmu aħna

li nduru u nħufu f'dawn il-klassijiet moderni

mingħajr ħjiel, kieku ma jgħidulniex ta' qabilna,

li sibna ruħna fl-aħjar skola possibbli.

 

Uħud mill-ex-alumni għandhom bank

ikbar minn ta' sħabhom

imma l-biċċa l-kbira laħqu ndunaw bid-differenza fil-qisien

u għamlu bank bħal tas-soltu,

kemm kemm joqgħod ġisem ta' bniedem

u post fejn tħarbex xi ħaġa.

 

Arlington jgħallmuk kollox f'daqqa

u mbagħad ma jkollokx għalfejn issaqsi aktar.

 

Adrian Grima

 

 

The Cemetery at Arlington, Virginia

 

In this first open air school I’ve ever visited

there are desks and the students are quiet and diligent,

placed in rows that are almost perfect.

But the silence is not a mistake/fluke,

or passivity, or ingratitude towards the teacher.

Whatever they had to learn they have learnt,

and now they are silent so that we can learn,

we who go around and search in these modern classrooms

without a clue, unless our ancestors tell us,

to how we found ourselves in the best possible school.

 

some of the ex-alumni have a desk

that is larger than that of their classmates

but the majority managed to notice the difference in size in time

and made a normal desk / like everybody else’s,

just large enough for a person’s body to fit into

and some space to jot down something.

 

At Arlington they teach you everything at once

and then you won’t need to ask any more.

 

Literal translation by Adrian Grima

 

 

Ċelel

 

Minn fejn kull filgħaxija kont inċempel,

f'daqsxejn ta' kamra msaħħna forma t'elle,

imdawra bil-kabini qishom ċelel,

u mżejna sbieħ, kull waħda b'ħabsi mdendel

jiggranfa mar-receiver kollu swaba';

fil-post fejn filgħaxija kont inċempel,

b'dar-raġel twil bid-daqna folta u ħamra,

jitkellem jgħajjat u jinstema' barra;

kien hemm dar-raġel mhux għal kollox magħna,

li kien idawwar sold idur maċ-ċelel,

u jbigħ il-kards bi ftit ċenteżmi fihom

li kien isib u jiġbor minn warajna;

kien hemm min kien jipprova jiżgiċċalu,

u jżomm il-bwiet taħt sorveljanza stretta;

kien hemm min proprjament kien jibża' minnu,

u oħrajn li kienu għala biebhom minnu;

kien hemm ukoll min kien iħobb iwieġbu,

u jħarref kif jaf hu biex jibqa' jkellmu,

u jaqta' mill-priġunerija tiegħu.

 

Adrian Grima

 

 

Cells

(In the original Maltese version, the lines are hendecasyllables – with a strong emphasis on regular rhythm)

 

The place from where I use to phone every evening,

in a small, heated L-shaped room,

with booths all around that look like cells,

and well decorated, each one with a prisoner hanging

and clutching to the receiver full of finger prints;

in the place from where every evening I phoned,

with this tall man with a thick, red beard,

who speaks loudly and can be heard from outside;

there was this man not quite in his right mind,

who used to make some money going round the cells

and selling cards with a few cents in them

that he used to find and collect after we had left;

some people used to try to avoid him/slip past him

and keep their pockets under strict surveillance;

some people were really quite afraid of him,

and others didn’t give a damn about him;

some others liked to answer his questions,

they would invent things to keep the conversation going

and in this way they freed themselves temporarily from their own imprisonment.

 

Literal translation by Adrian Grima

 

 

Qamar?

 

Samwel, wara sena u nofs

 

Għax int bi nhar bilfors trid tara l-qamar;

u jien, għax dmiri li nissodisfak,

noffrilek xemx li tfiġġ minn wara sħaba,

imm’ int ma tridx ‘il “din”, int trid ‘il “dak”.

 

Għalhekk, minkejja n-nhar, tistenna l-qamar,

u jien ġo fija naf li mhux se jfiġġ;

noffrilek nostalġija, qamar kwinta,

imm’ inti tridu issa stess, pariġġ.

 

Għax int mhux biss bil-lejl trid taħfen qamar,

u jien ma nafx kif se nikkuntentak,

“hemm ġranet mod u ġranet mod”, infiehmek,

imm’int ma tridx diskors, int trid ‘il “dak”.

 

Adrian Grima

 

 

Moon?

 

Samwel, a year and a half later

 

Since, at all costs, you want the moon by day

and since I’m meant to grant your every wish,

I offer you a sun emerging from a cloud

but no! it’s ‘that’ you want; you don’t want ‘this’.

 

And so, despite the day, you still wait for the moon

and I know, in my heart, it can’t appear.

I offer you some memory, a moon that’s full,

but you want it right now, identical.

 

Because, even by day, you want to grasp the moon;

I don’t know what to do to make you glad.

"There are days", I explain. "And there are days…"

But you don’t want the whys and wherefores. You just want ‘that’!

 

 

Literary translation by poet Maria Grech Ganado

 

 

Asefru għal Poplu

 

lil ħabibi Samir, Berberu Alġerin, waqt gwerra ċivili

 

 

F’għajnejh hemm kontinent jissara u jirbaħ,

kulturi jistennew bla kwiet il-waqt,

muntanji siekta jitħejjew għall-baħar,

memorji ‘l hawn u ‘l hemm bħal dwal weqfin.

 

Bagħtulu nota d-dar u avżawh… inkella…

minn dak il-ħin sar klandestin taż-żmien;

u kulfejn mar

kien bogħod mid-dar

li ma ridhiex,

u riedha.

 

F’għajnejh hemm konvinzjoni ġdida mwerwra,

hemm dell li fih jistkenn ħalliel armat;

reġistru wċuħ imwiegħra, ‘kkanċellati,

tissara kontra xemx li trid tnessih.

 

Ġo fih hemm belt mixgħula, tfassal, tbaqbaq,

li niżlu fuqh’ aljeni mitfijin;

u kulma ried

ġo nofs das-swied

kien biss li jmur,

u telaq.

 

U fil-fixla

ħalla nofs bniedem warajh għal dejjem;

miegħu kaxkar biss it-tama

li jiġbor imqar ftit qofol,

ftit biċċiet.

 

Adrian Grima

 

 

An Asefru* for a People

 

to my friend Samir, an Algerian Berber, during a civil war

 

 

In his eyes there’s a continent that’s struggling and winning,

cultures that are waiting impatiently for the moment,

silent mountains that are preparing themselves for the sea,

memories here and there like fixed lights.

 

They sent him a note at home to warn him... otherwise...

from that moment he became a clandestine person of time ;

and wherever he went

he was far from home which he rejected,

and wanted.

 

In his eyes there is a new, petrified conviction,

there’s a shadow in which there’s an armed robber hidden away;

a register of precarious faces, cancelled,

struggling against a sun that wants him to forget.

 

Inside him there’s a lit up city, planning, boiling from within,

on whom spent out aliens descend;

and all he wanted

in the middle of this blackness

was to go,

and he left.

 

In the commotion

he left half a person behind forever;

he only took with him the hope that he would at least be able to pick up a little essence,

a few pieces.

 

Literal translation by Adrian Grima

 * “Asefru” in Berber means poem

 

 

L-Imbatt

 

lil Abder

 

 

Kif trossha 'l dik il-qalb kbira f’dik il-ruħ magħluba?

 

F’għajnejk il-baħar frisk tal-Mediterran,

it-taqtigħa siekta bejn bnedmin rashom iebsa u ambjent ostili.

Dirgħajk jgħannqu malajr, Abder,

imma ruħek ma tbigħhiex,

lanqas għal tgħanniqa, aħseb u ara ħamburger, jew donut.

Imma dik it-tgħanniqa għad tifnik, Abder,

u anki dal-baħar kelb tiegħu nnifsu.

Dawn il-martirji żgħar u kbar, fl-Alġerija u kullimkien,

għad ma jkunux biżżejjed

u niltaqa’ miegħek fi Franza bil-memorji mxajtna f’idejk

u tgħidli, bil-Franċiż,

li ma tistax tinsa l-memorji li għannaqt b’qalb li darba riedet tkun,

u kienet,

kbira.

Mhix postha hawn dik il-taħbita soda, Abder,

avolja ma tridx tammetti.

Dal-baħar ħażin wiegħdek id-dinja kollha fil-pali ta’ idejk,

u int bqajt b’idejk miftuħa

minkejja t-tbissim nejjieki u d-daqqiet.

Mhix postha hawn dik il-qalb kbira,

u int ma temminx li jista’ jkollha post ieħor,

merfugħ xi mkien.

 

F’għajnejk hemm id-dar żgħira qrib il-baħar

fejn rajt affarijiet kbar.

Imma dik id-dar ħadha ħaddieħor issa,

u postok hawn,

fuq din in-naħa,

tħoss l-imbatt ġo sidrek magħlub,

u tisma’ l-mewġ dgħajjef tiela’ min-naħa l-oħra

tal-Mediterran.

 

Adrian Grima

 

 

The Sea Swell

 

to Abder

 

 

How do you force that large heart in that thin soul.

 

In your eyes there’s the fresh sea of the Mediterranean,

the silent struggle between hard-headed people and a hostile environment.

Your arms hug very quickly Abder,

but you won’t sell your soul.

not for a hug, let alone for a hamburger, or donut.

But that hug will ultimately wear you out, Abder,

and even this sea that is ruining itself.

At the end of the day,

these martyrdoms, small and large, in Algeria and everywhere,

will not be enough

and I will meet you in France with the devilish memories in your hands

and you will tell me, in French,

that you cannot forget the memories that you hugged with a heart that once wanted to be,

and was,

big.

That strong beat has no place here, Abder,

even though you do not want to accept this.

This sly sea promised you the whole world in the palms of your hands,

and you remained with your hands open

despite the taunting smiles and the blows.

That big heart shouldn’t be here,

and you don’t believe that it could have another place elsewhere,

kept purposely for it.

 

In your eyes there’s the little house by the sea

where you saw [dreamt] great things.

But that house has been occupied by others now,

and your place is here,

on this side,

feeling the swell of the sea in your thin/small chest.

and listening to the weak waves rise from the other side

of the Mediterranean.

 

Literal translation by Adrian Grima

 

 

Quddiem l-Ispiżerija tal-Gvern

 

Quddiem l-ispiżerija tal-Gvern

jieħdu posthom wara xulxin

il-ħajjiet siekta, abbandunati,

li jgħixu minn pinnola għal pinnola,

minn riċetta għal riċetta,

minn kju għal kju.

Ix-xemx tasal qabel il-ħin,

kif tagħmel is-soltu,

u taħraq iktar mid-darba l-oħra.

Mill-ispiżerija joħorġu jiġru

qishom ambulanzi maħruba

ix-xnigħat dwar pinnoli neqsin,

jew dwar regoli u firem ġodda

li nibtu hu u jitfassal il-kju.

 

Mar-rawndabawt

il-karozzi jduru bl-amment u bl-addoċċ,

bħax-xnigħat,

barra dawk il-waħdiet li jridu jobdu r-regolamenti

li lanqas il-pulizija,

(bl-għassa maġenb l-ispiżerija dejjem magħluqa,)

ma jobdu, jew jafu bihom.

 

Ftit ftit kulħadd jinqeda,

minkejja t-tgergir,

u x-xemx tmur tinġabar bi kwietha

għax il-lejl f'dan-naħat tal-ħajja

rawndabawt bit-toroq magħluqa.

  

Adrian Grima

 

 

In front of the Government Pharmacy

 

In front of the Government Pharmacy

the silent, abandoned lives,

who live between one pill and another,

between one prescription and another,

between one queue and another,

file behind each other.

The sun arrives early/before the expected time,

as it always does,

and burns more/is hotter than the time before.

Rumours about missing pills,

or about new rules and signatures

that were designed while the queue was being formed

come running out of pharmacy

like over-speeding ambulances.

 

At the roundabout

the cars go around by heart and carelessly,

like rumours,

except those few who want to obey the rules

which not even the police

(their station next to the pharmacy is always closed)

obey, or even know.

 

Slowly slowly everyone is served.

despite their grumbling,

and the sun goes off quietly to rest

because the night in this neighbourhood of life

is a roundabout with closed streets.

 

 

Literal translation by Adrian GrimaIt

 

 

Trumbettier

 

Fil-bar maġenb il-knisja tagħna

hemm wieħed trumbettier.

Jgħidu li bħalu,

fuq dil-blata qaqoċċa,

m'għandniex.

U min firex lilhinn

minn dal-weraq marsus

jgħid li lanqas fil-Mediterran

bla qies.

 

Dal-lejl

l-imgħallem daqq sas-sagħtejn

u xorob sa l-erbgħa.

Wara straħ daqsxejn,

qam,

u ħareġ mill-bar

bħallikieku xejn.

 

Illejla se jerġa' jdoqq

mill-għaxra ta' bil-lejl.

ħasra, għax dak il-ħin,

min jisimgħu,

għalkemm jieħu gost,

ma jifhem propju xejn.

Skond l-imgħallem

m'hemmx għalfejn.

Sadattant,

bejn għafsa ta' qalb u oħra,

bejn grokk u tnejn,

illejla bi ħsiebu jerġa'

jiskorri s-sagħtejn.

 

Adrian Grima

 

 

The Trumpeter

 

A trumpeter lurks

in the pub by our church.

According to hearsay

he's quite unique

on this artichoke rock.

And according to venturers

beyond its packed layers

even in the vast Mediterranean.

 

Last night

the master played till two

and drank till four.

Then he had some rest,

woke up,

and walked out of the bar

as if nothing were.

 

Tonight he'll start again

at ten p.m..

It's a shame, 'cause at that time,

his audience will enjoy it,

but they won't understand a thing.

The maestro says it's no loss.

Tonight

he'll break his heart a time or two;

he'll drink one tot or just a few;

but nonetheless

he'll play his soul again

till after two.

 

Literary translation by Adrian Grima

and Peter Serracino Inglott

 

 

It-Traġedja ta' l-Iljunfant

Li Ried Jidħol f'Gaġġa ta' l-Għasafar

 

Emphasis on regular rhythm and rhyme

 

Smajt ġrajja mhux tas-soltu,

tingħad mix-xjuħ kultant,

li f'gaġġa ta' l-għasafar,

ried jidħol iljunfant.

 

Allura dan qatagħha

li jfettaħ naqra l-bieb.

U ħareġ mus għall-gaġġa,

u bih fetaħha ktieb.

 

Kuntent dan ħejja ruħu

biex fiha jmidd riġlejh;

'żda f'daqqa waħda nduna

bi ħsieb li daħal ħdejh.

 

Dil-gaġġa kienet gaġġa

imm' issa żgur m'għadhiex.

għax gaġġa tkun tingħalaq,

u din ma tagħlaqhiex.