Puesia in Sicilia

 

 

Mimoza Ahmeti (Albania) è nata a Kruja, in Albania, nel 1963. È una tra  ‘les enfants terribles’ che negli anni ’90 hanno allargato i propri orizzonti attraverso l’esplorazione delle possibilità offerte dai sensi. Cercando di trainare, in modo molto personale, il proprio paese nella difficile strada verso l’Europa. Mimoza è riuscita, negli ultimi anni, a provocare una riflessione che potrebbe, nel tempo, condurre una società albanese, sempre più impoverita e affaticata, verso nuovi e più sinceri valori umani. Dopo la pubblicazione di due volumi di versi negli anni ’80, sono stati i 53 poemi della raccolta Delirium del 1994 che hanno vista la sua piena affermazione sul pubblico. La poesia di Mimoza Ahmeti è stata ben accolta da una nuova generazione di lettori, in sintonia con la cultura occidentale. Negli ultimi anni Mimoza si dedica anche al canto e ha realizzato due cd a suo nome.

 

 

Senso, senso

 

Senso, mia prima vittima,

di nuovo ti sei aperto, di nuovo aspiri, puriificato

ritorni in vita.

Il cervello ti usa diabolicamente,

istigato a un crimine non perseguibile per legge.

Senso, mia sacra vittima,

così anche stanotte,

limpido,

( o dio, quanto sei bello,quanto sei limpido)

attiri e respiri ma non ti appaghi.

Niente ti risponde, niente ti riguarda

e tu, caro, nuovamente devi offrirrti.

Ma stanotte, nemmeno a darti a chi non ti aspetta,

nessuno ti vuole, mio senso.

E il cervello, questo magico diavolo

adesso piange.

Ed è peccato davvero

Quando piange un diavolo!

 

 

Vuote nozioni

 

Vuote nozioni,

nella soitudine di spazio da voi formato

passo per inerzia insieme a voi,

nel mio spazio da me formato,

come in una città da  dove sono appena fuggiti tutti,

                                                                per sempre

con un sentimento assoluto di non ritorno

( cosa che, lo so, non può accadere ).

 

Vuote nozioni,

rimaste per aria, totalmente sconnesse,

per la ragione misera e drandiosa,

che non vi sento più.

 

 

Nella feccia esistenziale, le stelle

 

 

Fino a quando continueranno a imporsi nella memoria

Nomi di re, mercanti, diplomatici?

Oh, questa folle storia non riesce a suscitare

Nelle progenie, nemmeno i più tiepidi sentimenti.

Io  lo so, l’amore per il passato, per i padri,

si concluderà nell’arroganza

fino a quando vorranno fissare i re nei nostri ricordi.

 

Ecco, qui, tra la feccia

è nata una creatura al di fuori del tempo,

dopo di essa un’altra, e un’altra ancora.

Giovani stelle nel desolato cielo umano,

perfette come la meraviglia,

rare, come quelle,

giovani, tremendamente giovani

sono uscite dal plasma invecchiato.

 

Per strada, sulla feccia esistenziale, camminano le stelle.

Lo stesso Gesù Cristo si ritrasse

al loro terrestre splendore.

<< Oh, l’ultima di esse

sarà la prima ! >>

Quegli occhi, labbra, braccia metalliche,

quei muscoli di forza che sprigiona calore.

Quei piedi che squarciano la feccia, la spingono

spalle che si avvolgono in spire di bronzo tra la morte,

la passione e il sesso in energica generazione,

quando dall’atto risuscita l’anima straziata….

Oh, quelle mani,

la ssaggezza del cervello e del cuore è scritta

in quelle mani.

 

Pioggia, pioggia continua di stanchezza,

                                                              acquazzone,

 

 


 

 

crani che fuoriescono dalla pelle,

crani zigomatici di stelle cadute a gocce,

musica degli occhi, sbalordimento…

L’accasciarsi  nel letto, il sonno rovinato, lacerato

da sogni stupefacenti, irreali, luminosi

mille volte più veri e reali

                                         del giorno stesso.

 

 

Foschia solare, libertà, nudità

poi tristezza, come apice di annuvolamento che ritorna

a portare molto presto la notte agli occhi.

Il desiderio di scomparire, fuggire o suicidarsi,

il nutriente veleno dei sensi – la solitudine,

il disadattamento, la malattia, il vomito da estranazione,

lo scandalo, il divorzio, la fraganza di quelle stelle,

oh, saranno ricordate, dimenticate, sdegnate, lodate?

La loro fierezza, il dispregio, il culto di esibirsi

di una natura che ideale è esplosa in loro.

Il delitto umano che padroneggiano:

la bocca contusa, le labbra spaccate, il riconoscimento,

il nuovo distacco,

l’<< ADDIO>>, che come un uccello ferito

cerca una roccia per morire.

 

 

 

Un altro giorno

rinasce con la fede cieca che la vita è vicina,

un altro giorno tu la ami tremendamente  e lei.

                                                      tremendamente ti ama.

 

Tutte queste cose sono la Storia.

Il fenomeno Vita - queste cose.

 

 

Ecco, ancora un poco

 

 

Ecco, ancora un poco, le febbri canteranno in me.

Si udiranno esili lamenti, tremendamenti sotili,

all’altezza del cervello, dall’imboccatura del cuore…

È l’ora della frattura.

Allontanatevi da me!

Non guardatemi.

Sono tremendamente bello.

Accecatevi…

 

Con le lacrime nude, dove la luce trema,

splende e cade

nel crepaccio del petto,

piange il mio volto

con occhi che guardano all’nterno.

 

Mistero della bellezza, la tua vittima beve acqua nella tua oasi,

annegherà in te fiorita.

Ecco ho capito che cos’è:

è che non amo lui e per lui sto morendo,

mentre la memoria, un bosco rovinato dai temporali

                                                                                 del ritorno in sé

mi ha straziato…

 

Chiudere le porte, le finestre.

Allontanate i bambini che non guardino.

Sono iniziate le febbri, sto tremando.

Sono tremendamente bello, in quest’atto di sfinge,

con sangue angelico nelle vene.

Inghiottisco dolori struggenti.

 

Allontanatevi!

Accecatevi!

Mistero della bellezza,

la tua vittima ha bevuto nella tua oasi.

È annegata in te fiorita…

 

 

Delirium

 

Spezzato,

              incupito,

                           avvelenato,

resisto, spargo luce,

miele scorre dalle mie sorgenti.

Spezzato nel punto più debole,

il restare da soli

che non danneggia nessuno,

ma per me è la fine

dai dolori

che colano dolcezza

di sangue pigiato

in solitudine.

 

Oh, è geniale questa condizione, mentre capisco che ho perduto tutto, sento l’infinita felicità, dell’avere in mano

Il mio essere,

quello,

che non ha potuto donarmi

né lode, né corona.

 

Lode! Che cos’è questa parola?

Da dove mi è giunta, come è venuta fuori?

Un’invenzione!

(Sicuramente questa ambizione scarsa,

innaturale).

 

Gira che ti rigira, torna alla natura:

resisto, voglio giudicare, di nuovo mi ritraggo.

Tanto bello e al tempo stesso mortale, l’uomo.

Con tanto cuore e ancora solitario

Tanta forza ma anche tanto sospetto…

 

Oh, senza posa

il turbine inerte assume rilievo allontanandosi.

Ogni assoluto diviene d’un tratto relativo.

Soltanto la bellezza, essa soltanto, ha il diritto

di avanzare pretese?

 

Perché andate via da me creature reali?

In una traduzione passabile l’oggi

è mutato in ieri,

tanto in fretta da non riuscire a concepirlo

(c’è forse vita senza concepimento?)

I desideri hanno fame di domani

che non è più mio.

 

Perché andate via da me creature reali,

vivo una vita di oggetti sempre inesistenti

e solamente me stesso ho in mano…

Oh, non c’è felicità come questa,

ma nemmeno amarezza come questa può esserci.

 

 

Allora quando l’amore non è strumentale

 

Allora quando l’amore non è strumentale

nascono mondi meravigliosi, si scompongono stelle.

Vibrano i colori in suoni d’immortalità

e in forme d’ogni specie, contenitore dell’universo

è l’amore

allora quando non è strumentale.

 

O Dio dove ti sei nascosto?

Ti dispiace forse?

 

 


 

 

Anna Aguilar Amat (Catalogna) è una delle poetesse di lingua catalana più intense ed apprezzate al giorno d'oggi. Saggista e cattedratica (insegna terminologia e linguistica computazionale presso l'Università Autonoma di Barcellona) ha cominciato la sua attività poetica scrivendo poesie in castigliano.

Dopo aver ricevuto numerosi premi per quei suoi versi, nel 1998 ha deciso di cominciare a poetare in catalano. E' stata anche autrice di testi di canzoni, scrivendo le parole di "Contestador automàtic", disco musicato da Pep Torres. Le sue raccolte poetiche sono: "Trànsit entre dos vols". Barcelona, Ed. Proa, 2001 (Premio Carles Riba 2000); "Musica i escorbut". Barcelona, Edicions 62, 2002 (Premio Màrius Torres 2001); "Petrolier". Valencia, Ed. Denes, 2003 (Premio Englantina d'Or nei Jocs florals de Barcelona, 2000).

 

 

Poesie tradotte dal catalano da Giovanni Miraglia

 

 

Orografia aerea

 

In aria ci sono montagne ed altipiani

con i loro versanti, falde, piedi,

fenditure.

Le nubi li risalgono e li cingono. Non

raggiungono le vette e, per ciò, mai noi

vedendo le cime dei gas, pensiamo

che non abbiano picco.

Qualcosa di simile accade per quel che

riguarda l'anima. Molta poca gente

sa ben osservare la sua geografia;

ne sconosce i passi e le grotte.

Si arrischiano a volare sull'anima

come se fosse una pianura

sferica. A nulla serve avvertire che

la cosa è complessa a chi semplice

la desidera.

Benché, in verità, è semplice:

ha schiena il cielo e chiede solo

che qualcuno voglia grattarglielo quando

gli angeli gli fan solletico con

le loro ali.

Per poterlo fare bisogna imparare

a vederli, e per poterli vedere bisogna

apprendere ad amare. Per amare non è necessario

imparare ad imparare, ed è persino meglio

non sapere niente.

 

 

Neil Armstrong

 

A lie will get you a long way, but won't take you home.

(Anonymous)

 

Una menzogna può portarti lontano; non potrà, però, condurti a casa.

 

(Anonimo)

 

 

Non sai cosa ti portò tanto lontano;

se una menzogna, o il fatto di non sapere dov'era la tua casa.

E' stato lungo, e penoso, e di tanti la sofferenza

si è consumata nel ventre del carburatore. Stai qui da solo,

alla stregua di un condannato, però eletto

allo scettro del maestro ed alla fascia del premio. Qui dove la terra

si è cambiata in luna, comprendi perfino il sembiante dell'angelo

ed il demonio, poiché senza l'azzurro del cielo ed il rosso

dell'argilla ed il verde dei campi di erba medica, tutto è

in bianco e nero, opposizione in circolo e mai nessuno vince.

Qui infine puoi dimostrare che sì, che si può godere

del sole e delle stelle, tutto insieme.

Ed ancora son così lontani i bocciòli che nella notte

si aprono nei luoghi bruciati dal sole, e le tane e

i ghiri e le civette che se li mangiano e le luci dove

i sogni tacitavano i lutti. Sì: voglio la luna in un cesto.

Ed ora hai il momento di avere, e la fine del volere, ed il volere

che hai perduto. Il tuo peso doloroso, che ora ti manca. Girati, saluta.

La camera ti inquadra e ti riprende. Non hanno ben pulito la lente

e si vedranno i granelli di sabbia bianca.

 

 

Felicità

 

 

Non so quel che tu vuoi, da me.

L'istante felice? Questo gelo di tatto millimetrico che sigilla

quella pozza fra le pietre? Pensavi che era un occhio, e ti vedeva?

Al suo fianco le tue ansie sono arance di plastica.

Tu hai già saputo che la bellezza facile è una cosa triste, come tutte

le scuse, come la destrezza nel celare i detti

che fanno male.

Guardami: ancora sto lavando nell'acquaio la tortilla di patate,

ed indagando che cammino di nodi seguiron le formiche,

come i tuoi baci, fino a quel cantuccio dell'anima che abbiamo voluto isolare

dentro un piatto d'acqua.

Non c'è felicità per noialtri.

Solo un piacere duro come una biglia di cristallo con venature di colore.

Evangelî apocrifi, gengive con ferite, tempo che

si prosciuga come orina.

Volevo darti qualcosa, però posso vedere solo il fango

che levo dalle scarpe, la mia libertà ed un cammino di rovi.

E quel pezzetto di cielo con nuvole feriali come mammelle che parlano

mentre vengono e vanno.

Ma queste cose, prima del mio arrivo, eran già tue.

 

 

Anne Sexton. In memoriam[1]

 

Morire è facile se nella cesta vedi

tutte le cose facili che ci domandano

e non sappiamo come fare.

Morire è un'idea gradevole se la felicità

che han cucinato per te

stilla da un imbuto a cui non puoi sfuggire,

o la luna di marzo è soffice besciamella,

o la cipolla bruciata s'è infiltrata

come un'aroma d'Auschwitz

attraverso dei forellini, molto vicini,

come una comunità di proprietari.

Morire è una cosa pertinente

quando contando sappiamo che due più due fa uno

e che con questo non si può comprare

neanche mezzo chilo di ceci.

Morire è un verbo "riflessivo" che comincia

quando vede approssimarsi l'estrema unzione del dire: "io ti amo".

È un'autogratificazione per aver noi bevuto

un buon bicchier di vodka in un autogrill.

Moriamo noi come montoni sopra l'altare ebreo.

Morire è conclusione quando fedele agli errori

il curatore corregge: dove dice "domani"

dovrebbe dire: "uccidi".

Ed il verso è una spada indirizzata

al ventre di peluche di un elefante

o al cuore di carciofo dove la tua mano dorme.

Morire in America dev'essere una tentazione.

Ma di mia madre io conservo solo un biglietto del lotto,

con numero palindromo, ed il ricordo gualcito

di quella logora camicetta di satin. E qui, la luna

cala; e coi racimoli del buio imbottigliamo

vino giovane. Morire puoi anche in una cantina,

ma contemplare la rima ci piace, e fuori fa caldo,

la terra ha iniettati cateteri per ogni dove che sono

canali di liquidi saburrali; però non c'è vento,

non piove, è cominciato bene ottobre.

 

 

Silenzio prima delle bombe

 

 

Una sirena. Il fuggi fuggi.

Dopo un gran silenzio, come una lastra tombale

sopra una torta di compleanno.

Riavvolgo parole per trovare quella mano

che portò via le candele della festa,

il malinteso che ti procurò la febbre.

Pesi trentadue chili e tua madre

sbuccia chicchi d'uva per te, ad uno ad uno.

 

"Spiegami storie di guerra, madre".

Una sirena, il fuggi fuggi.

 

Piove un silenzio intorno alla sera,

come se l'aria sudasse mentre spulcia

le léndini del ricordo fra i capelli

dei morti.

 

"Spiegami storie di guerra, madre"

 

I dolori antichi inchiodati a terra,

sbarre del parapetto di un orinatoio che va

di guerra in guerra che ora mi tocca trascinare.

È lei? Od io? O mia figlia, a volte, che allo sfregare un legno

fa una musica come se fosse Bach al clavicembalo?

 

"Spiegami storie di guerra, madre".

 

Cinque donne e dieci bimbi chiusi dentro una buia stanza

mentre il condor di ferro getta cacca di morte.

Una sirena, il fuggi fuggi, il sibilo delle bombe,

vetri che si spezzano in grida. Ed il cane del silenzio

che nasconde la sua testa nel tuo piccolo petto.

Mentre mi spieghi storie di guerre e di come

sopravvivere ad esse, mi dici "tu ascolta sempre, e

poi guarda, e dopo taci,

taci, taci, taci, taci, taci, taci... ".

 

 

Fortune

 

 

Dice che l'amore è come un bicchiere:

si rompe se lo riempi troppo o

troppo poco.

Ronny Someck Pezzo di vetro

 

 

Fortunati quelli che han salvato

il loro bicchiere, versandovi la giusta quantità

affinché non si rompesse la coppa di cristallo con cui brindavano.

O quelli che lo lasciarono cadere su di una superficie

soffice di fatture, di pannolini usati, di mazzi di carte.

Loro che acquistarono duralex, metacrilato, porexpan.

O la pisside eucaristica, massiccia nel suo oro.

Quello che appese alla parete un bicchiere di vino dipinto

da Dalì. Coloro che lasciarono il servizio di piatti nella vetrina

accanto a ciascuno degli anelli.

O colui che, nell'essere egli stesso il recipiente,

stillò la sua esistenza, nella mano dell'altro.

Fortunati quelli che non sono poeti.

Viva le fonti! Gli stagni di parole!

E questi versi.

 

 

Icaro

 

Il padre ti insegnò a far le ali.

Per questo e perché fuggisti dal labirinto

le accettasti come una buona cosa.

Era bella, la terra dall'alto, con la ginestra fiorita.

Al tuo fianco le nuvole, sfilacciate come la lana di un gomitolo

con cui hanno giocato i gatti degli angeli.

Ed una fonte cantava: si vedeva la sua voce

quando il sole del meriggio le accarezzava l'acqua,

ed il fatto di non udirla, misura e leggerezza del piacere di volare.

Potesti qui riconoscere il quieto orgoglio dell'aquila ed il tuo,

di voler esser da più di lei: libero, l'affanno della caccia ignoto.

(Tassi e scoiattoli guardano indifferenti).

L'aria un sussurro nelle orecchie dei messaggi del nord. Ed intendere

il privilegio che gli dei concedono a quelli, eletti, che sopravvivono.

Salire, salire, salire fin dove i raggi del sole perdono obliquità,

dove non ci son vecchi che piangono né superbia di re deboli come nani

né vaghi funzionari, né domande inutili come dolci di sale.

Ma da un ultimo colpo d'occhio, tuttavia, vedesti il bimbo con il dito in alto.

Fu da allora che cominciasti a cadere. La tenerezza, la pigrizia,

l'abitudine, i panni stesi ad asciugare, un pochino di febbre, la tela da

disegno, che hai fatto oggi a scuola, abbiti un buon giorno, buon appetito, e se

ti fa ridestare un incubo pensa che, accidenti!, sognavi,

tutti i calzini son sporchi, come scotta la zuppa, soffia

ed il gelato accanto perché si raffreddi. Tutte le piume volano.

Pesi. Come noccióla di perfidia la cera generosa s'è disfatta.

Cadi. Mai saprai ciò che volevi sapere. Se il sole

era veramente il sole, se il mare era veramente il mare,

se il cammino verso il cielo tanto lungo e triste come tu temevi.

 

 

Saldi

 

Lentamente son tornata a denudarmi davanti

quell'altro specchio dello spogliatoio,

le proporzioni perdute. Ho visto che alcune tue

tenere parole erano rimaste impigliate

all’orlo del mio reggiseno. Ed alcuni piccoli

sciatori sono scivolati a zig-zag facendo

un baccano d’orzata lungo le mie spalle: erano

i tuoi scherzi. E in quanto a ciò sono difficile ed

un paio di lazzi ancora sono rimbalzati sopra lo sgabello

con un rumore d’attaccapanni. Uno sull’altro i

tre vestiti discreti che con indolenza ho provato nel

negozio per vedere se piacerti fosse una cosa necessaria.

Sembran ricordi di ragazze; a volte le vedo in

passerella per il tuo sguardo muovendo i

fianchi ed i calcoli brillanti del tuo desiderio. Non

gli sono ostile: i loro umori t’hanno condotto a me.

E immagino altre donne, le quali precedo e a cui sorrido:

l’orecchio tiepido fra i capelli della mia canzone.

Vedo la voce… “La cerniera lampo s’impone, fan bozzi

i bottoni… “ La banalità suona eguale in “europant”.

Ne tengo un paio nell’armadio per il giorno in cui ti vedrò.

Adesso canta Gardel.

Nella cassa un garbuglio e la baldoria di adolescenti di

professione e gente ricca ed io come una bimba con un mazzo

di garofani avvolti in carta di giornale.

Già vedo che non è poetico. È solo la volgare

storia (e tanto piccola) di come passo le ore che

ti succedono. Come un cristallo di zucchero che gira

nella noria di una tazza grazie alla forza centripeta che

qualcuno produce mescolando. Poco a poco mi disfo senza

il perdono che mi farebbe sparire e mi trasformo in

te con gelo, con la torbida speranza che la sete

della fretta mi regali un altro istante, mi lasci

la mancia di una mattina ripetuta,

la mancia di una mattina ripetuta

di baci.


[1] La notte del 4 ottobre 1974 Anne Sexton entrò nel garage di casa sua con un bicchiere di vodka in mano ed il cappotto di sua madre sulle spalle. Salì in macchina, mise in moto il motore e lasciò che il monossido di carbonio le togliesse la vita. (Dalla Introduzione di JonioGonzález alla traduzione della raccolta El asesino y otros poemas pubblicata da Icaria, 1996). [Nota di Anna Aguilar-Amat]

 

 


 

 

Mehmet Yashin (Nicosia, Cipro, 1958), vive tra Nicosia, Instanbul e Londra. Nel 1985 il suo primo volume di poesia ha vinto il premio dell’Accademia Turca per la poesia. I suoi testi sono hanno avuto una larga diffusione sia a Cipro che in Turchia. Ha studiato scienze politiche, storia e letteratura nelle Università di Ankara, Istanbul, Atene, Birmingham e del Middlesex.

Il suo primo racconto ha vinto il “Cevdet Kudret Novel Prize”. I suoi poemi sono stati tradotti in più di dieci lingue e messi in musica. Oltre a sei raccolte poetiche e numerosi racconti Yashin ha curato antologie e saggi tra i quali nel 2001 Passo – madrelingua – Dal nazionalismo al multiculturalismo: Letterature di Cipro, Grecia e Turchia.

 

 

TEMPO DI GUERRA

 

Avevo l’abitudine di parlarmi dentro perché nessuno potesse ascoltarmi,

e tutti sospettavano scaltrezza in quel mio silenzio!

Il turco era pericoloso, non doveva esser parlato,

ed il greco assolutamente proibito…

I miei vecchi, che volevano salvarmi, stavano aspettando,

ognuno di loro col dito sul grilletto di una mitraglietta.

E comunque, ciascuno d’essi era volontario soldato.

L’inglese restava in posizione mediana,

un esile tagliacarte per tagliare le pagine dei libri di scuola,

una lingua da parlare in certi momenti

specialmente coi greci!

Io ero spesso incerto in quale idioma versare lacrime, ché

la vita che vivevo non mi era straniera, ma una delle sue traduzioni –

la mia madre lingua era una cosa, la mia madre patria un’altra

ed io, ancora, del tutto diverso…

Anche in quei giorni di blackout divenne dunque ovvio

che mai sarei potuto diventare il poeta di alcun paese,

poiché appartenevo ad una minoranza. E Libertà è ancora

una piccola precaria parola nel lessico di ogni nazione…

Nelle mie poesie, dunque, quelle tre lingue conducono ad un groviglio selvaggio:

né i turchi, né i greci

possono udire la mia voce di dentro, né gli altri…

Ma non li biasimo, era tempo di guerra.

 

LA CASA MORTA

 

Bianco spazio privo dell'orologio del nonno

Tavolo di noce dimentico del tempo

Impronte digitali deterse dalla polvere

Chiavi smarrite da tempo

Cassetta postale bloccata dalla ruggine

Una vecchia che s'addormenta all'improvviso (in un bicchiere i suoi denti)

e questa macchina per scrivere che scrisse le prime poesie del babbo; questa casa dove mamma s'innamorò e morì - questa casa che veniva requisita in ogni guerra, data alle fiamme, mitragliata, saccheggiata delle doti in casse ottomane, e specchi, specchi che osservavano tutte le donne della famiglia nude, specchi coi loro drappeggi - e tutti i fiori appassiti e perduti, tutti eccetto la selvatica perfetta fragranza di rose girovaghe - tempo che la bisnonna metteva da parte in plichi dai bianchi lacci - questo piccolo fantasma che ritornò al luogo della sua morte - le lunghe e silenziose ombre di alberi di cipresso abbattuti - e gli abitanti di questa casa che fanno capolino dalla penombra delle foto a riecheggiare le risate selvagge delle guerre - un fez sorride attraverso il vetro (egli ha dimenticato perché) - e questa casa pondera perché quelli che uccisero tutto ciò che era mio lasciarono me vivo - improvvisamente c'è luce nella nursery dove questo poema è cantato

 

Casa Morta Casa Morta  Casa Morta

 

Nient'altro che la poesia può riportarmi qui

 

 

IL MUSTAFA DI MARIKA

 

La vetrata floreale del capanno del giardiniere,

non parlatemene, ve ne prego!

Li vidi tra le corolle dei fiori,

oh, si, li vidi, attraverso la floreale vetrata.

 

Mustafa esce fuori dal bagno nudo, gocciolante

si dà una stiracchiata, si dondola, ritto

di fronte a Marika  -

Mustafa dev’essere un tantinello pazzo

anche sua moglie quietamente comincia a spogliarsi !

 

O, fucsia, sulla vetrata del giardiniere

come si agitano entrambi tutt’intorno completamente nudi,

bevuti

come due bambini, veramente

né greco né turco il loro cinguettio,

piccola fucsia, fiori come orecchini,

non compresi nulla, nulla

o fucsia!

I loro gemiti, i loro lamenti in lotta sono come orecchini?

Il Mustafa di Marika è pazzo

Marica lo è anche di più, e i suoi orecchini dondolano.

 

 

IL SIGNORE DEL MARE

 

Un custode del museo monta la guardia al Signore del Mare,

ma dove potrebbe egli andare nel mondo?

Chi vorrebbe ora aprire la sua porta agli dei?

Fare una foto costa dollari 10 – VIETATO USARE IL FLASH

click click.

Il viaggio d’Ulisse è senza sale o gusto,

annoiato lui sta bevendo whisky nella sua cabina,

in pochi minuti la nave guadagnerà la sua isola.

Adesso non ci sarà più bisogno di leggende,

pugna, scontri, eroiche gesta,

click

un viaggio piacevole, signori!

Correndo, lanciando il disco

ai mari che si son ristretti

Poseidone gelò

e sulle sue labbra le parole mutarono in pietre.

Come qualcuno al margine del dire

ciò di cui solo egli sa

la risposta cerchiamo .

Ma ora il Signore dei mari è imprigionato e muto,

agitate onde, impetuosi venti, pesci lucenti,

nessuno può parlare

VIETATA L’USCITA

click

Non è necessario, signori, che sappiate la vostra offesa

è chiaro il verdetto:

alle vostre domande non sarà data risposta.

 

 


 

 

Ghjacumu THIERS (Corsica)

Biugrafia, bibliugrafia opere è altri puema

 

Natu in Bastia in u 1945. Hà participatu à a mossa culturale detta di "A leva di u settanta". Rumanzeru è pueta, scrive dinù per u teatru. Hè prufessore à l'Università di Corsica è direttore di u Centru Culturale Universitariu di Corti.

 

 

Amandulu fiuritu

 

 

Amandulu fiuritu

inzicculatu à cotru

sì sbucciatu d'un colpu

in una notte

cum'è una fucilata