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Due

 

 

1. Augusto sta disteso sul divano, le gambe allungate sul tavolino, il capo quasi conficcato tra le spalle. Studia il televisore. È poco più dell'una, e una donna spiega come si fa con le cipolline. Mi siedo anch'io sul divano. Senza distogliere lo sguardo dallo schermo Augusto prende la mia mano destra e se l'avvicina alle labbra, ruba metà del mio gelato con un solo morso.

- Crema bruciata! - dice in una smorfia di disgusto.

Quella dentro il televisore agita quattro tuorli d'uovo dentro una scodella bianca. La crema bruciata mi pasticcia le dita. Gocce biancastre scivolano lungo il mio polso. Una lacrima cretina è in agguato dietro il mio occhio destro.

- Non ti va più? - chiede.

Ma non aspetta la mia risposta, lo prende e lo sbrana, il gelato che mi ero regalata un minuto prima di rientrare in casa.

La mia mano è appiccicosa e dolce, Augusto la prende, la lecca, batte la sua lingua sulla mia pelle, mi fa sentire le sue labbra umide. Succhia le mie dita una dopo l'altra. Ma non c'è già più dolcezza nella mia mano, perché si aggrappa al mio seno, lo stringe forte, mi fa male. Bene. Mi bacia sul collo. Offre le sue labbra. Morde le mie orecchie.

- Marìlu!, Marìlu! - sussurra. Ansima. Quasi gli mancasse l'aria. - Marìlu!

Stringe la mia mano destra, se la porta al basso ventre. Vuole che prenda il suo sesso. Che lo sostituisca al mio gelato di crema bruciata.

 

2. Da bambina ero convinta che la gente mi fissasse sempre. Al cinema avevo paura degli intervalli. Restavo immobile nell'attesa che la luce smettesse di illuminarmi. Mi sentivo spogliata dagli sguardi degli altri. Avrei voluto non esistere. Marilena Cau non è mai nata.

Invece esisto, Cau Marilena di anni diciannove, disoccupata, convivente, matricola numero 9315, primo anno di lettere. Pazza.

Non mi sopporto più. Sono stufa, mi taglierò i capelli, sono stanca di tenerli fino alla vita. Li voglio cortissimi.

 

3. - Come è andata in facoltà, hai fatto tutto?

Augusto parla senza guardarmi, si sistema i pantaloni. È un uomo molto ordinato, si lava sempre, dopo: il cuore, le mani. Dentro il televisore qualcuno ha afferrato una padella colma di carne a tocchetti e comincia a farla saltare.

- Allora?

- Che cosa?

- Ti sei iscritta, o vuoi che sia ancora io chi dovrà occuparsi della tua vita?

Mi fissa coi suoi occhi da adulto. Da vecchio saggio ultratrentenne. Si frappone tra me e il televisore, siede sul tavolino. Sento che ridono, si divertono, ma è lui il mio schermo adesso, e lentamente lo vedo trasformarsi in uomo zucchero. Ha preso le mie mani, vuole che vada a sedermi sulle sue ginocchia, quasi fossi realmente la bambina che lui dice. Mi accarezza con le sue guance mal rasate. Mi coccola dolcemente. Prende a cantare la ninna nanna che lui ha scritto per me:

- Vieni vieni Marilena,

vieni scalza e senza pena,

vieni piano Marilena,

nanna ninna Marilena.

Lo odio questo amato Augusto bastardo.

Chiudo forte gli occhi, cerco di volare. Oggi è un giorno di dieci anni fa, oppure un mattino del prossimo anno. Quando Augusto non era mio principe, quando Augusto sarà mio re. Le sue braccia mi avvolgono, si fanno rifugio provvisoriamente-fantastico. Il suo petto si fa materasso e io lo calco, lo scavo con le mie spalle, i miei capelli, le mie labbra.

- Come è andata stamani Marìlu? - chiede la sua voce al latte miele appena scaduto.

Non riapro gli occhi. Non voglio sapere della cucina sporca, i piatti unti sull'acquaio, i fornelli macchiati di fritto e caffè, le mattonelle sotto il tavolo offuscate da una polvere rossastra. Non è stata una buona idea questa di praticare uno squarcio nella parete tra la cucina e la sala. Il mare ci sarà ancora, oltre i vetri?

- Parla Marilena!

- Ho preso il treno, ho fatto la fila, mi sono immatricolata, ho fatto autostop, ho passeggiato lungo il porto, e mi sono incantata a guardare uno scemo di paese che ha pescato una spigola enorme.

- E il gelato? Non dimenticare il gelato.

- Sì, l'ultimo gelato della stagione, crema bruciata, buonissimo!

 

4. Lo giuro, non so perché lo sto facendo, non sono così io. Non l'ho mai avuta la vocazione della casalinga. Quante botte mi ha dato Paola perché lavassi i piatti. Lo giuro, non so perché mi sono alzata dalle ginocchia di Augusto, ci stavo bene. Lo giuro, non so perché sto lavando i piatti di tutta una settimana. E adesso lui è dietro di me. Augusto torta-di-panna.

Gioco con le montagnole di schiuma. Le trapasso con piatti, forchette, padelle, bicchieri.

Augusto mi stringe la vita. È molto più alto di me. Venti centimetri almeno. Piega le ginocchia per stringersi a me con tutto il suo corpo. Mi accarezza un seno, mi bacia sul collo, sotto i capelli che scosta dolcemente, che devia dalle spalle. I miei lunghissimi capelli castani che ricadono sul mio petto, che si bagnano nell'acqua sporca di schiuma e di grasso.

- Che ha Marìlu?, che ha la mia novella studentessa?

Lascio che mi accarezzi, allungo all'indietro la testa, per sentirgli le guance. Con le mani sporche di schiuma e di grasso lo prendo alla nuca e gli offro le labbra.

- Merda! - esclama allontanandosi nervosamente e pulendosi il viso e i capelli con un telo da cucina.

 

5. Non ci sono più stanze in questa casa. Ha abbattuto ogni porta quel genio di Augusto. Devo chiudermi al cesso per stare da sola. Come da bambina, quando la mamma mi urlava di uscire, ma io riuscivo a non sentirla, aspettavo che Paola tornasse dal liceo. Le somiglio adesso, alla mamma. Gli stessi occhi castani, le labbra carnose, il naso un pochino a patata. Che ho sul naso? Cazzo, Augusto! Sostiene che questi specchi col fondo argentato valgano una fortuna. Ma perché non li vende allora? Sono percorsi da reti di graffi e macchie interiori. Questa tra la narice e il labbro è un segnale dello strato d'argento che si sfalda, oppure una brugolina? Una stronzissima brugola.

- È pronto Marilena.

Non sento, non riesco a sentire.

- Marilena!

Io sono sorda.

 

6. Ad Augusto brillano gli occhi verde castano. Mi guarda ma non mi vede. Sono invisibile. Mangia il suo risotto di verdure. Muove ritmicamente le dita della mano sinistra, quasi a dare il tempo ai suoi pensieri. Smette di mangiare. Si porta alla fronte tutte e dieci le falangette, i gomiti sul tavolo, è l'immagine di un toro che si prepara all'assalto. Mostra i denti. Rincorre un'idea, geniale, ovviamente.

- Non ho fame - gli dico. Poi mi allontano dal tavolo, mi allontano da lui.

- Non vuoi almeno la frutta? - chiede fingendo meraviglia.

Sono già via, in un'altra stanza, lontanissima a pochi metri. Mi faccio posto sul letto, tra i quaderni e la macchina per scrivere, gli strumenti di quell'uomo che di là continua a mangiare e a pensarsi.

 

I capelli li aveva cortissimi due anni fa, e ancora gli piaceva andare al mare. Perfino in settembre seguitavamo ad andarci. Veniva accompagnato dalla sua ragazza, una bionda della sua età, vecchia compagna di mia sorella.

Prendevano il sole e parlavano sempre e soltanto di loro stessi. Le loro università, le loro storie, i loro cazzi. I concorsi inesistenti per il ruolo di Paola, l'impossibile esame di anatomia per la laurea della bionda e il servizio militare di Augusto, quell'entità maligna che lo aveva scacciato da Trento, sottraendolo alla promettente carriera di sociologo, rubandogli due anni di vita, abbandonandolo a se stesso e quel libro cominciato a vent'anni e di cui ogni giorno raccontava una trama diversa.

- Ti piace Marìlu?

Io lo adoravo.

- Ma non può capire, è di un altro pianeta.

Io la odiavo.

- Lasciatela la mia sorellina, si intende soltanto di discoteche.

Io diventavo sorda.

Augusto mi sfidava in mare. Nuotavamo a lungo, fino dove l'acqua diventa verde per quanto è profonda e trasparente. Io gioivo, quelle due vecchie non avevano mai voglia di nuotare. Non era necessario parlare, studiavamo l'azzurro del cielo sdraiati sull'acqua a corpo morto, con le braccia e le gambe allargate che la corrente faceva incontrare. Io tremavo e mi rimettevo diritta, con solo il viso fuori dell'acqua e tutto il corpo ballerino occupato a mantenermi a galla. E gli andavo vicino, gli chiedevo del suo libro, di Trento, delle ricerche che aveva avviato subito dopo la laurea. Conoscevo già ogni sua risposta. Alberoni si ostinava a non chiamarlo Piras, ma Pérez, e lui, con “Francesco”, se lo sentiva, avrebbe finito per lavorarci insieme se non fosse stato per l'esercito italiano. Militare a ventisette anni, lui, Augusto Piras, sociologo, coinvolto nei casini di truppa di bambini di diciotto anni, stupidi e analfabeti.

Io no, io avevo solo diciassette anni, ma la maturità di una vera donna, peccato, però, che avessi solo diciassette anni, perché, davvero!, magari ci avrebbe spedito la bionda e avrebbe preso a corteggiarmi.

Non perdevo mai un sussurro. Ogni lento ritorno alla riva era sempre la stessa prima volta. E dove l'acqua si fa più verde morivo, nell'attesa di quella cosa sulla bionda che lui magari ci avrebbe spedito se io…

Sul bagnasciuga la bionda gli andava incontro, lo avvolgeva di sé e dell'asciugamano di spugna, lo baciava, sulle spalle, sotto gli orecchi.

Di notte la bionda telefonava dicendo di restare a dormire da Paola, in casa nostra, invece veniva qua, a dormire nel letto con Augusto.

 

7. Era oggi, due anni fa. La notte era umida e dal mare veniva la brezza che riempie i capelli di sale. Avevo consumato il pomeriggio tra hashish e martini, insieme alle mie compagne di scuola Anna e Marta. Cominciavamo a stordirci più tardi, di solito, e soltanto nei giorni di discoteca. Ma quella notte d'ottobre avrei visto Augusto da sola. Per essergli Virgilio nell'inferno dei ballerini di notte. Era interessato alle nuove mode giovanili, affascinato da questi ragazzini che non avevano ritenuto niente del '68 e del '77. Era solo, la bionda studiava per l'ultimo esame. Perché non Beatrice?, gli avevo chiesto. Perché no?, aveva detto, mi avrebbe senz'altro sposata se non fosse stato per quegli stronzissimi diciassette anni.

Non volle ballare. Io ridevo. Ci sistemammo su uno dei sedili della terrazza sul mare. Dentro, sommersi dal buio illuminato delle piste, i ragazzi ballavano agitandosi come pazzi, li guardavo attraverso la vetrata picchiettata dalla salsedine. La disco-music arrivava confusa coi rumori del mare sugli scogli. Io ridevo.

- Marilena…

E le sue ginocchia divennero la mia cavalcatura. L'orlo della gonna mi si sollevò alla vita. Ed era già Augusto chi stavo baciando fino a perdermi nella sua bocca. Le sue mani erano mille e interminabili; il sedile scolpito sul granito prese a volare, volare, volare. Per posarsi su questo letto dove nuotammo a corpo morto tra lenzuola increspate, intenti nello studio delle ombre proiettate dai fari delle auto sul soffitto. Glielo dissi di non essere stata mai «veramente» con nessuno prima. Era oggi di due anni fa. E lui si adirò moltissimo, strillò che non avrei dovuto ingannarlo in quel modo. Niente al mondo è più terribile di una donna vergine.

 

L'unica finestra della stanza da letto è esposta a ovest, prima del tramonto si apre sul sole che si adagia sul mare, e poi, col buio, racconta le luci delle stradine selciate di pietre intorno al porto di Santalba.

 

8. - Marilena, c'è Paola!

Mia sorella è già entrata, si affaccia dietro il volto di Augusto che tiene appoggiata una spalla allo stipite della porta senza più porte. È alta Paola, Augusto la bacia passerotto sulle labbra, senza doversi piegare sulle gambe.

- Come stai sorellina? - dice avvicinandosi al letto e chinandosi per baciarmi sulla guancia.

Fa per stendersi accanto a me, ma Augusto la previene, si precipita verso il letto per liberarlo dei suoi fogli, della sua macchina elettronica e leggera, delle sue matite, dei suoi quaderni dalla copertina dura e i fogli quadrettati estraibili.

- Scusa - dice.

Accuratamente sistema i progetti per il suo libro e macchina per scrivere in un ripiano liberato dell'enorme e affollata libreria che invade i muri della camera. Ha abbattuto le porte e non ha pensato a uno studio.

- Adoro studiare e scrivere a letto. Sai?, a Trento vivevamo in tre in una stanzetta minuscola.

Paola si mette al mio fianco, una gamba col ginocchio ripiegato sul letto e l'altra col piede a toccare il pavimento. Ha le gambe lunghissime mia sorella, la gonna gliele scopre generosa e Augusto le studia. Gli occhi di lei mi interrogano.

- Diglielo, Marìlu - ma poi è lui a parlare. - Si è iscritta a lettere e si allena per impersonare la giovane signorina intellettuale.

- Stronzo! - grido.

 

Sono corsa in bagno, per lavarmi il viso, per provare a piangere. Paola mi ha già raggiunta. Le sue mani mi accarezzano le spalle. Le sue anche si stringono ai miei glutei. La sua guancia poggia sulla mia. È mia sorella.

L'acqua continua a cadere sulle mie mani, sui polsi. Ho le mani grandi e sottili. Paola adesso le sottrae all'urto dell'acqua. Non posso fare a meno di confrontarle le nostre mani. Sono la sola cosa in cui ci somigliamo. Lei è alta, lei ha gli occhi verde scuro, lei è una donna che lavora, lei ha avuto un padre.

È un'immagine ridicola quella che vedo dentro lo specchio: la donna a due teste.

- Sorridi! - dice la bocca nella testa più vecchia.

- Non una parola capisci! - le dico. - Nemmeno stessimo insieme da dieci anni. Non parla d'altro che del suo libraccio e di discoteche dell'avvenire.

- Non prendertela. Conosco Augusto da anni, ha sempre vissuto sulle nuvole. Non cambierà mai. Festeggeremo da sole, da amiche.

 

Alla mia nuova amica!, disse una notte di otto anni fa entrando in camera mia. Tra le mani una coppa di spumante per me e un'altra per se stessa. Fuori festeggiavano la sua laurea, io avevo avuto da poco undici anni e per la prima volta il mestruo. Augusto dormiva nella sua stanzetta trentina, quella notte.

 

9. Stiamo tutti e tre distesi sul letto, la schiena alta sui cuscini e Paola tra me ed Augusto. Frugo nel borsone di lucido nero di mia sorella, trovo le sigarette e un accendino d'oro. Augusto fuma tendendo la sigaretta con la destra e un portacenere di vetro pubblicitario con la sinistra. Racconta la millesima versione del suo “lavoro”.

- Deve cadere come una bomba sulle teste di tutti i santalbini che si nascondono dietro il nullismo delle tesi neogreciste. Sono troppi anni che gli intellettualoidi locali bruciano il fumo del recupero folcloristico della colonia greco-bizantina. Sarà anche vero che i vecchi marinai-contadini dell'antica roccaforte parlano ancora il greco omerico, ma i giovani non lo parlano più, anzi, i giovani a Santalba non parlano più. Capite?, i giovani non parlano più, non parlano più e basta. Giocano a morire da virus metropolitano, si ubriacano di cartoni giapponesi e discoteca, e poi si annullano nell'eroina. Santalba ha la maggiore percentuale di sieropositivi di tutta la Sardegna. Mentre politicastri e scrittori di muri locali litigano su quale greco recuperare, se quello evangelico antico, o quello progressista e cinematografico di Angelopulos, i giovani santalbini muoiono per l'assenza di valori.

- Quando uscirà? - gli chiede Paola.

- Presto! - afferma spegnendo la cicca e obbligandomi a prendere il posacenere circolare di vetro pesante.

- Senti! - dice in piedi di fronte al letto. - Senti. Senti - continua soffermandosi con lo sguardo sulle pagine di uno dei quaderni dai fogli estraibili. - Ecco. Il primo buco è stato una frustata. Bellissimo, avevo quasi quattordici anni. Avete capito? Nemmeno quattordici anni e già tossico. Altro che greco antico o moderno. Ogni notte in discoteca raccolgo nuove testimonianze. E non intendo solo le siringhe che togliamo dai cessi dopo ogni pulizia.

Augusto, col suo quaderno tra le mani, attende l'approvazione di Paola. E io comincio a spogliarmi, devo cambiarmi per andare a lavoro, faccio la baby sitter.

- Augusto, tu non puoi continuare così. Questo tuo saggio, ogni giorno di più somiglia a una storia infinita. Io sono certa che il materiale che hai raccolto sia più che sufficiente per trarne mille, di libri.

Indosso solo le mutandine, jeans e camicetta sono rimasti accanto a Paola. Sento che mi osserva. Anche Augusto mi guarda mentre vado verso l'armadio incassato tra i libri.

- Forse hai ragione Paola, ma sento che ogni ragazzo che sta male ha il diritto a gridare le sue ragioni e io, con questa mia ricerca, sono il solo che possa dargli la voce.

Comincio a frugare tra i miei vestiti. Non so cosa mettermi, l'estate non è finita completamente e questo autunno è balordo. Loro mi guardano di sguincio, li vedo dallo specchio interno dell'armadio.

- Sì, intanto sono due anni che rinunci all'insegnamento per fare il gestore di una discoteca. Ho il sospetto che tu preferisca la disco-music a Durkheim.

- Non scherzare Paola.

- Dì qualcosa anche tu Marilena, dì qualcosa!

- Qualcosa!

- Molto spiritosa, davvero molto spiritosa. Comunque, sappi che al tuo posto comincerei a preoccuparmi per quegli antiestetici copertoni di grasso che coltivi sui fianchi.

Augusto è un coglione, cambio anche le mutande e mi inchino, mi inchino perché osservi fino in fondo il mio enorme sedere.

- Dai Augusto, finiscila. Piuttosto, a proposito di intellettuali, sai che ne abbiamo uno nuovo?

- Un altro?

Paola è riuscita a distrarlo. Peccato. Ho deciso, metterò questo vecchio vestito bianco con le spalline in pizzo. Lo appoggio sul corpo, perché Augusto mi dica se gli piaccio e perché riflesso nello specchio continui a guardare tutto intero il mio dorso e i capelli, lunghi all'osso sacro. Gli sorrido smorfiosa. Augusto viene sempre sorpreso dai miei sorrisi, dice che ho troppi denti, tutti bianchi e tutti grandi. Dice di non capire se sto per sorridere oppure per mordere.

- Non fare il prevenuto! - ribatte Paola, - credo che sia uno bravo, un rospetto con gli occhialini dalla montatura dorata che insegna italiano nella mia scuola. Abbiamo una classe insieme.

Augusto mi sorride e io mi avvicino a lui. Cammino scalza, in punta di piedi. Con le mani reggo il vestito all'altezza del mio seno. Ho solo un metro e sessanta di altezza, se lui non si china non potrò baciarlo. Le sue labbra sono grandi, femminili. Si china, lo bacio. Il vestito cade. Mi abbraccia.

- Chi è? - chiede a Paola.

- Mi ha parlato di un suo lavoro pubblicato sul numero del maggio scorso di La Miniera Del Serpente, qualcosa su fascismo e ruolo della donna in Moravia.

- Paride Pintus! - esclama mentre cerco di mordergli il lobo dell'orecchio destro.

- Lo conosci? - chiede Paola.

- No, ma è certamente uno stronzo. Com'era? Le ambizioni sbagliate… sì, Moravia contro il regime. L'intellettuale che rifiutò il suo tempo. Quante puttanate in quell'articoletto!

Raccolgo il vestito da terra, lo indosso dal basso. Prima di tirare la cerniera sotto l'ascella lo chiamo: - Augusto!

Lui mi risponde coi suoi occhi più dolci, un lembo ripiegato del vestito mi scopre il seno. Augusto è chiaramente eccitato.

- Augusto - gli chiedo, - è vero che non sono grassa.

- Stupidina - risponde stringendomi forte.

- Sentite, piccioncini - interviene Paola, - se volete che me ne vada, ditelo chiaramente. Diversamente, smettetela di strusciarvi.

- Che ora è sorellina? - le chiedo.

- Le quattro e mezza.

- Cazzo, è tardissimo, la cacchina santa di Alessandrino non può aspettare oltre; se non scappo, la sua mamma grecista mi strozza.

 

5.X.1985 - sabato, al mattino

 

Per recarmi a scuola preferisco passare dal porto, passeggiare lungo la banchina e respirare l'aria odorosa del mare. Lungo il piccolo molo mi capita spesso di incrociare uomini con un filo di lenza tra le mani. In alcuni tratti l'acqua è ancora limpidissima, e quelli, accovacciati sui massi di granito, si impegnano a pescare. Al più assiduo fra loro ho già dato un nome: Giangabén, è un anziano signore che sembra essersi appena materializzato dal telone di uno schermo cinematografico; da qualche giorno, benché non ci conosciamo ancora, abbiamo preso a salutarci.

- Salute! - gli dico.

- Vita! - mi risponde con una smorfia in perfetto stile noir.

- Salute!

- Vita!

Anche durante il cammino del ritorno Giangabén è ancora lì, al contrario degli altri, tutti più giovani e meno cinematografici di lui. E nel suo secchio di plastica celeste non manca mai qualche pesce.

Oggi ho voglia di attardarmi, il sole di mezzogiorno splende ancora molto alto. Anche i miei alunni passeggiano. Consumano i gelati comprati nel baretto tettoia sulla banchina del porto. Qualcuno di loro mi saluta. Comincio a godere, o meglio, soffrire di una certa notorietà. Giangabén è sempre al suo posto, come questa mattina alle otto, come ogni giorno. Col suo borsalino di paglia calato sugli occhi e pochi metri di lenza sottile tra le dita.

- Salute!

Questa volta non sfuggirò al mio destino, rimarrò al suo fianco finché non avremo parlato del più e del meno come due vecchi amici.

- Vita!

- Ma come fa? - dico. - Ma guarda, sono tutti ancora vivi! - continuo indicando il secchio celeste dove agonizzano alcuni pesci coloratissimi.

Non sembra troppo interessato alla mia conversazione. Anzi, sono sicuro che mi ritiene un perfetto imbecille.

- Mi'lu!

Dopo questa esclamazione dalla nobile origine santalbina, che credo corrisponda all'italiano “eccolo”. Giangabén si solleva di scatto e mi impone la sua arma tra le mani.

- Tenga! - ordina. - E tiri forte.

Sono un po' deluso, lo avevo sempre visto seduto e me l'ero immaginato più alto, invece non deve superare di molto il metro e sessanta, in compenso dà l'impressione di un uomo ancora forte.

Credo si renda conto della mia totale insipienza peschereccia, perché mi si fa dietro, mi tiene le mani, le stringe forte e grida:

- Così, bello forte, che non scappi.

Sono sicuro di essere arrossito. Mentre lui rimane chino a cercare chissà quale attrezzo in mezzo alle sue cose, io sto facendo la figura dell'imbecille davanti ai miei alunni. Stanno tutti qui intorno, a ridere della certa figuraccia che farò lasciandomi sfuggire dalle dita qualsiasi cosa il vecchio marinaio abbia agganciato al suo amo. Le dita mi fanno male.

Giangabén ha recuperato ciò che cercava, un retino del tutto simile a quelli che ho visto disegnati nelle barzellette dei cacciatori di farfalle. Intuisco le sue intenzioni e ne sono terrorizzato, non riuscirò mai a trascinare a riva l'oggetto che urta la pelle delle mie mani e che riesce ad affondare il dischetto di sughero.

- Tiri!

È come se l'ordine mi venisse gridato da tutti i componenti la piccola folla e non da lui, che sta leggermente piegato sulle ginocchia, con il retino tra le mani, pronto a catturare la sua preda. Vorrei gridargli che non ho mai pescato niente in vita mia, che volevo stargli vicino perché il suo volto mi ricorda quello di un attore francese. Ma devo farcela, devo.

Uno, due. Uno, due. Uno… Si avvicina, è facile, ce la faccio. Uno, due, uno, due, uno, due. Una grossa foglia argentata corre a pelo d'acqua, è un pesce enorme. Lo vedo, sento l'ammirazione della folla. Non provo più nessun dolore.

- Professo' non così. Non così che si rompe la lenza.

Chi è? Sono paralizzato, la presa mi sfugge.

- Ecco, così, insieme, via!

È un ragazzino che tiene la mia lenza, lui la tira per me, io fingo solamente. Lo riconosco, si chiama Serra di cognome, uno sveglio, robusto, simpatico, ripetente.

Dietro di noi qualche ragazzina comincia già a emettere quegli orribili urletti che fanno tanto donna; in classe impazzisco ogni volta che le sento urlare così.

- Mi esce, professo', non ci posso fare niente, mi esce così.

Bugiarde, sono certissimo che a casa passano ore ed ore ad allenare le corde vocali a quell'urlo terribile: Ahaaaa!: Al topo, al topo.

- Dai professo'!

- Serra-Serra-Serra-Serra…

Eccolo, un pescione enorme e argenteo annaspa fuori dall'acqua. Gliel'abbiamo fatta. Giangabén è fulmineo. Con una sola mossa imprigiona il bestione dentro il retino. Il tifo della folla è tutto per noi. Se non mi sentissi così stupido penserei di essere felice. Ho voglia di abbracciarli, ma sono troppo stupido per farlo.

- La mano professò, mi dia la mano.

È il mio alunno a fare il primo passo, mi tende la mano, mi guarda pieno di sfida e complicità e io decido di sorridergli, gli stringo la mano e con la sinistra gli do un colpetto affettuoso sul bicipite, sento che è un ragazzo molto forte.

- Bravo! - gli dico.

Si avvicinano tutti, ammirano la nostra preda, Giangabén guarda il suo retino con orgoglio. I miei alunni ci guardano. Mi rendo conto di quanto sia banale ciò che mi viene da pensare: sono uomini imperfetti, non sono più bambini, ma non sono ancora ragazzi, i loro corpi subiscono quotidianamente gli effetti della metamorfosi puberale, e le loro menti sono vittime della stupidità di insegnanti come me.

 

 

7.X.1985 - lunedì, dopo cena

 

Da quando vivo a Santalba mi sento più vicino agli alcolisti. Il vino uccide i virus della solitudine, o almeno li sterilizza. A casa, tra pranzo e cena, non avevo mai superato i due bicchieri, qui, invece, ho già raggiunto quota mezzo litro. Senza un televisore poi, il vino diventa indispensabile. Spaghetti, patatine e vino. Per non parlare dei panni, quelli sporchi.

Da universitario infilavo tutto in due robuste sacche e ciao-mamma-lavato-e-stirato-per-lunedì-mattina. I più lontani da casa, quelli che non scappavano per il “uichend”, avevano la fidanzata ad ore. Io no, Andreina mi aspettava alla stazione.

La convivenza con me stesso si rivela ogni giorno sempre più difficile, mi ci vorrebbe una fidanzata, non una a ore, per quello c'è la padrona di casa; una vera, nemmeno un'amante: una fidanzata come si usa in paese, per il passeggio, il cinema, il tè con gli amici.

Forse conviene che mi ammali. Come Dino, il pittore neutro del romanzo di Moravia. Troppo noioso. Meglio sarebbe un bel ruzzolone dalle scale.

Mi detesto, odio il vino più che me stesso.

Non ho ancora comprato le tende per le finestre, attraverso i vetri vedo la luna.

 

 

8.X.1985 - martedì, pomeriggio

 

- Sì mamma… sì, è vero… sì mamma. Sì, mamma… ma cerca di capire, sì… - sono un uomo di ventisette anni e mi tratta ancora come un bambino, mi sculaccerebbe se potesse.

- Ma mamma, quante volte lo dovrò ripetere. Non ho più la patente, e per tornare a casa occorrono sei ore tra pullman e treni… - piange, se papà non glielo impedisse lei verrebbe a stare con me, ne sono certo.

- Basta! non lo ripeterò più, il mio giorno libero è il giovedì, il sabato e il lunedì io lavoro, non puoi obbligarmi a morire in treno per trascorrere cinque minuti insieme a te!

Sto gridando. Chiuso in una cabina qualsiasi del posto telefonico pubblico, sto litigando con mia madre. È ridicolo. Chiudo.

Mi sto comportando come un bambino. Respiro. Autocontrollo. Esco dallo stanzino buio con solo metà corpo, gesticolo verso il padrone del bar, capisce, riattiva la mia linea.

- Papà? Sono io, sì. Senti, scusami con la mamma, cerca di farle capire, ti prego. Dille che sarò da voi ai primi di novembre, sì, profitterò delle festività di Ognissanti.

Ho bisogno di parlare con una persona normale. Paola, la mia collega. Fatti sentire qualche volta.

Paola Cau, laureata in lettere, 110 e lode con una tesi su Calvino. Paola, capelli scuri, alta e slanciata, in ruolo da anni, anche se giovane ancora.

- Pronto, famiglia Cau? La professoressa Paola. Grazie. Ciao, sono Paride.

Paola, non so proprio perché ti ho chiamata, non ho niente da dirti, ma sono un pochino disperato e in questo paese di merda non ho voglia di conoscere nessuno, a parte te, forse.

- Ho comprato un televisore ed una lavatrice usati. Sì, funzionano benissimo, mi sembra. Certo, il televisore è un coso enorme in bianco e nero, ma tiene ugualmente compagnia.

- Sicuro, tutto bene, e a te come va? Mi chiedevo se non avessi voglia di venire al cinema. Che cosa danno? Un film dell'orrore credo. Non ti piace quel genere? Figurati, io lo detesto. Va bene, d'accordo. Passo a prendervi alle otto, il tuo fidanzato oggi non lavora. A più tardi.

Chiedo il conto. Il tuo fidanzato oggi non lavora! Esco. Il tuo fidanzato oggi non lavora! Per tornare a casa dovrò passare sul porto. Il tuo fidanzato oggi non lavora! A quest'ora è già pieno di ragazzini che vanno a baciarsi tra i roccioni. Il tuo fidanzato oggi non lavora! Merda. Il tuo fidanzato.

 

 

8.X.1985 - martedì, notte

 

Paola non mi guarda più negli occhi, sembra interessatissima alla pizza quattro stagioni che le hanno appena servito. Io non so perché l'ho ordinata alla salsiccia, questi dischetti di carne di maiale non hanno un bell'aspetto.

- Non hai fame? - chiede smettendo per un attimo di masticare.

Le sorrido, mi accorgo che con questa luce i suoi occhi diventano più scuri. Mi accingo ad affettare la mia pizza. Anche lei sorride. Mi versa ancora del vino.

- Scusami per il film, ma non valeva proprio la pena di soffrire su quegli scomodi sedili per una storia di mostri spaziali.

- Hai ragione, non so come abbia potuto venirmi in mente di chiederti di accompagnarmi.

- Perché siamo amici e colleghi, no?

L'affermazione di Paola è così assurdamente ovvia, che arrossisco. È chiaro, non entriamo in sintonia. Anche lei adesso arrossisce.

È imbarazzante, provo a spiccicare una qualche parola di scusa, e anche lei decide di farlo nello stesso istante in cui io comincio a borbottare. I nostri mozziconi di frasi si sovrappongono. Ride, si porta il tovagliolo alla bocca, anch'io fingo di ridere. Lei non credo che finga. Mette una mano sulla mia. Arrossisco ancora. Lei ride più forte. Mi porto il bicchiere alle labbra. Cerco di dimostrare buon umore.

- Se ci vedessero i nostri alunni, ci pensi? - parla in falsetto: - La signorina Cau, con professor Pintus, il bel tenebroso - cambia ancora tonalità di voce: - E il fidanzato di lei che non sapeva nulla. È medico, una chiamata all'ultimo momento - torna al primo falsetto: - Secondo me “la chiamata” è stato un trucco del Pintus per liberarsi del rivale.

- Davvero, sono mortificato, non vorrei crearti complicazioni col tuo ragazzo - le dico sembrando di apparire sincero.

- Ma che dici?, ho trent'anni e sono una donna libera.

Fin da bambino, ho sempre avuto una forte predisposizione verso le brutte figure. In ventisette anni di vita ne avrò messo da parte a milioni, almeno quindici al giorno. E oggi, con Paola, lo sento, riuscirò a battere tutti i miei record.

- Davvero i ragazzi mi chiamano “il bel tenebroso”?

- Ma guardalo il nostro Pintus, oltre che timido anche narcisista, ma bravo.

Scherza, lo so che scherza, e io mastico e bevo. Fingerò di non aver colto e cambierò discorso:

- Lo conosci da tanto?

- Chi?

- Il tuo ragazzo, il medico che lo squallido Pintus avrebbe fatto chiamare in ospedale con uno stratagemma.

- Ti sei offeso?

- No!

Mi stringe nuovamente la mano. Mi guarda teneramente. Non riesco a sostenere il suo sguardo.

- Scherzavo - mi dice. - Paride, scherzavo.

Riprendiamo a mangiare in silenzio. Improvvisamente sono diventato vorace, ho già quasi finito, mentre Paola ha praticamente smesso di mangiare, la sua pizza è rimasta una mezza luna.

- Lo conosco da sempre - dice, - siamo coetanei e sono abituata da anni, ai suoi improvvisi cambi di programma. È il destino delle donne dei medici, dicono. Ma non ho voglia di parlare di lui, parlami un poco di te.

- Da dove vuoi che inizi - le dico cercando di esserle simpatico, - dalla prima infanzia o dagli ultimi tre anni?

- Considera che a mezzanotte la mia matrigna spranga l'uscio con le catene.

- Vediamo, in meno di un'ora potrei raccontarti di quando a tredici anni sono fuggito di casa con una chitarra e lo spartito delle canzoni di Dylan.

- Non ci credo! - esclama speranzosa.

- Infatti è una bugia, non sono mai fuggito di casa e la mia è sempre stata una banalissima e normalissima vita da figlio unico di madre apprensiva e babbo ex-carabiniere.

- Amori?

Mi sento la grotta dei quaranta ladroni, Paola ha pronunciato la parola magica, la porta Andreina ora le si spalancherà lentamente, che saccheggi pure tra i reperti del mio male d'amore.

 

- Dolce, caffè?

Mi sembra di avere parlato per ore, la voce del giovane cameriere altissimo mi riporta a Santalba: interno notte di un ristorante-pizzeria semivuoto a pochi metri dal mare che continua ad agitarsi arginato dagli antichi bastioni costruiti, dicono, dai conquistatori bizantini. Paola è una donna molto bella e io non riesco a impedirmi di desiderarla, anche se lei non può non essere fedele al suo uomo e io non l'amo, ne sono quasi certo.

- Torta di mele - dice. - E tu Paride, desideri niente?

- No grazie! - le dico un po' sorpreso. Ma sono già pentito, vorrei anch'io un po' di dolce. Paola mi precede e fa un gesto al cameriere.

- Caffè, vero? - dice guardando prima lui e poi me.

Annuisco.

- Credo che il mio problema sia l'eccesso di tempo libero - dico prendendo a riflettere a voce alta. Paola mi guarda e ascolta. - Fare, pensare, mangiare, sognare, dipendono solo da me. Oltre alla scuola, qualsiasi altro impegno dipende esclusivamente da me. E Santalba sarà certamente un posto ideale per trascorrerci le vacanze, ma è mortale viverci. Non succede mai niente, l'attività culturale si svolge all'insegna di casa chiesa e discoteca, a parte una sala cinematografica dalle poltrone scomodissime. A scuola non sento parlare d'altro che di neogrecismo, corna e disgrazie.

Il cameriere altissimo poggia il piattino con la torta e quello col caffè. L'aroma è forte, è buono. Guardo verso il piccolo cratere scuro e fumante. Vorrei che Paola fosse Andreina.

- Insomma, questa città ti annoia - afferma Paola un attimo prima di introdurre alla bocca una scheggia di dolce.

- Non vorrei sembrarti prevenuto, ma Santalba, non lo definirei una città, semmai un paese…

- Ma chi ti vuole? Perché non dici chiaramente che ti mancano tanto la fidanzatina che ti baciava così bene il pisello e la mammina che ti prepara i pranzetti, ti stira le camicine e ti rimbocca le coperte.

Il suo sguardo mi impedisce qualsiasi reazione, siamo soli, ma sento il peso di cento occhi che mi fissano.

- Scusa… - borbotto.

- Sono una stupida, - dice abbandonando coltello e forchetta sul piatto. - Andiamo via, ti prego.

Usciamo, la sua torta, il mio caffè e Andreina sono rimasti sul tavolo. Fuori l'aria è pungente, del tutto dissimile da quella di Mureddu Maiore, il mio paese di bassa montagna al centro di quest'enorme isola dove il mare ha un valore reale soltanto lungo le coste.

 

Paola cammina al mio fianco, un pochino è più alta di me. La sua lunga gonna a fiori si mette tra le mie gambe, mi intralcia, mi fermo, sono costretto ad abbracciarla. Ma lei non si ferma, mette un braccio intorno alla mia vita, con le labbra mi sfiora sotto l'orecchio destro. Continuiamo a camminare. Abbracciati.

Il mare non è più sotto di noi, abbiamo lasciato la strada costruita sopra gli antichi bastioni, ci siamo persi per l'intrico di stradine selciate con sassi levigati, arriviamo davanti a un piccolo portone buio, Paola entra prima di me, poi mi trascina dentro, dolcemente. In piedi, la schiena al primo piolo della vecchia balaustra in ferro battuto, ci baciamo, a lungo.

- Scusa, - dice staccandosi. - Mia madre non va a dormire se io non sono in casa. Buona notte.

Fugge, per ultimo vedo sue caviglie sottili.

 

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