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Sentimenti in
saldo.
Traduzzione taliana da l'autore stessu
“Favorisca in direzione, signora”. L’uomo le
è comparso davanti improvvisamente e adesso
la guarda con due occhi freddi che fanno
paura.
“Io?… Ma perché?…” e Arcangela, smarrita,
rotea gli occhi a destra e sinistra per
vedere se qualcuno, nel grande magazzino,
sta ascoltando ma nessuno si occupa di loro:
la gente va per i fatti suoi, gira, guarda
la merce esposta in saldo. Sollevano sciarpe
per apprezzare la leggerezza, tastano
golfini per sentire la qualità, chiedono un
dopo barba, un dopo shampoo, un dopo tutto;
qualcuno va alla cassa per pagare e porge la
carta di credito a una commessa che sta lì
nauseata come se tutta quella merce le
facesse schifo.
Intanto, ad Arcangela, un sudore ghiacciato
le scende dal collo e si perde nel rigonfio
del petto. “Venga con me, per favore, e non
faccia storie” adesso dice l’uomo in un
sussurro vicino al suo orecchio e la prende
per un braccio con dita d’acciaio che
affondano nella carne morbida e sembrano
uncini da quanto sono dure. Intorno le
piccole luci del soffitto e le scritte
luminose è come se si fossero moltiplicate e
lampeggiassero a intermittenza come quelle
dei pompieri, dell’ambulanza, del pronto
intervento. I banchi di cristallo, con tutta
quell’esagerazione di merce esposta,
slittano e si allontanano veloci come se
fossero su ruote e mille mani li spingessero
contro le pareti.
Le
clienti, adesso - mentre l’uomo costringe
Arcangela a camminare verso il fondo senza
accorgersi che le gambe le stanno diventando
enormi, pesantissime, da non poterle più
sollevare: gambe di pietra, gambe da
elefante - hanno smesso di provare collane
allo specchio, di scegliere frivolezze come
profumi, bagnoschiuma e rossetti e si sono
voltate: anche gli uomini, dall’altro
reparto, in punta di piedi si sono
avvicinati e adesso stanno raccolti tutti lì
in un gruppo silenzioso con gli occhi fissi
su di lei per non perdersi niente di cosa le
succede.
“Venga, signora, da questa parte, prego”
dice l’uomo con una gentilezza che mette
paura, mentre apre una porticina che lei non
ha mai notato in tanti anni che viene a La
Rinascente, e la spinge dentro. Passano da
una stanzetta piccola ad una grande dove c’è
un tavolo bianco, delle sedie, un computer
acceso in un angolo e una ragazza in camice
bianco che scrive e neanche si volta quando
loro entrano.
L’uomo
gira intorno alla scrivania, si siede e
rimane a guardarla. Lei resta in piedi
perché le gambe sono diventate un unico
blocco rigido e perché tutto le si allontana
e si avvicina spaventosamente come se fosse
su un otto volante senza poter scendere:
così lancia sguardi da uccello a tutti i
lati della stanza ma senza vedere niente,
solo che al centro quell’uomo la guarda e
lei pure non può fare a meno di guardarlo.
“Apra la borsa, per favore”. La voce, col
rumore che fa l’otto volante, le arriva da
una distanza infinita, e rimbalza nella
testa di Arcangela senza che lei ne capisca
bene il significato. Sente, sì, che dice
apra la borsa, apra la borsa, apra la borsa.
Ma Arcangela non può, anche se volesse,
aprirla: le dita si sono serrate proprio lì,
sulla chiusura, e fanno corpo unico con il
pulsante a scatto e con la stessa pancia in
tumulto contro cui lei stringe la borsa di
vitello marrone. Perciò non si muove e
guarda l’uomo fisso negli occhi, senza una
parola. La ragazza che prima scriveva adesso
ha smesso, si è girata sulla seggiolina e
guarda interrogativamente sia lei che l’uomo.
Poi, ad un cenno di lui, si alza e dice: “La
dia a me, signora” e intanto fa un gesto ed
ecco che la morsa sudata delle dita di
Arcangela si allenta e la borsa docilmente
si lascia prendere da quella ragazza carina,
con i capelli corti corti come una bambina.
Arcangela fa un sospirone, adesso che è
riuscita ad obbedire: è stata brava, fra
poco se ne va, esce da quella stanza bianca
come d’ospedale e rientra fra le luci
colorate del reparto. E poi fuori, nella
strada animata e a casa, finalmente. Ma l’uomo
adesso sta dicendo: “Si segga, per favore”.
E lei, sempre guardandolo fisso,
automaticamente si siede.
Lui
ha aperto la borsa, ha guardato dentro e ha
tirato fuori, in mezzo alle altre cose, una
sciarpetta di finta seta ma carina, rosa
pallido con le punte tutte ricamate da
paillettes. Una cosina elegante da mettere
per un’occasione che potrebbe essere un
compleanno, una festicciola. L’uomo la
prende per un lembo come se gli facesse
schifo, la alza per quanto è lunga e dice:
“E
questa, signora, l’ha pagata?” Arcangela
vorrebbe dire di no, che non l’ha pagata,
che non ha fatto in tempo a pagarla, che la
vorrebbe pagare, che certamente sicuramente
la pagherà, ma c’è quella gran confusione
che rimbomba nella sua testa per cui le
parole si attorcigliano insieme ai pensieri
e – pagata, non pagata, pagata – non sa più
neanche che cosa significhino.
“Sì
– ma non è lei che parla con quella voce
infantile, non può essere la sua – certo che
è pagata, io pago sempre tutto. Ho sempre
pagato tutto”.
“Lei
però non ha da mostrarmi lo scontrino, vero?”
dice sorridendo quell’uomo con la bocca che
sembra un taglio orribile, una ferita
infetta. Arcangela fissa ipnotizzata quel
taglio che una volta era una boccuccia
tenera di bambino e ora è un’antro che la
vuole inghiottire.
“E
se non ha lo scontrino, che è la prova
dell’avvenuto pagamento, vuol dire, mia cara
signora, che lei non ha pagato e quindi è -
mi scusi, sa – una ladra. E, in tal caso, lo
sa cosa facciamo noi, di regola? Noi la
mandiamo dritta dritta dalla polizia che
vedrà il da farsi”.
Arcangela vorrebbe parlare, spiegare tante
cose che con la sciarpetta di seta sembra
che non c’entrino però c’entrano moltissimo.
Ma come può fare? Ha la bocca asciutta, le
labbra screpolate - e sì che si era messa
abbastanza rossetto prima di uscire – e
strisciando con la lingua sul palato secco,
sente chissà perché, un sapore di terra.
Così
resta lì, inebetita perché moltissime cose
da dire si affollano sulla sua bocca e si
tolgono il posto l’un l’altra e lei non
riesce a metterle in ordine e sapere cos’è
meglio dire prima e come dirlo. Tace confusa
guardando per terra, e allora l’uomo si alza
e dice, severo: “Un momento, riferisco al
direttore”. E scompare, con la sciarpetta
rosa.
Oddìo, c’è anche un direttore! Anche lui
chiederà notizie dello scontrino! Che
vorranno sapere? Che vorranno fare? Vogliono
chiamare la polizia? Stanno già telefonando.
Hanno telefonato. Fra poco la polizia
arriverà, con quelle macchine ci mettono un
niente. Ladra, diranno. E allora? A questo
punto le ipotesi finiscono in un grumo di
paura. Si asciuga con la mano i rivoli di
sudore gelato che le scendono dalla fronte.
Si alza, si siede di nuovo, si alza ancora.
Vorrebbe piangere ma neanche questo le
riesce. Eppure deve stare calma, calmissima.
Così potrà spiegare tutto, per bene e con
ordine, al direttore, quando sarà chiamata.
“Vede, signor direttore, questa sciarpetta
rosa con tutto quel luccichio che fa, io non
la dovevo prendere. E sa perché? Perché non
mi serve. E quando una cosa non serve, si
sa, è inutile comprarla. Invece l’ho presa e
adesso le spiego perché. Certo che lo so,
che la dovevo pagare. Ma vede – no, mi
ascolti, mi ascolti, per favore – se io l’avessi
pagata non sarebbe stata la stessa cosa.
Perché? Adesso glielo dico, se lei ha la
bontà. Io, signor direttore, non ho avuto
una vita facile. Anzi difficile,
difficilissima. Deve sapere, non voglio
annoiarla con tutti i particolari, ma quello
che ho cercato di fare nella mia vita è
stato sempre distrutto. Appena realizzavo
qualcosa, zac, si sfasciava. Niente, le
dico, niente. Che c’entra, tutto questo?
C’entra, c’entra, se mi lascia parlare un
momento: ecco, guardi, figlia unica, non sa
come i miei mi tenevano, come una bambolina
di porcellana! No, non rida, non mi guardi
così, lo so che adesso sono grassa e brutta.
Ma prima, signor direttore, un fiore ero,
con una pelle e degli occhi e un personale
che si giravano tutti! No, no, non divago,
lo so che non ha tempo da perdere. Ma volevo
dirle, insomma, che avevo tanti
corteggiatori. Basta, mi decido per uno e mi
sposo. Nascono due bambini, un maschio e poi
una femmina, il colmo della felicità. Ma –
ecco che cominciano i miei guai - non gli va
a venire, al più grande che aveva cinque
anni, un brutto male e se ne va nel giro di
tre mesi? Uno strazio, direttore che…Sì, sì,
abbrevio, abbrevio, lo capisco, certo, mi
scusi anzi. Insomma, dopo qualche anno
ancora, succede che mio marito perde la
testa per una di fuori, non mi dà più un
soldo, sparisce giorno e notte e infine se
ne va definitivamente. Non ne ho più saputo
nulla. Dice che c’entra con la sciarpetta?
Un attimo, se ha la pazienza ci arrivo.
Basta, che dovevo fare? Mi trovano un lavoro
in una fabbrica di pantaloni vicino a
Caltanissetta e ci vado. La bambina la
lasciavo da mia madre tutto il giorno e me
la riprendevo la sera. Insomma, lì conosco
un operaio che mi sembrò affezionato anche
alla bambina e così ci mettemmo a vivere
insieme. Ma non fu una buona idea: per farla
breve, botte e calci tutti i giorni. Ma che
dovevo fare? Lo lasciavo per mettermi sopra
la bocca di tutti? E sopportavo. Non è
d’accordo, direttore? Lo so che adesso la
gente si lascia e si piglia senza farci caso,
ma trent’anni fa, signor direttore e in una
città come Caltanissetta, sa, le cose non
erano tanto facili. Insomma, mentre in casa
avevo tutti questi guai, senza mai una
parola buona, senza mai un complimento, che
so, una carezza, non mi capita che la
fabbrica si chiude e ci buttano fuori? Un
attimo, un attimo, signor direttore, mi
lasci finire, ormai. Perciò senza lavoro,
senza soldi e con un altro figlio in arrivo.
Basta, lascio perdere tante altre cose,
anche se ne avrei da raccontare fino a
domani. Per farla breve, mio marito – questo
che non era marito, via, il secondo – gli
prende un ictus e mi resta paralizzato per
metà. E io a servirlo, mentre lui m’insultava
con quella mezza bocca che poteva muovere e
quando mi avvicinavo per servirlo – anche a
mettergli la pala, signorsì - se ce la
faceva, col lato buono, mi dava una manata.
Viene il momento che chiude gli occhi, che
Dio l’abbia in gloria: a me mi ha fatto solo
soffrire e basta. Resto sola. Come dice? Che
avevo due figli? Si, certo che li avevo. Ma
ascolti. Loro crescono bravi, per carità,
rispettosi. Ma la ragazza non si va ad
innamorare di uno emigrato a Torino, venuto
qui per le ferie e se lo sposa? Si può dire
che la vedo una volta l’anno. Il maschio se
n’è andato in Germania e, quando va bene, d’estate
viene per un mese. Tutti e due hanno case
piccole, figli piccoli: basta, a me non mi
ci vogliono. Mi mandano qualcosa ogni mese e
via. Tutta qui la mia vita, signor direttore,
pugni e calci prima e solitudine dopo.
Solitudine tremenda signor direttore,
tremenda. Non c’entra niente tutto questo,
lei dice, con il fatto della sciarpetta? Lei
non vede il nesso? Ascolti, allora, ma mi
meraviglio di lei così intelligente, scusi
tanto, sa. Quando io vengo qui a La
Rinascente lasciando la mia casa che a volte
mi pare più che una casa una prigione, dove
sono sempre sola e sempre zitta, perché con
chi devo parlare? Quando vengo qui, dicevo –
e vengo sempre – mi sembra di entrare in un
altro mondo: mi sembra, per quell’ora che
passo qui, di essere come tutti gli altri,
come le signore eleganti che vengono a
comprare belle cose e poi tornano contente a
casa dove le aspetta la loro famiglia, con
il marito e i figli. Vedo la loro casa
illuminata, mi immagino una tavola ben
apparecchiata con tutti loro intorno. Ha
capito, adesso, signor direttore? Qui io
giro fra i banchi come tutti gli altri,
quelli più fortunati: guardo, tocco anch’io
le stoffe morbide, mi provo un rossetto che
così mi resta, mi faccio spruzzare come loro
un poco di profumo. Come dice? Che sono
stupidaggini, puerilità? Può darsi, può
darsi. Ma che ci vuole fare? Altri svaghi
non me ne posso permettere. Ma a me questo
basta e avanza. No, non ho finito, non si
alzi, un attimo ancora di bontà. Le spiego
della sciarpetta e perché non l’ho pagata.
Vede, signor direttore, a me la sciarpetta
non poteva servire, perché non c’è nessuno
che mi inviti da nessuna parte. Non ho
occasioni eleganti, mai. Proprio per questo
l’ho presa. Rappresenta il desiderio di
quelle cose che non ho e non ho avuto mai.
Portandomela a casa io mi portavo l’idea di
una festa speciale, che so, un ricevimento,
una serata in cui l’avrei potuta mettere,
sopra un tailleurino elegante, appuntata con
uno spillo. Cose da favola, signor direttore,
cose per sognare, tornando a casa a piedi.
Lei mi chiede perché non l’ho pagata? Ma
direttore, che domande mi fa? No, non per i
soldi: l’ha detto lei stesso che è sintetica
e perciò costa poco. Volendo, ci potevo
arrivare. Ma non l’ho pagata perché, egregio
direttore, volevo avere qualcosa senza
doverla pagare, qualcosa gratis, come se
fosse un regalo. Uno di quei regali che la
vita non mi ha fatto. Come? Lei dice che in
questo caso io volevo un regalo da lei, che
non c’entra per niente? Può darsi, sì. Si
potrebbe anche dire così. Ma, anche se
fosse, che ci troverebbe di male?”
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