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Briciole di terra

Mario BRAI

 

Storia dell'isola di San Pietro

attraverso le sue canzoni in tabarkino

 

 

NOTA LINGUISTICO-FONETICA

Premesso che un dialetto privo di tradizione scritta non può essere espresso su carta nella sua interezza, a meno di un appesantimento eccessivo della lettura, a causa degli accenti o del proliferare di vocali o consonanti, il tabarkino è del tutto simile al ligure, dal quale si differenzia leggermente per via della lunga separazione. Tuttavia in alcuni casi elencati sotto ho preferito una trascrizione "internazionale" a quella classica genovese, per rendere più semplice la lettura anche a un pubblico lontano dalla cultura ligure.

Il dialetto tabarkino fa uso di alcuni suoni che non sono presenti nella lingua italiana:

· tra le vocali:

- il suono "eu" [ö], come nel francese "feu" (fuoco) e nel tedesco "Köln" (Colonia); es. "euggi" (occhi), "feugu" (fuoco);

- il suono "ü" [y], come nel francese "cru" (crudo) e nel tedesco "München" (Monaco); es. "crüu" (crudo), "müggiu" (molto);

· tra le consonanti:

- il suono "j" [SUL MIO COMPUTER NON HO TROVATO IL CARATTERE DELL'ALFABETICO FONETICO CORRISPONDENTE], come nel francese "jouer" (giocare); es. "geja" (chiesa), "vijìn" (vicino);

- il suono "n-" [SUL MIO COMPUTER NON HO TROVATO IL CARATTERE DELL'ALFABETICO FONETICO CORRISPONDENTE] come nell'inglese "-ing"; si deve cioè pronunciare una "n" impostando però la bocca come per pronunciare una "g" (sempre che ci si riesca...); es. "lun-a" (luna), "banchin-a" (banchina).

Inoltre, a differenza dell'italiano:

  • il suono š [ò], come in "sciare", è utilizzato anche davanti alle consonanti, come nel tedesco "Spiel" (gioco); es. "šcò" (scala), "ašpetò" (aspettare);

  • la s dolce (o sonora) [z], come in "rosa", è indicata con la lettera z; es. "Zéna" (Genova), "zenà" (gennaio).

Per quanto riguarda gli accenti, sono stati usati nelle parole che presentano una notevole differenza con la pronuncia italiana, in alcuni dittonghi e allorquando si potesse creare confusione.

Nella traduzione dei testi ho cercato di restare il più fedele possibile all'originale anche per evidenziare la strutture costruttiva delel frasi, spesso curiosa e diversa da quella italiana.

Per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, consiglio di fare riferimento a uno dei libri citati nella nota bibliografica o, meglio ancora, di venire a trovarci a Carloforte!

CRONOLOGIA ESSENZIALE DELLE ORIGINI DI CARLOFORTE

(liberamente e parzialmente tratta da Carloforte storia di una colonizzazione di G. Vallebona)

 

1540

La famiglia dei Lomellini invia una colonia di Pegliesi a sfruttare il corallo sull'isola di Tabarka.

1736 Carlo Emanuele III, salito al trono, decide di infeudare i territori disabitati dandoli in concessione. Nell'estate dello stesso anno la notizia giunge a Tabarka e Padre Giovannini, missionario, riunisce i capifamiglia e propone l'isola di San Pietro perché "posta all'orlo della penisola sulcitana…mostravasi accomodata alle pose dei naviganti ed alle operazioni di traffico".

27-7- 1737 In seguito alle trattative proseguite da Agostino Tagliafico, maggiorente dei tabarkini, e dal Marchese della Guardia, l'isola viene concessa a quest'ultimo col titolo di Ducato a patto che accolga i Liguri.

17-10- 1737

Viene stabilito che in onore al Re Carlo Emanuele III l'abitato prenderà il nome di Carloforte.

22-2- 1738 86 persone con la tartana di Pier Giraud giungono in San Pietro ed iniziano la costruzione della prima casa. Successivamente un secondo gruppo di 302 persone arriva a Cagliari con un vascello svedese e la stessa tartana del Giraud.

17-4-1738 Sbarcano in San Pietro:

100 famiglie e 388 persone provenienti da Tabarka;

26 famiglie e 79 persone provenienti dalla Liguria, tra cui la famiglia di Segni, dalla quale nascerà On. Antonio Segni diventato presidente della Repubblica nel 1962;

2 primi curati;

per un totale di 469 persone.

18-6-1741 Alì Pascià Bey di Tunisi, con una spedizione di 300 uomini su 8 galeotte, arriva di sorpresa a Tabarka, s'impadronisce dell'isola, fa smantellare le fortificazioni facendo distruggere Chiesa, magazzini, e case e porta in prigione 840 tabarkini che rimarranno schiavi per 15 anni (al momento dell'invasione gli uomini erano in mare a corallare).

1744 Tentativo di impiantare una nuova colonia nell'isola, in regione Pescetti, con l'arrivo di 42 famiglie piemontesi, toscane e maltesi. Fallisce due anni dopo per malaria.

1750 Carlo Emanuele III riesce a liberare 121 schiavi mediante trattative tenute da Giovanni Porcile, Capitano della Regia Marina Sarda e tre anni dopo costui riesce a liberare altri prigionieri con lo scambio di prigionieri musulmani ceduti dal Papa.

1755 Il Bey di Tunisi, in occasione della morte di uno dei suoi figli, libera altri schiavi che si trasferiscono a Carloforte.

16-7-1786 E' posto sul piedistallo il monumento a Carlo Emanuele III, opera dello scultore genovese Bernardo Mantero, che verrà completato due anni dopo collocando ai lati del re uno schiavo turco e una schiava vestita alla cristiana con un figlio in braccio, a ricordare il concambio operato dal Porcile.

1792 La Repubblica Francese dichiara guerra al Re di Sardegna.

8-1-1793 Le truppe francesi occupano l'isola di San Pietro. In questo frangente la statua del re è stata sotterrata nella sabbia, ma nella fretta il braccio destro rimase fuori e si dovette così romperlo.

25-5-1793 Cacciata delle truppe francesi e occupazione dell'isola da parte delle truppe spagnole.

20-7- 1793 La statua ritorna sul piedistallo.

2/3-9-1798 Sbarco improvviso dei Corsari nell'isola. Eccidio delle guardie (mustassaffo) alla gran torre e al Castello, invasione, devastazione e massacro. Nelle vie cadaveri di vecchi e bambini. 830 carlofortini portati in catene a Tunisi.

15-11- 1799 Nicola Moretto rinviene la Statua della Madonna su un albero di limone, simbolo della liberazione, e la porta a Tunisi al sac. Don Nicolò Segni.

Giugno 1803 Dopo transazioni e interessamenti da parte del Papa, della Turchia, della Russia, del re di Sardegna, del Duca di san Pietro e di Napoleone (che vuole e ottiene che siano restituititi i carlofortini appartenenti alla casata del Rombi) e dietro trattative del Porcile riacquistano la libertà i tabarkini ancora prigionieri Tunisi.

1810 Francesca Rosso diventa unica legittima sposa di Sidi Mustafà e prende il nome di Jenet Lela Beia; nello stesso anno diventa madre di Hamed, che diventerà Sidi Hamed Bey, "il Sardo".

1816 Con la Convenzione di Tunisi si mette fine alle operazioni piratesche e la vita a Carloforte può procedere abbastanza tranquilla.

 

PREMESSA

Da piccolo, andando in gita parrocchiale sulla madre isola, si intonavano canti e cori e gli autisti dei pullman esperti dicevano: "Voi carlofortini siete gente che canta bene". Crescendo, mi sono reso conto di questa peculiarità quando, trasferitomi a Cagliari, ho notato l'assenza di tradizioni canore, in particolare di quella delle serenate che ancora si cantano in paese: canzoni melodiche a più voci, accompagnate da qualche chitarra. Cosa strana, quasi nessuna di queste è in dialetto e poche scritte da autori nostrani. La canzone dialettale si riduce a qualche trallallero molto antico, risalente ai tempi nei quali i carlofortini vivevano sull'isola di Tabarka (dal XVI secolo). Da qui un enorme salto temporale porta al 1987, anno dell'istituzione del Festival delle Canzone Tabarkina. Da quell'anno sono state composte decine di canzoni in dialetto, che cantano dell'isola, dell'amore, dei marinai e delle loro donne, tutte melodiche e ispirate alla tradizione italiana e napoletana. L'eccezione è rappresentata dalle ballate della Joe Over Band (JOB), formazione tabarkina di rock-blues, e dalle canzoni afro-reaggae dei GIT o mediterranee dei Pangea, due gruppi cagliaritani con autore dei testi e cantante tabarkino, classificate sempre alle ultime posizioni del Festival, ma in vetta alle preferenze dei giovani isolani. Su queste concentreremo la nostra attenzione.

Dei tempi di Tabarka poco si sa con sicurezza, però pare certo che già nel '700 esistesse il "ballo tabarkino", suonato con chitarra, mandolino e violino, strumenti che già allora erano presenti sull'isola. Una volta trasferitisi sulla nuova isola, per i carofortini il ruolo ricreativo e socializzante della musica, in occasione delle festività religiose e civili, assunse un'importanza particolare, data la vita dura e le fatiche a cui la gente si sottoponeva per la bonifica dell'isola e la costruzione del paese. Quando, costruito il paese, la vita diventò appena più facile e gradevole, in occasione del 17 di gennaio (inizio del Carnevale) e della notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno, si cantavano alcuni stornelli di origine ligure e piemontese:

 

 

O Cirullin

Oh Cirullin vattene 'n cà

oh Cirullin vattene 'n cà

oh Cirullin vattene 'n cà

che to mamma a t'ašpète!

Ti t'é lasciò bajò inta šcò

ti t'é lasciò bajò inta šcò

ti t'é lasciò bajò inta šcò

pe 'na palanca.

Ma chi t'à vištu u l'è u furnò

ma chi t'à vištu u l'è u furnò

ma chi t'à vištu u l'è u furnò

ch'eu l'éa de guòrdia.

A t'a lasciau u lümme inta šcò

a t'a lasciau u lümme inta šcò

a t'a lasciau u lümme inta šcò

cua porta averta.

Oh Curullin... Oh Cirullin

Oh Cirullin vattene a casa

oh Cirullin vattene a casa

oh Cirullin vattene a casa

che tua mamma ti aspetta.

Ti sei lasciata baciare nella scala

ti sei lasciata baciare nella scala

ti sei lasciata baciare nella scala

per una palanca.

Ma chi ti ha visto è il fornaio

ma chi ti ha visto è il fornaio

ma chi ti ha visto è il fornaio

che era di guardia.

Lei ti ha lasciato il lume nella scala

lei ti ha lasciato il lume nella scala

lei ti ha lasciato il lume nella scala

con la porta aperta.

Oh Cirullin...

 

 

E disette de zenà

Ma l'è u dì de Sant'Antoniu

Ma l'è u dì de Sant'Antoniu

l'è e disètte de zenà

giobellà fradellà

l'è e disette de zenà.

Mamma mamma quande meuiu

mamma mamma quande meuiu

veštime da špusò

giobellà fradellà

l'è e disètte de zenà.

E mettème u büštu russu

e mettème u büštu russu

e e fadette de calancà

giobellà fradelà

l'è e disètte de zenà.

Gh'ea n'èrbu tantu grossu

gh'ea n'èrbu tantu grossu

che nisciün ghe peu arrivà

giobellà fradellà

l'è e disètte de zenà.

Gh'è arrivau u maištru Antoniu

gh'è arrivau u maištru Antoniu

e e ciü maie u s'ai ha piggiè

giobelà fradelà

e e ciü buzze u gh'ai ha lascè.

 

Il diciassette di gennaio

Ma è il dì di Sant'Antonio

ma è il dì di Sant'Antonio

è il diciassette di gennaio

giobellà, fradellà

è il diciassette di gennaio.

Mamma mamma quando muoio

mamma mamma quando muoio

vestitemi da sposa

giobellà, fradellà

è il diciassette di gennaio.

E mettetemi il busto rosso

e mettetemi il busto rosso

e le gonne di calancà

giobellà, fradellà

è il diciassette di gennaio.

C'era un albero tanto grosso

c'era un albero tanto grosso

che nessuno ci può arrivar

giobellà, fradellà

è il diciassette di gennaio.

C'è arrivato mastro Antonio

c'è arrivato mastro Antonio

e le più mature se le è prese

giobellà, fradellà

e le più acerbe ce le ha lasciate.

 

 

 

 

 

Gerumetta a l'ha trai fratelli

tütti trai sartuì

tütti trai sartuì Girumetta

tütti trai sartuì.

Ün u cüje, l'òtru u tagge

l'òtru u fa i gibbuin

l'òtru u fa i gibbuin,Gerummetta

l'òtru u fa i gippuìn.

Gerumetta a l'ha cento scudi

non li sa a chi dar

non li sa a chi dar, Gerumetta

non li sa a chi dar.

L'ojellin de lu verde bošcu

u l'ha a prejun jüau

u l'à a prejun jüau, Gerumetta

u l'à a prejun jüau

U l'è jüau insce 'na rametta

de lu maigranò

de lu maigranò, Gerumetta

de lu maigranò

U s'è ruttu 'na gambetta

l'òtra a ghe fa mò

l'òtra a ghe fa mò; Gerumetta

l'òtra a ghe fa mò

Ghe faiemu 'na süppettin-a

de lu pan grattau

de lu pan grattau, Gerumetta

de lu pan grattau.

Gerumetta ha tre fratelli

tutti e tre sarti

tutti e tre sarti, Gerumetta

tutti e tre sarti.

Uno cuce e l'altro taglia

l'altro fa i corsetti

l'altro fa i corsetti, Gerumetta

l'altro fa i corsetti.

Gerumetta ha cento scudi

non li sa a chi dar

non li sa a chi dar, Gerumetta

non li sa a chi dar.

L'uccellino del verde bosco

ha lasciato la prigione

ha lasciato la prigione, Gerumetta

ha lasciato la prigione

E' volato su un rametto

del melograno

del melograno, Gerumetta

del melograno

Si è rotto una gambetta

l'altra gli fa male

l'altra gli fa male, Gerumetta

l'altra gli fa male

Gli faremo una zuppettina

di pan grattato

di pan grattato, Gerumetta

di pan grattato.

 

 

 

 

All'inizio dell'Ottocento, il paese, nuovo di zecca, attraversa un periodo di crescita ed evoluzione, grazie alla grande laboriosità e intraprendenza dei suoi abitanti. Dal 1820 alla Prima Guerra Mondiale si ha il secolo d'oro di Carloforte. Insieme al benessere si diffuse la musica, soprattutto tra le famiglie borghesi, con l'arrivo del pianoforte (1850). Forse perché l'italiano era sinonimo di cultura e rango da questo periodo non si hanno tracce di canzoni dialettali. Sempre nella seconda metà dell'Ottocento si ha l'insediamento di una nutrita comunità campana, attirata dalla pescosità del mare. Il folklore e la musicalità di questa gente influenza quella dei residenti, ma fatto a dir poco incredibile per un popolo che notoriamente ama mantenere il proprio accento, nel giro di pochissime generazioni, come pure i sardi che arriveranno in seguito, abbandoneranno il loro dialetto per assorbire quello tabarkino. Apro una parentesi per accennare che il dialetto tabarkino ha mantenuto, grazie all'isolamento, le caratteristiche del ligure antico, e ricorda quello che ancora si parla sulle montagne della Liguria, dove il minor scambio ha portato a una conservazione dello stesso.

L'Ottocento è caratterizzato quindi dall'influenza di musiche importate, quali la romanza francese, la tradizione napoletana, ma anche dell'Italia centro-settentrionale (Toscana, Liguria, Piemonte, Veneto, Emilia), tutte culture che si incontrano andando per mare nel Mediterraneo. Cito alcuni brani: Sei bella sei splendida, Tramonto d'aprile, O mia Rosina, La spagnola, Mamma mia dammi cento lire, Aprite la finestra, Mi sovvien, Son suonate.

Nel '900 la musica dai salotti borghesi passa al dominio popolare, subendo l'influenza dell'operetta e della canzone italiana. Ne sono esempi Balocchi e profumi, Piccolo bimbo va, Chitarra romana, Miniera, Ma se ghe pensu, Mamma, Andiamo in gondola, Proibito, Sera d'agosto, Serenata delle serenate, Non t'affacciar e soprattutto C'è un'isola verde, che diventa il vero e proprio "inno nazionale" di Carloforte e che riporto qui, in via eccezionale, nonostante sia scritta in italiano, per l'importanza sentimentale che riveste per i carlofortini. Può sembrare strano, ma queste canzoni si cantano ancora oggi, e le ho cantate anch'io, con i miei amici, per strada nelle calme sere estive o primaverili, o durante le casciandre, allegre riunioni fra amici a base di arrosti e di canzoni.

C'è un'isola verde (A.Genise-A. Lama)

C'è un'isola verde lontana,

soggiorno di fate vezzose,

è tutto un giardino di rose,

un nido felice d'amor!

Su quella plaga azzurra,

al mormorio del mar,

vorrei vivere e sognar,

mia piccina, accanto a te!

Il sole, coi suoi raggi d'oro,

la veste di un fulgido manto,

il mare col flebile canto

la culla in un sogno d'amor!

Su quella plaga azzurra...

Deh, vieni a sognar in quel nido,

che amore nel mar ci compose...

per talamo avremo le rose,

per tenda l'azzurro del ciel!

Su quella plaga azzurra...

A questo periodo risalgono anche i primi autori tabarkini che però scrivono in italiano, non so se per essere capiti da un pubblico più vasto o per ostentazione di cultura, visto che il dialetto è ancora oggi parlato su ampia scala. Nella sua evoluzione il tabarkino è stato inevitabilmente influenzato, principalmente dall'italiano, ma anche, tenuto conto che fino agli anni '70-'80 la stragrande maggioranza della popolazione lavorativa maschile era composta da naviganti e pescatori, dai più svariati idiomi che la gente di mare incontra navigando. Qualche esempio:

- dall'inglese:

- "boss" (capo) "bossu" (trasformato dal tabarkino in: individuo servile,

tirapiedi del capo)

- "bag" (borsa) "bèga" (borsa)

- dal francese:

- "crochet" (uncinetto) "cruscé" (uncinetto)

- "boulanger" (panettiere) "bulanjé" (panettiere, anche se recentemente è

stato sostituito dall'italianizzato "panetté")

- dall'arabo:

- "barrakan" (stoffa grossolana "barracan" (pastrano)

o mantello fatto con la stessa)

- "ramadam" "ramadan" (trambusto)

- dal sardo:

- "simbulai" (scuotere, agitare) "scimbullò" (scuotere, agitare)

- "serraccu" (segaccio) "surraccu" (segaccio)

Negli ultimi anni poi il dialetto ha assorbito un gran numero di prestiti dall'italiano, che sono andati a sostituire i termini più antichi, in nome della "modernità": per esempio, "sciügaman" ha sostituito i due termini "macramé" (dal francese, che a sua volta lo aveva preso dall'arabo), ovvero l'asciugamano ricamato con le frange, e "canavassu", vale a dire la semplice salvietta di iuta.

Si arriva così al 1987, anno dell'istituzione del Festival della Canzone Tabarkina. Da questa data, ogni anno vengono prodotte decine di canzoni in dialetto per l'occasione, che hanno come denominatore comune una forte vena melodica ispirata alla melodia italiana del novecentoNovecento, o, per i compositori più giovani, al Festival di Sanremo. I temi delle canzoni vincenti sono sempre legati alla bellezza della nostra isola verde o del mare cristallino, all'amore per l'amata, alla nostalgia per il paese com'era in passato o per qualche familiare lontano, alla vita sacrificata dei pescatori e dei naviganti e all'attesa delle loro donne sul molo... Le uniche eccezione sono rappresentate dalle canzoni della JOB, dei GIT e dei Pangea di Cagliari, nonché di Cesare Baghino, che collabora con la JOB e con l'autore.

Analizziamo ora alcuni dei testi scritti in questi anni. 250 anni fa, composta da G. Ferraro e A. Aste in occasione del 250ş anniversario della fondazione di Carloforte, ricorda la dolorosa partenza da Tabarka e si diffonde in elogi dei carlofortini per la fondazione della loro città e delle sue bellezze.

Düjentusinquant'anni fa (G.Ferraro-A.Aste)

Pensa. Int'a tèra da vegia Tabòrka

i antenòti vegnüi da Pegi

travaggiòvan ma suffrivan e pregòvan de puàisene anò.

"Chì nu ghe štemmu ben! Sèrchemmu de partì! 'Na tèra pe nuiòtri a gh'è!"

Tèra de incantu, bella, tèra de seugni, de libertè,

cuèrta da'n verde mantu, bagnò da l'unda,

bajò dau su;

ti n'è accolti cun tanta buntè;

t'emmu dètu tüttu u noštru süu;

emmu fètu a geja, e chè pe puàighe štò.

Perla de ciü pressiuse, leugu de pòje, tranquillitè,

panuramma ridente, sirena che cante ai mainè

u l'è u me paize!

Quandu Tagliafico turnandu uì cunforte

c'u regallu d'u Re de Sardegna,

fešteggianti s'abbrassòvan,

ben cuntenti de puài vegnì chì:

vijìn ai proppri frè u paize cuštruì

e Carluforte u se ciammiò.

Tèra de incantu, bella, tèra de seugni....... 250 anni fa

Pensa. Sulla terra della vecchia Tabarka

gli antenati venuti da Pegli

lavoravano ma soffrivano e pregavano di potersene andare.

"Qui non ci stiamo bene! Cerchiamo di partire! Una terra per noi c'è!"

Terra d'incanto, terra di sogni, di libertà,

coperta da un verde manto, bagnata dall'onda, baciata dal sole;

ci hai accolto con tanta bontà;

ti abbiamo dato il nostro sudore;

abbiamo fatto la chiesa, le case per poterci stare.

Perla delle più preziose, luogo di pace, tranquillità,

panorama ridente, sirena che canta ai marinai

è il mio paese!

Quando Tagliafico tornando li conforta

con il regalo del Re di Sardegna,

festeggianti si abbracciavano,

ben contenti di poter venir qui:

vicino ai propri fratelli il paese costruire

e Carloforte si chiamerà.

Terra di incanto, bella, terra di sogni......

A Carloforte il turismo non è di massa per mancanza di strutture alberghiere e di mezzi di trasporto; c'è però una gran quantità di affezionati che tornano ogni anno dal "continente" e dall'estero e ogni fine settimana dalla "Sardegna". Questi vengono chiamati "furešti", forestieri, e molti sono affetti da un vero e proprio "male di S. Pietro". L'autore della canzone seguente è uno di questi.

Fureštu du Paize (N.Maraccini- A.Aste)

Mi vegnu c'u traghettu

a sàia de venerdì

ma da luntan me piggie

'na šmagna d'esse chì

l'è u su insci'u tramuntu

ch'u m'accumpagne in ca

e u cheu u s'allòrghe tantu

che cuscì u me fa cantò:

Fureštu du Paize

mi nu sun ciü

mi ascì me sentu tabarkin

cumme i òtri ancùn

me vegne da pensò

de esse cumme in cà me

me vegne da salüò

e gente cumme me frè.

Fureštu au Paize

nu, nu me séntu ciü.

Ma poi cuà dumenega

arrive l'ùa de partì

dau punte du traghettu

mi lasciu u cheu lì.

E allùa pensu au giurnu

a quande riturniò:

cun tanta nuštalgia

me vegne ancùn da cantò.

Fureštu au Paize

nu, nu, mi nu sun ciü. Forestiero a Carloforte

Io vengo col traghetto

la sera di venerdì

ma da lontano mi prende

la smania di essere qui

è il sole al tramonto

che mi accompagna a casa

e il cuore si allarga tanto

che così mi fa cantar:

Forestiero a Carloforte

io non sono più

anch'io mi sento tabarkino

come gli altri (ancora)

mi viene da pensare

di essere come a casa mia

mi viene da salutare

la gente come mio fratello.

Forestiero a Carloforte

no, non mi sento più.

Però con la domenica

arriva l'ora di partire

dal ponte del traghetto

io lascio il cuore lì.

E allora già penso al giorno

quando ritornerò:

con tanta nostalgia

viene ancora da cantar.

Forestiero a Carloforte

no, no, io non sono più.

 

 

U Paize, che vince il primo festival dell'87 è una dichiarazione d'amore nei confronti di Carloforte.

U Paize (G.Rombi- V.Basciu)

Tütti quanti han n'amù špeciòle

p'a proppria tèra, p'au proppriu paize

e šta cansùn a l'eu esse l'ešpresciun

de l'amù che mi ho p'àu me.

U Paize u l'è tütt'ün cun mi

u l'è štù paize ch'u m'ha dètu tüttu

u m'ha dètu a vitta, u Paize.

So a cà che m'ha ošpitau

so e brasse che m'han ninnau

so sun e štradde unde ho imparau a camminò

e dunde mi ho imparau a zügò.

U Paize...

Du me paize sun i figgieu

e i amiji che ho cunusciüu

so sun e špiagge, so u l'è u mò,

so sun i tramunti e tüttu quellu che fa batte u me cheu.

U Paize...

A chi me dumande: "De unde t'e?"

Mi ghe rešpundu: "Du paize ciü bèllu che gh'è!"

U l'è štu paize che m'ha dètu a primma cà,

u l'è štu paize ch'u me daiò l'ürtima cà.

U Paize... Carloforte

Tutti quanti hanno un amore speciale

per la propria terra, per il proprio paese

e questa canzone vuole essere l'espressione

dell'amore che ho per il mio.

Carloforte è tutt'uno con me

è questo paese che mi ha dato tutto,

m'ha dato la vita, Carloforte.

Sua la casa che m'ha ospitato

sue le braccia che m'hanno cullato

sue sono le strade dove ho imparato a camminare

e dove ho imparato anche a giocare.

Carloforte...

Del mio paese sono i bambini

e gli amici che ho conosciuto

sue sono le spiagge, suo il mare,

suoi sono i tramonti e tutto quanto mi fa battere il cuore.

Carloforte...

A chi mi domanda: "Di dove sei?"

Io gli rispondo: "Del paese più bello che c'è!"

E' questo paese che mi ha dato la prima casa,

E' questo paese che mi darà l'ultima casa.

Carloforte...

 

 

 

 

Vegiu pešcau, vincitrice del festival dell'88, è una canzone alla memoria di un caro vecchio pescatore.

Vegiu pešcau, vincitrice del festival dell'88, è una canzone alla memoria di un caro vecchio pescatore

Vegiu pešcau (A.Garau)

Me l'arregordu sùvia a banchin-a

ina mattin-a de trai anni fà

che ghe chiedaiva: "Cumm'u l'è u tempu?"

"Se m'appresente 'na bun-a giurnò"

e poi cu' e remme in špalla

u va vèrsu au canottu.

U l'ha brasse štanche, ma in grande cheu

štù poviau vegiu pešcau.

Se sà ch'a vitta a l'è in po' còa

inte quarche moddu bezeugna arundiò.

U me cuntòva: "Quant'abbundansa,

d'argentu vivu u l'éa riccu u mò!

Ma i tempi sun šcangè

nu ghè da štò ciü allegri,

me sentu štancu e u cheu u me dije:

't'è dètu tüttu de ti'."

Vegiu pešcau, dunde sun anèti a finì

i tempi buin che t'éi ancùn in zuenottu.

In mò, cun ti, i purpi e i zin n'àivan treggua.

Mentre ti u cunti se štrènze u cheu.

Me còu vegiu pešcau...

 

Se dije a votte che 'na mautia

inte 'n batte d'euggiu a te caccie zü in beu.

Mumenti trišti pe chi u so paize in ta so vitta

u nu l'ha mòi lasciau.

Mòi ciü cu' e remme in špalla;

ti t'é ašcurdau u canottu.

Int'a to ca che t'amòvi tantu

nu ti ghe ciü riturnau.

" Vegiu pešcau, d'unde sun anèti a finì

i tèmpi buìn che t'éi ancùn in zuenottu?

Ti che p'au mò, t'è špaizu tütta a to vitta

sulu in ricordu p'ai to t'e areštau.

Addiu me vegiu pešcau. Vecchio pescatore

Me lo ricordo sulla banchina

una mattina di tre anni fa,

gli chiedevo. "Com'è il tempo?"

"Mi si presenta una buona giornata."

E poi con i remi in spalla

va verso il canotto,

ha braccia stanche, ma un grande cuore

questo povero vecchio pescatore.

Si sa che la vita è un po' cara,

che in qualche modo bisogna arrotondare.

Mi raccontava: "Quanta abbondanza,

d'argento vivo era ricco il mare!

Ma i tempi son cambiati

non c'è da stare allegri,

mi sento stanco e il cuore mi dice:

'hai dato tutto di te'."

Vecchio pescatore dove sono andati a finire

i tempi buoni di quand'eri giovanotto?

In mare, con te, i polpi e i ricci non avevano tregua.

Mentre lo racconti si stringe il cuore,

mio caro vecchio pescatore...

Si dice a volte che una malattia

in un batter d'occhi butta giù un bue.

Momenti tristi per chi, il suo paese, nella sua vita

non l' ha mai lasciato.

Mai più con i remi in spalla;

ti sei dimenticato il canotto.

Nella tua casa che amavi tanto

non sei più tornato.

Vecchio pescatore, dove son finiti

i tempi buoni di quand'eri ancora giovanotto?

Tu che per il mare hai speso la vita

solo un ricordo per i tuoi sei rimasto.

Addio mio vecchio pescatore.

 

Come si sarà potuto notare, le tematiche sono rivolte spesso alla nostalgia e agli elogi delle bellezze del nostro, peraltro bellissimo, "piccolo mondo". Questo avviene anche per gli allora teenagers compositori della prossima canzone che ricordano la loro vita da bambini e con questo brano vincono il Festival dell'89. La ragione del successo di queste tematiche risiede anche nel fatto che, come dice l'autore Giuseppe "Elvis" Leoni, "per vincere il festival bisogna accontentare le 'lalle'". Lalla e bòrba, letteralmente zia e zio, vengono usati più in generale per indicare una persona di una certa età e/o alla quale si è affettivamente legati.

A vitta du me paize

(M. Leoni-G. Leoni-P. Ferralasco)

M'arregordu, da figgieu, insci'a caladda

a lensetta, a paštetta e u buggiüettu.

Me cacciòva da e tre ùe insci'u müettu

E sèrcòva de piggiò quarche pescettu.

Quande u su u lasciòva u poštu a lün-a

me šcangiòva e annòva a servì messa,

poi sciurtiva cu' i me amiji insci'a ciassa

s'ià passaimu a zügò a cavallassa.

Me vegne da pènsò cuss'ho fètu da figgieu,

ma u tèmpu u l'è jüau

e mòi ciü u turniò in deré.

Àua veddu i me pošti und'anòva a zügò

in tiu in porta, quarche botta e poi dagghe a šcappò

pe i carruggi du me paize.

Me vegne da pensò cuss'ho fètu da figgieu,

ma u tempu u l'è jüau

e mòi ciü u turniò in deré.

M'arregordu da figgieu insci'a caladda... La vita del mio paese

 

Mi ricordo, da bambino, sulla banchina

la lenzetta, la pastetta e il secchiello.

Me ne stavo dalle tre sul moletto

e cercavo di prendere qualche pescetto.

Quando il sole lasciava il posto alla luna

mi cambiavo e andavo a servir messa

poi uscivo con gli amici in piazza,

passavamo il tempo a giocare a cavallassa.

Mi viene da pensare cos'ho fatto da bambino

ma il tempo è volato

e mai più tornerà indietro.

Adesso vedo i miei posti dove andavo a giocare,

un tiro in porta, qualche botta, e poi via a scappare

per i vicoli del mio paese.

Mi viene da pensare cos'ho fatto da bambino

ma il tempo è volato

e mai più tornerà indietro.