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7. Per la prima volta da quando eravamo partite da Alghero, ci ritrovammo soltanto in due, libere di fare e spettegolare in libertà, se soltanto avessimo avuto le chiavi di casa per potere entrare.

Ormai c’eravamo, avremmo aspettato l’arrivo degli zii di Laura in giardino. Roberta cercava qualche frutto maturo tra gli alberi e io una vanga, una zappa o un bastone per frugare nel punto in cui avevo visto Francesco seppellire qualcosa.

Trovai una grossa canna di fiume e usai quella. Affondava facilmente nella terra. Roberta mi vide e mi chiese perché lo stessi facendo. Il mio istinto diceva di stare zitta e inventare una scusa sui due piedi, invece le dissi tutto quanto avevo visto e tutto quanto sospettavo. Un assassino poteva essere tra noi.

- Vado a cercare qualcosa per aiutarti - mi disse allontanandosi.

Ripresi a scavare faticosamente, poi, all’improvviso, una mano ossuta si poggiò sulla mia spalla e un brivido di terrore mi percorse la schiena. Aspettai quasi rassegnata e sentii la mano posarsi sulla mia per togliermi la canna.

- Aspetta - disse la voce dello zio di Laura. - Con una vanga faremo prima.

Tornò poco dopo insieme a Roberta e alla vanga. Scavò lui stesso.

- Vi prego - disse quando il buco era già abbastanza profondo, - non dite niente a Nicole, di tutto questo, ne soffrirebbe troppo.

- No! - urlò Roberta. - Non è possibile.

Lì, sotto la terra, c’era il cadavere del cane di Nicole.

- È morto! - esclamai stupidamente.

- Sì, povero George, Nicole ci teneva così tanto.

- Perché lo avete ucciso? - chiesi.

- È stato investito da un’auto, il povero George non era più un cucciolo e ci vedeva poco.

- E Nicole? - chiese Roberta.

- Non ho avuto il coraggio di dirglielo, per questo l’ho seppellito di notte.

- Non potete continuare a nasconderglielo.

- Nicole sta così poco da noi, e ha così poco tempo per giocare con il suo vecchio George, che passeranno mesi, prima che se ne accorga. Ha così tanto da fare!

- Ma non è giusto! - dissi a quell’uomo che mi sembrò improvvisamente invecchiato.

- Va bene - mi disse, - glielo dirai tu, a Nicole?

- Perché io?

- Perché io?

- Ha ragione il signor Francesco - intervenne Roberta, - forse è meglio aspettare un momento più opportuno.

Non sapevamo più che cosa dirci, se non darci da fare a ricoprire il buco, e così facemmo. Stemmo in silenzio per un po’, poi non seppi più trattenermi:

- L’ho vista in un bar di Cretèil, stamani, sua moglie piangeva, era per il cane?

- Sì, l’assassino di George vorrebbe rimborsarci della perdita con poche decine di franchi, se non lo denunciamo.

- Era quell’uomo insieme a voi?

- No, quello è il suo avvocato.

- Ma perché scomodare un avvocato per così poco?

Francesco mi guardò esterrefatto.

- Mi scusi, mi dispiace molto che George sia morto, ma se un cane attraversa la strada all’improvviso, l’automobilista che colpa ne ha? Perché scomodare gli avvocati?

- Perché era di notte e girava intorno a casa nostra con i fari spenti. Credo che fosse anche ubriaco.

- Che strano, dormiamo praticamente sulla strada, avrei dovuto sentire qualcosa.

- Eravamo tutti molto stanchi, probabilmente io stesso non mi sarei accorto di niente, se non soffrissi d’insonnia.

- Entriamo in casa - disse Roberta, - la zia ci chiama.

La moglie di Francesco ci chiamava a grandi cenni affacciata alla finestra della cucina.

 

 

8. - Presto, c’è Anna al telefono! - ci chiamava Silvia.

Francesco prese la cornetta e parlò in algherese con sua sorella. Mi sembrò buffo l’algherese ascoltato in Francia.

- Sí, ja estan bé. Vols parlar amb les amigues de ta filla? Ara les faç venir.

Parlammo a turno con la madre di Laura, prima Roberta e poi io. A casa stavano tutti bene, ed anche noi eravamo molto felici. Domani sarebbe apparsa la prima intervista francese di sua figlia, per questo che adesso non c’era.

- Non sento più, la linea è disturbata. Come dice? Se abbiamo tutto quanto ci occorre?…

La linea cadde, per fortuna, altrimenti avrei gridato di venire a prendermi quel giorno stesso. Troppi gioielli rubati, troppe morti misteriose, in quella Francia.

Gli altri, invece, sembravano di buon umore. Come se il cadavere dentro il vecchio palazzo l’avessimo sognato, io non fossi stata quasi rapita, la mia migliore amica non avesse rubato un anello del Louvre, non fosse morto il cane e, per di più, l’uomo che ci ospitava non lo avesse messo in una buca sotto terra in piena notte.

- Aiutatemi a preparare il pranzo - squillava raggiante Silvia, la stessa persona che al mattino avevo visto piangere in un bar.

- Andiamo - acconsentirono trotterellandole dietro Francesco e Roberta.

- Nicole e Laura ritorneranno affamatissime - considerò una delle mie due migliori amiche.

- A proposito, come mai non sono con voi? - chiese Francesco.

 

Due ore dopo, con il pranzo ormai freddo, eravamo certi che non sarebbero arrivate per tempo e decidemmo di mangiare senza di loro, in silenzio e un po’ seccati. Più tardi, però, il fastidio si trasformò in preoccupazione. Francesco, allora, telefonò al giornale. Nicole era appena uscita. L’uomo venne preso da un attacco di rabbia e gridò:

- Ta filla siguerà tot lo que vols, però, primer de tot és una gran mal educada!

- Frànce, no facis així. Ja el saps, com és ta filla - cercò di calmarlo la moglie.

Pochi minuti dopo trillò il telefono. Silvia corse a sollevare la cornetta.

- Oui, oui. Je ne sais pas!

- Non era Nicole? - le chiese Francesco.

- No, era un suo amico gioielliere. Ha detto che durante la pausa per il pranzo sono entrati dei ladri nel suo negozio e gli hanno rubato tutto. Compreso l’anello di stamattina. Ma che cosa sta succedendo? - concluse la donna.

Cercai lo sguardo di Roberta per chiederle di fare finta di niente, invece lei scappò via in lacrime. Anche Francesco perse del tutto la calma:

- Basta, io chiamo la polizia!

- No, la polizia no! - lo implorò la moglie.

Non ci capivo più niente. Fino a quella mattina, gli zii di Laura mi erano sembrati due persone eccezionali, in grado di mantenere l’auto controllo in ogni occasione. Mentre adesso, in poche ore, erano passati da probabili assassini a una normale, litigiosa coppia di genitori anziani. Era proprio uno di quei momenti in cui qualsiasi cosa tu faccia sarai sempre fuori posto. Due genitori ansiosi, un’amica affranta per il furto di un anello non suo, un’altra amica che sta per diventare famosa per via di un’intervista francese, una giornalista in ritardo di ore e io con la testa piena di domande senza risposta.

- Hello! Je suis ici!

Era la voce di Nicole che aveva appena aperto la porta dell’ingresso con un grosso fagotto tra le braccia.

 

 

9. - Poverino - diceva Nicole accarezzando il cucciolo di spinone, - mi si è parato in mezzo alla strada e non ho potuto evitarlo. Per fortuna non è stata una gran botta. Ma perdeva sangue e sono corsa alla clinica veterinaria più vicina. Sono dovuta tornare a Grendable, cioè.

Nicole snocciolava i dettagli della sua avventura senza quasi nemmeno respirare. Aveva investito un cane senza targhetta, lo aveva fatto curare e aveva deciso di adottarlo. Ma non potendo tenerlo nella sua piccola stanza mobiliata in città, lo avrebbe tenuto nel giardino del paese dei suoi insieme al vecchio George. Sempre che Silvia e Francesco non avessero niente in contrario.

- Eh, maman?

A quel punto Silvia scoppiò in lacrime e Francesco dovette dirle che il vecchio George era scappato. No, che lo avevano rapito. Anzi, che era morto.

Piangevano tutti. Nicole, Silvia, Francesco, Roberta, lo spinone ferito. Una scena ridicola, perché ero sicura che ognuno piangeva per un motivo non condivisibile dagli altri. Nicole per avere trascurato il suo vecchio George per troppo tempo. Silvia per non averle detto subito della morte del cane. Francesco per non avere saputo inventare una bugia credibile. Roberta per il “suo” anello rubato. Io per un morto a cui nessuno voleva ancora credere, e per non avere chiesto subito a quell’incosciente di Nicole:

- Dov’è Laura?

La giornalista sembrò non capire. Non ne sapeva niente di sua cugina, credeva che fosse in casa già da un pezzo.

- Però com és possible? - l’aggredì suo padre. - Com és possible que tu abandonis de sola, una minyona en un país forister?

- Ma papà, che ti succede?

L’uomo era fuori di sé, pareva avere perso completamente la calma. Non mi intendo troppo di psicologia per spiegarmi certe cose, però sono convita che reagisse a quel modo a causa del disagio e del senso di colpa che provava per la morte del cane, e, chissà, per il fatto della polizia. Non avevano trattato tanto bene nemmeno lui, i poliziotti francesi, e adesso avrebbe dovuto ritornarci per dire loro della scomparsa di sua nipote.

Eravamo in pieno marasma e squillò il telefono. Silvia corse a rispondere.

- Oui, Oui. D’accord. Oui, d’accord!

- Era Laura? - le chiedemmo.

- No, era il meccanico, dice che la macchina è pronta e possiamo andare a prenderla anche subito.

- Meno male, una buona notizia - commentò Francesco.

Mi sembrò il momento di riprendere a ragionare e dissi che avremmo dovuto pensare seriamente a che cosa fare per Laura.

- Té raó ella - disse la mamma di Nicole.

- Va bene - disse la giornalista accarezzando lo spinone ferito, - ma George era il mio cane di quando ero bambina… - finì la frase tra le lacrime.

Roberta l’abbracciò e pianse anche lei.

- Vi prego, sforziamoci di ragionare. Laura non è tornata ancora a casa, e dubito che lo abbia fatto di proposito. Non ci si avventura, da sole, in una città sconosciuta.

- Sono d’accordo con te - mi confortò Francesco.

- Sappiamo che è andata via insieme al direttore del tuo giornale, Nicole. Non ne sai niente, tu?

- No, ma lo chiamo subito.

Chiamò, e il direttore assicurò di avere fatto accompagnare Laura alla stazione dall’autista del giornale.

- So io che cosa faremo - disse Francesco, - la mamma starà a casa per prendere le telefonate e noi quattro andremo a cercarla per stazioni, fermate d’autobus e ospedali. Prima, però, passeremo dal meccanico così ci divideremo su due auto. Andiamo, forza.

Fummo tutti d’accordo e stavamo per precipitarci alla porta dell’ingresso quando suonarono al campanello. Trattenemmo il respiro e poi Roberta corse ad aprire.

Non c’era nessuno. O meglio, qualcosa c’era, ma per terra, sporco di fango e di sangue raggrumato: il cadavere dissotterrato del vecchio cane George.

 

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