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4. - È proprio uguale a me - bisbigliò Laura meravigliata al vedere una persona che la rispecchiava così tanto. Gli zii ci dissero che Nicole lavorava a La Gazette, un giornale nazionale e si occupava di cronaca nera. Quando le dicemmo del cadavere, Nicole affermò che ci avrebbe aiutato volentieri a scoprire l'assassino, era il suo mestiere. Comunque, prima avremmo fatto meglio a tornare a casa e fare una bella merenda, considerato che a causa dello “scheletro francese” avevamo tutti saltato il pranzo. Non solo la police, ma nemmeno i nostri ospiti sardo-francesi ci prendevano sul serio.
Io e Laura guardavamo un film in salotto, non c'è niente di meglio della tivù per imparare le lingue. Roberta giocava in giardino con George, il vecchio cane di Nicole, mentre lo zio era alle prese con il suo impeccabile orticello e la zia dava da mangiare ai conigli. Tutto tranquillo, a parte il tichettio della macchina da scrivere di Nicole. “Devo consegnare il pezzo entro le cinque - ripeteva, - entro le cinque, entro le cinque”. E ogni cinque minuti chiamava in redazione o la chiamavano per aggiornarla sugli sviluppi di un caso incredibile che si era verificato durante la mattina. Una donna aveva ucciso il marito e i figli a pistolettate e poi si era buttata dalla finestra, e il tutto a Cretenin, un paesino a meno di dieci chilometri dal nostro. Nicole, per colpa del “nostro” cadavere inesistente, non era sul posto e scriveva il pezzo documentandosi telefonicamente. Entro le cinque del pomeriggio Nicole fini il suo articolo e corse a la poste per inviare l'articolo via fax, poi fu tutta per noi. Ci fece un sacco di domande su Alghero, sulla Sardegna e sull'Italia nel suo buffo franco-italiano e noi le rispondemmo su tutto facendo confusione tra “continente” e “isola”. In breve fu ora di cena e gli zii convinsero Nicole a dormire da loro, nella sua vecchia stanzetta che adesso era occupata da noi. ça va sans dire che dormimmo molto poco e passammo tutta la notte a parlare della casa abbandonata e del morto scomparso, scalfendo ogni minuto di più la corazza di scetticismo di Nicole. E non avrebbe potuto essere diversamente se si pensa che appena spenta la luce Laura scoppiò in un pianto isterico.- Tutta colpa mia, tutta colpa mia - frignava. E non c'era verso di consolarla. - Sì, se io non avessi parenti in Francia, non saremmo mai venuti qui. E se non mi fosse caduta la macchina fotografica non saremmo mai entrate in quella casa maledetta. - Mon chéri - la chiamava Nicole scambiandola per un cioccolatino. - Non piangere, vedrai che tutto si sistemerà. Magari, avete visto un'ombra strana e, agitate come eravate, l'avete scambiata per uno “scheletrò”. A quel punto Roberta, che fino ad allora aveva fatto finta di nulla tolse il suo asso dalla manica, cioè dal palmo della mano: un magnifico anello di brillanti. - Se il cadavere era un'ombra, se i sequestratori erano soltanto frutto d'immaginazione, allora questo anello non esiste!? Invece esisteva e come, secondo Nicole doveva valere almeno trecentomila franchi, circa 90 milioni di lire, e un anello così nessuno lo dimentica, in una casa abbandonata. - Perché non l'hai dato alla polizia? - Non lo so, non immaginavo che potesse valere tanto - rispose Roberta. - Ma perché non ce ne hai parlato prima? - Ve l'ho detto, non pensavo che potesse valere tanto! - Dormiamo adesso, ragazze, vedrete che se c'è un morto, si farà vivo presto. Per un anello così, chiunque scapperebbe dall'inferno. Dormiamo, adesso. Chiusi gli occhi ma non riuscii a dormire, rivedevo come in un film accelerato le immagini di quanto avevo vissuto nelle ultime ore. Perché Roby non mi aveva parlato dell'anello?
5. Mi alzai d'improvviso con un tremendo bisogno di bere. Scesi dal letto cercando di non svegliare nessuno e andai giù in cucina. La campagna intorno era immersa in un raccapricciante silenzio. D'un tratto, un rumore impossibile l'interruppe. Finii il mio bicchiere d'acqua in una sola sorsata e mi diressi verso la direzione da cui sembrava provenire. Diedi un'occhiata dalla finestra e, dopo una prima ricognizione, non ebbi dubbi, lo zio di Laura zappava nell'orto. A quest'ora di notte? Non riuscii a capacitarmi, come poteva, quella persona così buona e così gentile, scavare in un orto tra le tre e le quattro della notte? Ancora più attenta a che nessuno mi scoprisse, ritornai al letto. Non so come, mi addormentai.
- Questa notte ho dormito davvero bene - affermò Roberta alle sette del mattino. Per me non era stato lo stesso, ma non avevo nessuna intenzione di dirlo. Facemmo colazione tutti insieme e tutti sembravano di buon umore. Tutti meno Francesco. Si vedeva che era preoccupato e per di più stanco. - Tu as l'air très fatigué, papa - gli disse Nicole. Poi tutto procedette normalmente, fino al momento di uscire di casa, il direttore di La Gazette chiamò Nicole al cellulare. Le “ordinava” di trovarsi entro le dieci davanti al portone della casa da cui la poveraccia del giorno prima si era buttata dalla finestra. Nessuna di noi tre ebbe dubbi, dovevamo andare con lei a Cretenin. Anche gli zii uscirono di casa, ma non sarebbero venuti con noi. Era una giornata magnifica, così soleggiata da obbligarci a tenere gli occhi costantemente socchiusi. - Nicole, perché l'avrà fatto, quella donna? - chiese Roberta. - Je ne sais pas! Follia. - E tu credi che si possa diventare pazzi in pochi minuti? - Oui! Perché no?!? Mille cose possono succedere in un minuto. Lungo la strada vi erano molti alberi e le loro ombre disegnavano strane figure sull'asfalto. In breve arrivammo a Cretenin, un paesino con casette di due o tre piani coi tetti d'ardesia. Sulla piazza dove parcheggiammo si affacciavano alcuni forni e l'aria profumava di baguettes calde. - Dopo - disse Nicole. - Mangerete dopo. Adesso venite con me. La seguimmo due viuzze più su, fino ad una gioielleria dove un orefice di sua fiducia avrebbe valutato l'anello dello “scheletrò”.
La gioielleria non era più che un bugigattolo: una vetrinetta striminzita all’esterno, un bancone e quattro scaffali di legno, neanche protetti da vetri, all’interno. Nicole, però, sembrava pienamente fiduciosa sulle capacità imprenditoriali di Jacques. - Non badate alle apparenze, ragazze. Jacques è un vero esperto. Entrammo. - Nicole! - esclamò il signor Jacques andandole incontro per abbracciarla. - Hello Jacques! - disse Nicole ricambiando l’abbraccio di quel gioielliere alto, giovanile e che non parlava una parola d’italiano.Dialogando sempre in francese, Nicole gli spiegò perché fossimo lì, e quello si dimostrò molto interessato, si rigirava e rigirava l’anello tra le dita e lo studiava come se avesse sotto gli occhi un insetto e non un gioiello. Né io né Laura riuscimmo a trattenerci e insieme esprimemmo, con mugugni francesi vagamente intelleggibili: “Insomma! Quanto vale?” Jacques ci sorrise e, invece di rispondere, diresse uno sguardo interrogativo verso Nicole. - Elles sont très préoccupées.- Pourquoi pas?- Parce qu’il y a un mort là! - dissi io d’un fiato.Sì, sì “ la madame” che si è “tombée” dalla finestra considerò il gioielliere e Nicole gli lasciò credere, spiegando che di lì a poco ci avrebbe fatto partecipare a un’inchiesta giornalistica. Quale che fosse la verità, noi quattro ragazze pendevamo dalle labbra di quel gioielliere francese dall’aspetto d’attore trasandato: - Demain - disse.I nostri ma e le nostre occhiatacce non valsero a niente, Nicole aveva fretta e, dopo avere parlottato fitto fitto con il suo amico ci obbligò a uscire per strada. - Davvero ci si può fidare di quel tipo? - Oui! - Che cosa hai saputo? - Rien! - Come, niente? - Ecco, secondo lui si tratta di un anello di molto valore. - E allora? - Bisogna aspettare. - Perché? - Perché forse si tratta dell’anello rubato al Louvre. - Che cosa? - Sicuro - dissi ricordando vagamente un articolo che avevo letto prima di partire. - Il furto dell’allestimento della sala Francesco I. - Oui, c’est ça! - confermò Nicole. - Di che cosa state parlando, vi volete spiegare? - chiese Roberta. - In fondo, quell’anello era mio! - Su questo avrei qualcosa da ridire - dissi. - Non è il momento di litigare - intervenne Nicole. - Ho molta fretta di arrivare all’appuntamento con il direttore del giornale. La storia del museo è molto complicata. Camminavamo veloci e Nicole era stata molto decisa. Sottovoce dissi alle mie amiche: - Ai francesi rode molto questa questione del furto nella sala Francesco I. Vorrebbero che non se ne parlasse. La stampa internazionale, invece, ne ha scritto per settimane, anche quella italiana. - Nous y allons? Nicole ci invitava ad affrettare il passo.
6. Il direttore di La Gazette ci aspettava sul luogo del delitto. L'edificio era transennato e un signore di media statura, calvo, i baffi a spazzola e una macchina fotografica appesa al collo ci faceva segno di affrettarci. Era il capo di Nicole. Non ci degnò di uno sguardo e prese la sua redattrice in disparte e le parlò fitto in un francese per noi incomprensibile. Poi, Albert Dideron, questo era il nome di monsieur le directeur, cominciò a scattare foto da tutte le angolature intanto che Nicole avrebbe intervistato i vicini. Però, nella fretta, Nicole aveva lasciato la sua macchina fotografica in auto; quella con cui aveva già scattato alcune foto era “la caméra” di Laura. Io e Roberta ci offrimmo per andare a prenderla. Corremmo verso “la voiture” e, già sulla via del ritorno, vedemmo una cosa che non avremmo voluto vedere mai. In un bar, c'erano due uomini che parlottavano animatamente. Uno era l'uomo misterioso dell'autobus e della casa abbandonata, l'altro era Francesco, lo zio di Laura. Silvia era seduta a un tavolino accanto a loro e sembrava che piangesse. Allungammo il passo sperando che non ci avessero viste. Quando ritornammo “sul luogo del delitto”, cercammo di mantenere un’espressione indifferente, ma riuscimmo a dimostrare soltanto un’aria “seccata”, tanto che Nicole ci chiese di aspettarla giù in piazza: - Già è difficile far parlare la gente in condizioni normali, ma con voi che sembrate tre statue arrabbiate, è davvero impossibile! - ci disse. Una volta in piazza, Laura ci chiese spiegazione del nostro atteggiamento, ma non potemmo dirle nulla. Non avremmo mai potuto insinuare, che i suoi adorati zii francesi erano implicati in un omicidio, ma, soprattutto, il direttore del giornale di Nicole voleva intervistarci per un servizio su “les jeunes italliens”. Ci scattò qualche foto e poi ci tempestò di domande impossibili da decifrare. Io e Roberta insistemmo che non era proprio il caso, ma lui no, che andassimo al “journal”, dove con l’aiuto d’un interprete ci avrebbe intervistate tutte e tre, almeno una. Laura sembrava entusiasta e andò via con lui. Sul momento non ci rendemmo conto di quanto fossimo state sceme. Lasciare andare via la nostra amica con uno sconosciuto, col pretesto dell’interprete, quando sarebbe stato più naturale e semplice aspettare Nicole oppure gli zii. Non potevamo pensare a che cosa sarebbe successo a Laura perché eravamo troppo prese da fantasie criminali. Io volevo sapere che cosa avesse seppellito in giardino lo zio della mia amica, e Roberta voleva che le spiegassi del “suo anello” abbandonato nelle mani di un gioielliere dalla camicia sporca. Mi tempestò di domande e io a dirle cento volte di seguito ciò che ricordavo dell’articolo, cioè che durante l’allestimento di una nuova sala in stile Francesco I erano scomparsi tutti i gioielli d’epoca. Tutto questo durò un paio d’ore, fino a quando Nicole uscì dal portone del palazzo con tre nastri audio interamente registrati e due bloc notes pieni di appunti. - Andiamo, ragazze vi porto subito a casa e corro al giornale. - Dobbiamo aspettare Laura. - Dov’è andata? - A farsi intervistare dal tuo direttore. - D’accord, andiamo allora, la riporterò io per l’ora del pranzo. Arrivammo alla macchina e partimmo di gran carriera. Le chiesi se le piacesse realmente fare la giornalista. Mi disse che non c’era niente di meglio al mondo, a parte giocare con George, il suo vecchio cane. - Se avessi una grande casa a Parigi, lo terrei sempre con me. In un lampo eravamo già a casa dei suoi genitori, Nicole aveva una fretta tremenda e nemmeno si fermò per controllare se ci fosse qualcuno. - Aiutate maman a preparare il pranzo - ci urlò dal finestrino della macchina che ripartiva. - Aspetta, Nicole, non abbiamo le chiavi! - le gridai dietro, ma fu inutile, era già lontana.
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