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Prima parte

 

 

2. Arrivarono quasi subito, caricarono l'auto per portarla al garage più vicino e ci accompagnarono alla stazione. Da lì pren­demmo il TGV con fermata a Grendable.

Durante il viaggio, apparentemente per nulla preoccupato per il guasto alla macchina, Francesco ci disse che da casa loro a Grendable erano pochi chilometri e che, comunque, l'indomani avremmo po­tuto accompagnarli nello shopping e così l’avremmo potuta visi­tare con calma.

Il treno andava a oltre 200 all'ora, ci disse Silvia, e in poco tempo, infatti, fummo a Grendable. Da lì cercammo un autobus e via verso casa trascinando valige, pacchi e pacchetti. Sulla vettura c'eravamo soltanto noi, senza contare l'autista e un si­gnore molto distinto. Si accorse che lo guardavo e mi osservò a sua volta. Il suo sguardo era gelido e spaventoso. Una sciarpa nera gli copriva la bocca e un cappello calato sulla fronte lasciava scorgere soltanto lo sbrilluccichio dei suoi oc­chi. Fortuna che scese dopo poche fermate.

Quando finalmente scendemmo anche noi, Laura, Roberta e io ci rendemmo conto di essere stanchissime. Entrammo in casa senza ba­dare più a niente. Silvia ci accompagnò nella stanza degli ospiti al primo piano e letteralmente crollammo nei nostri letti.

Mi svegliai al sorgere del sole. Avevo sentito dire che in cam­pagna ci si sveglia al canto del gallo, ma non pensavo che fosse vero.

Sentii dei rumori al piano di sotto, Francesco e Silvia si erano già alzati. Mi vestii. Anche le mie amiche dovevano essere già di sotto, perché i loro letti erano vuoti. Senza starci più a pensare, scesi le scale e mi diressi in sala da pranzo.

Francesco, Silvia e le mie amiche erano lì. Ci salutammo e mi dissero di mangiare in fretta.

- Andremo a Grendable, stamattina, mangia in fretta, dài!

- Che così ti svegli.

- Si vede molto che ho dormito poco?

- No! - disse, mentendo, la zia di Laura.

- Quale autobus prenderemo? - chiesi, tanto per dire qualcosa.

- Il primo che passa - rispose lo zio.

Come dire che dovevo sbrigarmi. Di lì a poco uscimmo e France­sco ci fece ammirare il suo orto.

Sull'autobus gli zii ci dissero qualcosa di Grendable, una cit­tadina di circa centomila abitanti e ci chiesero se volessimo stare con loro oppure da sole per conto nostro.

Ovviamente chiedemmo di stare da sole. Appena scese, ci demmo appuntamento ad una certa ora sotto i grandi magazzini Pryca e ci incamminammo allegramente.

Arrivate davanti a un vecchio palazzo, fummo talmente attirate dalla sua architettura che non potemmo non fermarci ad ammirarlo.

- Guarda quante finestre!

- E che decorazioni!

- Devo fotografarlo!

- Ma come è abbandonato, però, sta cadendo in pezzi!

Intanto Laura estrasse la macchina fotografica dalla borsa e puntò il mirino verso il portone. Non si accorse di me e io non vidi lei, ci spingemmo a vicenda e la macchina cadde per terra, inghiottita dalle larghe griglie di una grata al livello di suolo.

Benché volesse uccidermi, Laura non disse una parola. Stemmo in silenzio per qualche minuto, poi un terribile cigolio e il por­tone si aprì. Doveva essere stato il vento perché nessuno uscì, ma noi tre ci precipitammo dentro, nella speranza di recuperare la mac­china. Ci trovammo nell'atrio di un grande cortile settecente­sco, da una parte scale per i piani alti, davanti le porte della ser­vitù e a sinistra le scale per scendere in basso, lì dove era fi­nita la macchina fotografica di Laura. Malgrado la poca luce scen­demmo nelle cantine sicuramente abbandonate. La macchina era lì, per fortuna, e sembrava intatta. Stavamo per ritornare su e respi­rare, quando udimmo dei passi.

Rannicchiate sulle scale per non farci vedere, scorgemmo un uomo che attraversava il piccolo cortile. Era quello stesso che avevamo incontrato sull'autobus la notte prima. Uscimmo allo sco­perto soltanto quando udimmo sbattere il portone.

- Che cosa facciamo?

- Andiamo via, presto! - disse Laura.

- Macché! - dissi io. - Questa storia non mi convince e voglio vederci chiaro.

- Ma perché?

- Perché questa è una casa abbandonata e soltanto delle stu­pide come noi o qualcuno che abbia qualcosa da nascondere ci pos­sono entrare.

- E allora?

- Allora quel tipo ha tutta l'aria di volere nascondere qual­cosa.

Ci dividemmo. Io salii ai piani alti e Roberta e Laura non si mossero per la troppa paura.

Aprii la prima porta e nulla, aprii la seconda e:

- Aaaaaaah!

Un uomo con un buco in mezzo alla fronte giaceva morto davanti a me.

3. Inorridita richiusi la porta e scoppiai in un pianto iste­rico. Non avevo la forza per chiamare le mie amiche e delle forti fitte mi distruggevano la pancia. Provai a gridare ma non mi usciva la voce, avevo la bocca legata. Laura e Roberta, però, ac­corsero richiamate dal mio strano silenzio.

- Che ti succede?

Non ci fu bisogno che rispondessi. Lo svenimento immediato di Laura chiarì che ciò che avevo visto non era un'allucinazione, il cadavere c'era.

- Che cosa facciamo? - chiese Roberta.

E io, credendo che si riferisse allo svenimento di Laura, le dissi che se riuscivo ad accendere un fiammifero, spegnerlo, e farle respirare il fumo, forse l'avrei fatta rinvenire: - L'ho vi­sto fare in un film.

- No, intendevo dire, con quello! - chiarì Roby indicando il morto.

- Chiamiamo la polizia! - risposi.

- Ma come giustifichiamo di essere entrate in questa casa? - chiese Laura che intanto aveva ripreso conoscenza.

- Dicendo la verità! - dissi io.

- E chi vuoi che creda a tre ragazzine italiane, in Francia?

Forse Laura poteva anche avere ragione, ma non c'era altro da fare, così mi allontanai da quella stanza per correre al più vi­cino posto telefonico. Le mie amiche avrebbero atteso davanti al portone del palazzo. Col mio balbettante francese scolastico riu­scii a mettermi in contatto con la police e poi ritornai alla casa abbandonata.

Laura e Roberta non c'erano più, ma non tardai molto a capire dove fossero andate. Mi salutavano da dietro le vetrine del super­mercato di fronte.

- Che cosa fate?

- Un panino, ne vuoi uno anche tu? Queste baguettes sono for­midabili!

- Io torno là dentro - affermai.

- Ma sei matta?

- Non voglio che la polizia pensi che noi italiani siamo dei fifoni.

Non ascoltai le loro proteste e rientrai nel palazzo. Però non riuscii a ritornare nella stanza del cadavere francese. Una mano mi spinse dentro una camera buia.

- Aiuto! - gridai. Nessuno venne in mio soccorso. Dietro la porta sentivo le voci di qualcuno che imprecava, in francese. Non saprei dire esattamente che cosa maledicessero, però era proprio chiaro che si trattava di parolacce.

Stavo già disperando per la mia vita quando udii il rassicu­rante urlo delle sirene della polizia.

Poco dopo sentii le voci di Roberta e Laura che, in un buffis­simo incrocio italo-francese, cercavano di spiegare che cosa fosse successo. Io picchiai forte contro la porta finché non vennero a liberarmi.

- Che cosa ci fai, qui?

- Dov'è il morto?

- Oui, quel mort? - chiese il capo dei poliziotti.

Il morto non c'era più e i poliziotti parigini non volevano credere che la nostra non era stata un'allucinazione ma la pura realtà.

Ci portarono in commissariato e ci tennero “in castigo” fino all'arrivo degli zii, che ci raggiunsero, dopo oltre due ore, in­sieme a Nicole, la loro figlia maggiore. Una giovane giornalista trentenne che sembrava la fotocopia di Laura invecchiata e fran­cese.

 

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