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Antoni Arca e la classe III A
Lo scheletro francese Giallo per ragazzi anni scolastici 1998-2000 Scuola Media num. 3 - Alghero Coordinamento didattico: Maria Pina Sanna
Un proverbe français dit que “ les voyages forment la jeunesse ” : je serais étonné qu’il n’ait pas d’équivalent en italien ou en sarde ! Je ne connais pas grand monde qui puisse s’opposer à cette évidence, encore qu’un élargissement de la portée de ce dicton s’impose : on ne cesse jamais d’apprendre, de s’informer, de s’instruire et, au bout du compte, de se former. Le voyage est donc nécessaire aux enfants, aux élèves des écoles, aux étudiants, aux jeunes en général. Ils y découvrent ce qui n’a pas de prix : l’expérience de l’altérité, la complexité de l’identité, la conscience des limites, la nécessaire prise en considération de la diversité des règles sociales et politiques, la relativité des codes et des cultures, les changements de climat, de décor et de rythmes. Dans un parcours scolaire où le voyage représentera en général l’exception, nous, enseignants et éducateurs, nous devons toujours veiller à inscrire dans l’expérience et le souvenir des jeunes l’empreinte de ces caractères et à leur en montrer l’irremplaçable bénéfice.
Cette conscience, je l’ai lue dans le roman policier que notre collègue Antoni ARCA a mis en forme avec ses élèves. Il suffira de relire chacun des épisodes pour remarquer combien les différentes étapes de la narration, les personnages, les lieux, les silhouettes entrevues et les sentiments suggérés par un détail descriptif ou une péripétie de l’action mettent au premier plan le sentiment de l’extranéité pour en faire une dominante du climat romanesque. Or la relation de cette extranéité à l’étrangeté de faits et gestes perçus et racontés à travers l’imagination apeurée des enfants est ici constitutive de la fiction. Déplaçons l’histoire et replongeons-la dans le cadre familier: il y a fort à penser que les ressorts de la fiction seraient plus lâches et l’ensemble plus conventionnel. L’intrigue est en effet d’autant plus tendue et le mystère plus épais que l’ensemble de la situation est plus insolite. L’introduction de mots ou séquences en français -formules de salutations, toponymes, institutions, etc...- concourt elle aussi à renforcer la mise à distance du cadre évoqué et, par voie de conséquence, l’atmosphère inquiétante de la fiction. Etrangeté et hostilité ne font finalement plus qu’un. Il suffit alors d’un élément ténu (une porte cochère, une présence insolite dans un jardin, le double sens d’une phrase banale) pour que nous basculions dans l’univers le plus inquiétant.
Il suffit également de très peu de chose pour retourner au quotidien le plus rassurant et remarquer que la sombre trame de nos angoisses n’était due qu’à une imagination d’autant plus prompte à se donner libre cours que nous étions tirés de nos habitudes et de nos conformismes. Ainsi, lorsque se lève le voile des apparences et que le lecteur apprend, avec les personnages de l’histoire, que tout n’était que méprise due à l’inquiétude et à la méfiance, la conclusion s’impose : voyageons plus souvent et faisons de l’étranger notre voisin !
Ghjacumu Thiers
Prologo
1. Roberta, Laura e io siamo tre studentesse di 16 anni che frequentano il Liceo Scientifico. Come premio per la promozione, ci è stato regalato un viaggio in Francia; ma non a Parigi, bensì in una petit ville in cui vivono gli zii di Laura. A me era piaciuta molto l'idea di quel viaggio, ma sentivo che ci sarebbe capitato qualcosa, come quella volta che andai a Roma con tutta la mia famiglia e all'aeroporto fummo accusati di avere preso i bagagli di un altro passeggero; impiegammo delle ore a convincerli che non ne sapevamo nulla. In Francia ci andammo con un volo diretto da Alghero a Parigi, e, benché fossi felice, non negherò che oltre al timore derivato dall'esperienza precedente avevo la solita fifa del volo, fortemente aggravata dall'incredibile numero di incidenti aerei che erano accaduti nelle ultime settimane. Comunque, dopo la consegna dei bagagli e gli abbracci ai genitori, partimmo. Ci toccò un posto in coda all'aereo e volammo stordite dall'assordante rumore dei motori. Per fortuna ero accanto all'oblò e vidi le nuvole e sotto di me il sole che nasceva sullo sfondo del golfo d’Alghero. Chiusi gli occhi. Atterrammo al Royssi Charles de Gaulle poco prima di mezzogiorno. Come me, anche Roberta e Laura non stavano più nella pelle. Fummo tra le prime a scendere sull'immensa pista assolata. Poi, in pochi minuti, l'autobus aeroportuale ci portò ai cancelli della dogana. Via, tutti giù a ritirare i bagagli. C'è un mucchio di gente maleducata, a questo mondo, anche in Francia. Nessuno che ci lasciasse prendere un carrello. - È passato così tanto tempo dall'ultima volta che ho visto i miei zii, che non so se li riconoscerò - disse Laura. - Se non li riconoscerai tu, ti riconosceranno loro! - risposi sgarbata, come se fosse colpa di Laura quel mio improvviso nervosismo. Finalmente, dopo dieci minuti buoni di attesa, il nastro trasportatore ci riconsegnò i bagagli e potemmo uscire. Gli zii di Laura erano lì ad aspettarci e non ci fu nessun problema per il mutuo riconoscimento. Mentre lei abbracciava i parenti uno dopo l'altro, noi ci presentammo. - Enchantée! Francesco e Silvia, gli zii, erano due persone di mezza età, gentili, affabili e con due belle facce da sardi emigrati in Francia da tanto tempo. Laura ci aveva già informati della loro storia. Erano due algheresi come noi che, subito dopo il matrimonio, si erano trasferiti in Francia per motivi di lavoro. E, adesso che erano pensionati, si sentivano troppo francesi per ritornare a casa. Uscimmo dall'aeroporto e ci dirigemmo verso la loro station wagon. - Passeremo da Parigi per andare a casa vostra? - chiesi. - Se vi fa piacere sì - rispose Francesco. - Grazie zio - dicemmo spontaneamente in coro tutte e tre. Durante il tragitto li tempestammo di domande e loro risposero a tutto. Quasi senza riuscire a capire quanto tempo fosse trascorso arrivammo a Parigi. Lo zio parcheggiò accanto a un ristorante e poi disse: - Questo pomeriggio rimarremo a Paris, per cui mangeremo proprio qui. Voulez vous sortir, si'l vous plait? Scendemmo dalla macchina ed entrammo nel ristorante. Un giovane cameriere ci salutò e ci guidò al tavolo. Il posto era grande e illuminato come un locale notturno, piuttosto che una mensa. Ci accomodammo e gli zii, ovviamente in francese, parlarono al bel cameriere alto e bruno. Riuscii a capire quello che si dicevano malgrado il mio pessimo francese scolastico. Mangiammo cose francesi e, a parte les frites, ancora non ho capito se mi siano piaciute. Pagammo con franchi francesi e poi uscimmo per digerire e per respirare l'aria di Parigi. Ovviamente, per prima cosa andammo a visitare la Tour Eiffel. Non immaginavo che fosse così alta. Si riusciva a vedere tutta la città tagliata in due dalla Senna. Poi, convinti che per tre studentesse come noi fosse una tappa obbligatoria, ci portarono al Louvre e, dopo quella valanga di opere d'arte riuscimmo ancora a vedere l'Arc de Triomphe. Quando ci mettemmo in viaggio per tornare a casa, era già buio e, appena lasciata la capitale, già in aperta campagna, l'auto dello zio si fermò. - Non vi preoccupate, mes petites filles. Adesso do un'occhiata al motore e in un momento sistemo tutto. Scese, alzò il cofano, sbirciò dentro e poi rientrò in auto. - Tutto apposto - disse, - tutto sistemato. Prese il cellulare dal taschino e chiamò il carro attrezzi.
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