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Quattro
3.XII.1985 - martedì, mattino, in classe
- Mi scusi professò, una cosa che non c'entra con la scuola.È Costantino, un ragazzo di quattordici anni alto e magro. - Non si adiri però - continua poggiando le mani sulla cattedra.- Avanti, sentiamo.Chiudo il registro. Ridacchia pregustando l'imbarazzo che seguirà alla sua domanda. - Io non devo chiedere niente, sono le ragazze che vogliono sapere. Mi'!Si volta verso il resto della classe, le ragazze delle prime file gli mandano comiche maledizioni. - Ma lei - pausa. Sguardo d'intesa col suo pubblico. - Non ce l'ha una fidanzata?Sono sorpreso. Ridacchiano. Godono per il mio arrossire. - Ma non c'è nessuno che le piace? - è stata Irene a parlare, una ragazzina studiosissima.- L'abbiamo visto, come guarda la professoressa Cau! - anche Marina.- Ma vi rendete conto della massa di stupidaggini che state dicendo? Le mie questioni personali non fanno parte del programma da portare all'esame - mi sembra di non riuscire a incutere alcun timore in questi ragazzi.- Non c'è niente di male, la professoressa Cau ci ha detto che lei è simpatico - Irene.Dovrei continuare a controllare il registro, verificare chi fra loro deve ancora essere interrogato. Ma non ci riesco. Mi obbligano a pensare a me stesso. Santalba è un paese di ventimila anime, e per i suoi abitanti l'omosessualità è ancora la peggiore tra le malattie possibili; stare vicini all'appestato, anche se per motivi di lavoro, è fonte di grandi preoccupazioni. Sono incuriositi e spaventati dal sesso questi miei alunni. - Finitela - ho ordinato senza nessuna convinzione. - Finitela - ripeto.- Lo sa, che la sorella piccola della professoressa Cau vive con uno, senza essere sposata?«In questo paese sono tutti bestie. A questi ragazzi non importa niente di studiare, e i genitori se ne fregano, se potessero li manderebbero a lavorare a dieci anni. Tanto a che gli serve Pitagora? Te lo dice Dario Catania. Uno che a Santalba ci vive da dodici anni». Magari ha proprio ragione Dario, che queste cose me le ripete ogni volta che ci incrociamo in sala professori. Mentre gli altri pendono dal suo accento pugliese e dicono comèvvero comèvvero. Ma forse anch'io, se dovessi rimanere altri dieci anni confinato a Santalba mi ridurrei come lui. Con una moglie che dalla boutique «puliti puliti» toglie tre milioni al mese, un'automobile da sedici milioni «tondi tondi» e in moneta sonante, e una figlia che stringe tra i denti un apparecchietto da «svariate centinaia di biglietti da mille». Ma io non insegno matematica, non li so fare i conti. Non riuscirei a farlo questo lavoro senza sentire un po' di solidarietà verso i ragazzi. - Basta con queste sciocchezze, pensiamo a lavorare.Ma non concludo il mio invito, vengo interrotto dal bidello. È entrato senza bussare. - Professor Pintus, una firmetta per il preside.I miei alunni ridacchiano ancora. - Che cosa avete da ridere, maleducati! - li apostrofa il bidello.
14.XII.1985 - sabato, notte
- Ti invidio Paride, che cosa potrei chiedere di più al tuo posto?, hai un lavoro, una casa, sei libero di rimorchiare tutte le donne di questo mondo. Bevo alla tua salute.Nando si alza in piedi e beve. Si passa la lingua sui baffi. - Ma la vita è fatta anche di aspirazioni, non solo di cose - dico chiudendo anch'io con un lungo sorso di vino.- D'accordo, vivere da soli non è tutto. Però prova a immaginare me e te a casa mia, con mio padre e mia madre e le mie sorelle tra i piedi. Nando non bere, beva Paride che il vino fa salute, Nando non bere! Oppure tu o io sposati a una orrenda megera come la tua padrona di casa, che ama molto di più il suo orribile barboncino piuttosto che quell'ubriacone del marito. Alla salute!Nando beve un altro lungo sorso, poi, osservando la trasparenza del bicchiere vuoto continua: - Se non ci fosse Paola non so come farei, in questo buco di paese finirei certamente alcolizzato, o magari accoltellato da qualche altro medico di belle speranze. È un ambientaccio, il nostro.- A Paola! - brindo.- A Paola - risponde.Sul tavolo sono rimasti i piatti sporchi e una bottiglia di vino rosso mezzo vuota; la nostra cena è finita, mi accingo a sparecchiare. Butto gli avanzi nella spazzatura e depongo i piatti sul bordo del lavello. Nando si accende una sigaretta. - Non ti secca che lavi i piatti, eh Nando? Sai, la domenica dormo sempre fino a tardi.Non mi risponde, è soprappensiero. Verso il detersivo e faccio scorrere l'acqua. Gioco con la schiuma. - Quanto starà via Paola? - gli chiedo intanto che passo la spugna su un coltello.- Fino a Natale, credo.Si alzato dal tavolo, sta in piedi con le spalle alla porta a vetri che dalla cucina dà sul cortile. Fuma. - È tanto - considero passando a fregare le pentole.- Non è tanto!- Ma come, dieci giorni lontana?Non risponde, mi si avvicina, spegne la sigaretta e si mette accanto a me per sciacquare i piatti. L'acqua dal rubinetto scorre forte, copre le nostre voci, ma parlo ugualmente, lo interrogo su banalità ospedaliere. Lui risponde a mugugni. Ecco, non ci sono più stoviglie da lavare, abbiamo finito. Ci asciughiamo le mani con lo stesso telo da cucina. - Tu sai che Paola mi tradisce - dice in tutta apparente tranquillità.- Scherzi? - gli dico più sorpreso per il contesto che per il contenuto della sua frase.- Sì, non è un segreto, Paola è una donna deliziosa, intelligentissima, ma non crede nella fedeltà.- E tu?- Io cosa? - risponde seccato.- Scusami, sono stato indiscreto.
Abbiamo deciso di uscire, di fare due passi lungo il porto, non ci sono film interessanti questa notte, e l'inverno tarda a venire. Stiamo seduti nel bar terrazza a ridosso dei bastioni bizantini, l'aria del mare odora di salsedine e nafta. Beviamo birra. Vorrei che continuasse a parlarmi di Paola e della sua infedeltà, invece parliamo d'altro, di sociologia da pronto intervento. E fra un po' ripeteremo il nostro copione, Nando sosterrà che Moravia è omosessuale, perché troppo spesso ha scritto immedesimandosi nelle sue protagoniste femminili. Lo dice un poco per prendermi in giro e un poco perché ci crede. Ma non mi adirerò questa sera, non controbatterò gridando che si tratta di azioni di sfondamento, non mascherate ma veri e propri gesti politici, come quando attraverso Desideria affronta il terrorismo dalla parte di chi ha lottato contro se stessa e non contro la società. - Paride!Ci siamo, colpisci amico mio. - Senti - abbozza un sorriso, si interrompe. È strano, questo non è il suo tono di quando mi attacca per l'insana passione albertina.- Vorrei che non parlassi con nessuno di questa cosa mia e di Paola.La scarsa illuminazione prodotta dalle lampadine sotto la tettoia di legno e plastica ondulata, dà una luce surreale al suo viso. Vorrei trovare il coraggio per ricattarlo, vendergli il mio silenzio in cambio di ogni più piccolo dettaglio riguardante le infedeltà di Paola. - Stai tranquillo - gli dico.Alzo il bicchiere alla sua salute. Poi chiudo gli occhi, mi allungo sulla seggiola dallo schienale di plastica intrecciata. Mi rivedo a sedici anni, disteso sul freddo pavimento del cesso di casa, mentre mi masturbo leggendo le pagine della seduzione di Lisa in Gli Indifferenti.
È tardi, non riusciamo a parlare, la birra è finita. Ci alziamo in direzione di casa mia, Nando ha lasciato lì la sua auto. - Senti - gli chiedo. - Tu che sai tutto dei Santalbini, com'è che non vedo più quel vecchietto che ogni mattina si metteva qui a pescare? Ve ne ho parlato molte volte, a te e a Paola.- Credevo di avertelo detto, è stato ricoverato in ospedale poco tempo fa.- Mi dispiace, e come sta adesso?- Ma davvero non lo sai?, ai funerali hanno partecipato diversi insegnanti.
15.XII.1985 - domenica, mattino
È quasi mezzogiorno, ieri ho bevuto troppo, ho la testa pesante. In questo paese c'è sempre il sole, se volessi potrei abbronzarmi rimanendo sdraiato a letto; a poche settimane dal Natale. Chissà quanto incide il clima sulla personalità dei santalbini? Il caffè! È delizioso l'aroma del caffè che brucia sui fornelli. Devo correre. La caffettiera da una dose soffre di eiaculatio precox, bisogna ammetterlo, non faccio in tempo a scaldarla che ha già schizzato la mia bella cucina bianca di tante macchioline scure. Ma non importa, al caffè bruciacchiato aggiungo zucchero latte e un pizzico di Fata Turchina e la pillola va giù. O era col chicco, col chicco d'uva passa? È incredibile, mi sono svegliato di buon umore, magari stai male Paridino! La cartellina arancio è ancora lì sul tavolo, questa notte sono stato assalito da astratti furori e sono andato a frugare fra le carte polverose della mia memoria, ho ritrovato i versi che scrivevo negli interminabili viaggi ferroviari da Castello a Mureddu. Dall'università a casa. Ignobili sfoghi contro la vita malandrina che mi proibiva un assiduo confronto erotico con il reale. Stupidaggini puberali che negli anni ho via via integrato giustificandole a posteriori prima col “movimento”, poi con Andreina, e adesso la solitudine. L'educazione sentimentale di un giovane Giuseppe. Così mi è venuto di intitolare il pretestuoso poemetto che ora sento come interamente prodotto in Santalba. Non ho più intruglio di latte e caffè nel bicchiere, in compenso mi fa un po' paura rileggermi, non sono un poeta, io.
15.XII.1985 - domenica, pomeriggio
Mi sono ripassato a macchina, quattro ore di lavoro continuato, una media di battuta terrificante, ho gli indici indolenziti. Certo, ho modificato molto i testi, ed ho anche mangiato un panino, ma chi diceva che scrivere procura sofferenze indicibili? Non capisco come a vent'anni abbia mai potuto credere che questa robaccia somigliasse, anche vagamente, alla poesia: masturbazioni, questo solo è il termine. Mi sono masturbato per anni nei vagoni dei treni riempiendo bloc-notes di parole e adesso continuo a masturbarmi staccandomi le unghie su questa stupida portatile gialla dove le “enne” e le “qu” ritornano a mano. Poesia numero uno. Sei terzine formate da versi brevissimi, spesso di una sola parola. La quarta e la quinta terzina non sono separate. Perché?, a sì!, non è un errore. Il tutto somiglia a un pettine sdentato. Un non meglio precisato Io, cioè io, si lamenta per non saperci fare con le donne. E una fuori! Poesia, o foglio numero due. Quattro terzine, righe di circa tre parole. Ha la forma di un omino senza testa fornito però di braccine e piedoni. Io grida che la colpa è sua, che la colpa è sua; “sua” di Io, credo. Foglio numero tre. Due quartine e una terzina raddoppiata al centro. Ha tutta l'aria di voler rappresentare la testa dell'omino di cui sopra. La colpa è sua, la colpa sua; questa volta “sua” di Lei. Numero quattro. Di quattro terzine. Io non è più vergine, ma non è stato granché, diciamolo, anche i maschi vivono il dramma della prima volta. Cinque. Sette righe più altre cinque. Io non riesce a capire perché Lei lo ami benché lui (Io) ormai nutra per lei un bel cavolo di niente, anzi, se vogliamo, prova un tantinello di stizza datosi che a lui (Io) non è piaciuto manco per niente, farlo con lei. Sei. Sette righe sul quadrante superiore e sette su quello inferiore, tutte rigorosamente di una parola. Per Io si profila un'Altra all'orizzonte, una lei, come si dice, con le “palle”. Sette. Io ha lasciato Lei per l'Altra. Otto. Guardando il foglio per il suo verso orizzontale l'immagine diventa chiarissima: una balena: una terzina, una quartina, una riga, una doppia quartina, un'altra riga e un'altra doppia quartina a forma di coda. Io cerca la balena, la cerca e non la trova… Nove. Altro pettine sdentato. Io dichiara all'Altra di avere sofferto, e forse di soffrire ancora, di straziantissimi attacchi di impotenza. Dieci. E Freud tra di noi, se non parla mai… Io si rivela in tutta la sua interezza: testa, corpicino, piedi opportuni e braccine lunghe lunghe lunghe. Io ha sognato: insieme alla sua mamma passeggiava, Altra, la lei con le “palle”, dentro una cinquecento blu “conversava” con numerosi uomini: Io si appressa al di lei finestrino, ma non riesce a spiccicare verbo: cazzo che ho fretta!, lo rimbrotta Altra che non ha tempo da perdere: (…) velocemente romba blu e colma di ragazzotti aitanti pieni di mani (…) Foglio numero undici, nonché ultimo per fortuna. Rappresenta il vero volto di Io: Pinocchio, quello dal naso lungo lungo lungo. Io, Pinocchio, confessa di sentirsi molto simile, interiormente, a un gran bel pezzo di merda. Sono stanco. Che ci pensi Gavino Ghilarza a dipanare la trama della mia vita. Io mi rimetto a letto. Devo insegnare grammatica italiana, io, domani, mica licenzuole poetiche.
L'agenda scolastica mi guarda dal tavolino da notte, tutta rossa è illuminata dal sole che precede il tramonto. La sfoglio, è piena di pagina vuote. Telefonare casa. Telefonare casa. Telefonare… Titoli di film visti, con Paola e/o Nando. Spesucce. Rispondere Caterina… Quando dissi al mio caro professore di letteratura italiana del novecento di avere vinto una cattedra per l'insegnamento delle lettere in un paesello sperduto della Sardegna costiera, lui confessò di invidiarmi sinceramente: «In quella pace, ispirato dalla bellezza di quel mare, dalla ricca storia di quelle mura, la tua splendida tesi su Moravia diverrà un vero libro. Avessi io - il professore -, la fortuna di vivere un anno in un luogo magico come Santalba».Caro professore, a questa prima splendida pagina vuota, seguiranno altre mille e una splendide pagine bianche. Mi rigiro nel letto, l'agenda di finta pelle rossa cade per terra. È talmente vuota che il suo rumore è sordo.
15.XII.1985 - domenica, sera
Non dovrei dormire mai di pomeriggio, al risveglio mi sento sempre arrabbiato con me stesso e il mondo intero. E affamato per di più. Con Nando e i suoi amici abbiamo fissato per dopo cena. «Chissà che non ti innamori di una Santalbina, eh Paride? di una di quelle vecchio stampo, che parlano greco in famiglia!» Non sopporto questa mania tutta paesana di dover sempre e comunque fidanzarci tutti entro i vent'anni. Frittata di cipolle e doccia. Doccia e frittata di cipolle. Ochei, frittata preparata: doccia: frittata mangiata. Il mio umorismo è cretino. Mai stato capace di raccontare una barzelletta, mai. Da piccolo, forse a otto o nove anni, ebbi una geniale intuizione, era domenica mattina: il vero comico è colui che crede di far ridere e invece non fa ridere per niente ma il suo niente è così patetico che gli altri ridono perché lui crede di saper far ridere e invece non sa di essere penoso. Corsi ancora in pigiama nella camera dei miei: non è vero che chi fa ridere fa ridere perché fa ridere… Mi ascoltarono distrattamente e poi, senza nemmeno un sorriso di approvazione dissero: - Sì!
Frittata pronta: doccia. Lo stanzino da bagno è pieno di vapori, lo specchio non è più capace di riflettere. Ho sognato. Era un sogno. Il fon mi asciuga i capelli e ridà luce allo specchio. L'ho quasi ricostruito tutto.
Frittata cena. Una sala illuminatissima. Un lungo tavolo presidenziale con molta gente dietro. Anch'io. Il moderatore mi invita a rispondere alle domande dei giornalisti e del pubblico. La prima è di Nando. Ma Nando ha il mio volto, cioè, lui sono io, e lui è me, l'intervistato. Io, quello dietro il tavolo e col volto di Nando, spiego come mi sia nata l'idea del libro. Volevo raccontare una lunga storia nell'arco di dieci minuti, il tempo di un caffè. Tutte e cento le pagine sono il risultato del rivolo di ricordi che sommergono il protagonista tra l'attesa, il rimescolio dello zucchero, il sorseggio. Un giornalista che ha il volto di Dario chiede se possiamo considerare il romanzo un inseguirsi di flash back. Mia madre si appropria del microfono per assicurare che fin da bambino ero un appassionato di cinema, mio padre le tira la giacca perché smetta. Sorrido, ho tra le mani l'agenda rossa, faccio per parlare ma ammutolisco. Moravia attraversa la sala, sorride, ha il bastone sotto braccio: si infila i guanti. Tutti, deferentemente, lo salutiamo. «Può sembrare banale,» dico, «ma l'idea mi è venuta sfogliando la mia agenda: sono al bar Da Piero: come sta?: ordino un caffè: sfoglio tra i miei appuntamenti: la mia vita scorre come un fiume: bevuto il caffè: saluto: corro a riabbracciare la mia donna: mi aspetta poco più in là: sulla grande barca ormeggiata nel porto». Ho finito, Andreina mi sorride, ci baciamo per le foto, sento le mani di Paola armeggiare con la cintura e i bottoni della mia patta. Caterina, che conduce la claque, interrompe gli applausi con un gesto imperioso: Moravia sta per lasciare la sala. «Io vado», dice a mo' di saluto. Tutti ci alziamo rispettosamente in piedi, io, che ho sempre il volto di Nando, non ho più i pantaloni, sono eccitato. Anche il moderatore vorrebbe andare via, è stanco, e non ha voglia di rimanere per il rinfresco. «Salute!» gli dico. «Vita!» risponde mostrandomi orgoglioso un enorme pesce argentato. Nel sogno mi commuovo, abbasso lo sguardo, tutto si riduce alla dimensione di un rettangolo rosso su cui sono incise alcune lettere in oro: e/o Paride.
18.XII.1985 - mercoledì, mattino, a scuola
Diciotto settembre, ultimo giorno di scuola del 1985. Ho plagiato il preside perché mi concedesse vacanza dai prossimi venerdì e sabato. «La mia mammina sta male, domani giovedì, che è il mio giorno libero, andrò a trovarla, se si potesse… Grazie, signor preside, grazie». Che attore fantastico sono! Ho dedicato la mattina ai commiati e i capitoli da studiare, al suono della prossima campana fuggo verso Mureddu, verso i miei boschi freddissimi. - Ragazzi al lavoro, carta e penna che assegneremo i compiti per le vacanze.Ubbidiscono tutti, in silenzio. - È uno scherzo, o il clima natalizio vi ha reso disciplinati?Nessuno reagisce alla mia ironia, nemmeno Sanna e Piras, i miei fedelissimi. - Terza C, parlo con voi!Raffaele Serra non ne può più, sbuffa, mi fa un gestaccio. - Detti e stia zitto! - dice.- Fuori! - grido.- Dal preside mi accompagna lei, o chiamo il bidello?Serra ha pronunciato la frase calmissimo. Storce la bocca e soffia, il ciuffo gli si solleva. Comincio a sbollire, sento che devo recitare da Spencer Tracy anche se lui ha solo il ciuffo, da Mickey Rooney. - Che cosa sta succedendo? - chiedo con un filo di voce.Sara Marrosu scoppia in lacrime, la compagna di banco la abbraccia. Con lo sguardo imploro una spiegazione a Claudio Sanna che siede di fronte a me, al primo banco. Con lieve cenno, Claudio delega il compagno Piras, quello coi baffi quasi da uomo. - Tonino Carta è stato sospeso! -. Fine del comunicato.Carta è un ragazzino miope, presuntuosetto, francamente antipatico. - E per così poco… - ammonisco.Sara Marrosu non accenna a calmarsi. Ho peccato di cinismo. - Ci voleva! - sbotta uno.- Così s'impara a sfottere!- aggiunge un altro.- Se gli bucava le gomme faceva meglio; per me è stato un cretino.- A chi cretino? A chi? - urla Serra lanciandosi contro il compagno e afferrandolo al collo.Li sto separando. La mia mano destra impone di sedere al ragazzino assalito e la sinistra stringe forte il polso di Raffaele. Sono stupefatto. Ho scavalcato la cattedra con un balzo. Ho i battiti a mille e il mio alunno è sull'orlo di una crisi di pianto. Allento la presa. Abbiamo quasi la stessa altezza, gli cingo le spalle, insieme usciamo nel corridoio. Nell'antibagno dei ragazzi c'è un lungo lavabo con una dozzina di rubinetti, l'acqua fredda scorre sui miei polsi. L'alunno sta al mio fianco, chiuso dentro se stesso, incurante dell'acqua che gli schizza sul maglione. Esco, la mia presenza non gli è utile. Sono rientrato in aula. Non riesco a tornare dietro la cattedra rimango in piedi, accanto alla lavagna. Mendico una spiegazione. - Tonino Carta - dice Lucia Tavera col suo tono da prima della classe, - vuole bene a Sara, a Marrosu, ma lei non lo vuole. Così gli ha scritto un bigliettino perché la lasci in pace. Professor Catania ha voluto vedere il bigliettino. Dai Quattrocchi, facci vedere cosa leggi. Così ha detto. Quattrocchi, Quattrocchi.- Non gliene doveva portare!- Silenzio - dico.- Allora, Catania - dice Lucia riprendendo il racconto, - per farsi spiritoso, ha letto il biglietto a voce alta. Che Sara non lo voleva, che non gli piaceva la montatura degli occhiali, e che a lei piaceva solo Raffaele Serra. Povero Quattrocchi, ha detto Catania stringendogli il mento con le dita. Allora Carta gli ha spostato la mano con un colpo. Il professore si è alzato e l'ha preso per il collo. Oh Quattrocchi, gli ha detto. Carta l'ha spinto forte e professor Catania si è trovato seduto con la testa sbattuta al muro. Gli è anche uscito sangue. Poi è venuto il preside e l'hanno sospeso. Quella di inglese ha detto che forse lo sospendono per tutto l'anno.Ha finito, proverò a spiegargli che esistono certe regole, certe consuetudini, certe piccole ingiustizie, che è necessario imparare a sopportare e che a Tonino Carta non succederà proprio niente. Una settimana di sospensione, qualche giorno di vacanza in più.
18.XII.1985 - mercoledì, mattino, alla stazione
Se un mezzogiorno d'inverno un viaggiatore. Nel bar della stazione sanno già tutto del professore testa rotta. Dalla signora dietro il banco mi faccio preparare un panino e una birra da consumare in treno. Ma no signora, ragazzate, non stia a sentire. Ma che terroristi, sono bambini. Buon Natale, è arrivato il treno, buon Natale. - Paride!- Paola!- Cambio della guardia.- Già, torno a Mureddu, il richiamo della foresta.Paola mi impedisce di salire sul treno, sta ferma davanti a me, con il suo borsone blu ciondolante all'altezza delle ginocchia. Ho fretta, solo le mie scarpe non hanno ancora lasciato Santalba. Lei continua a sorridere. Tiro la mia sacca sulla spalla, protendo il viso per baciare la mia amica sulla guancia. Lei allontana il viso. - Te ne vai così? - dice. - Senza parlare nemmeno un po'!Devo avere uno sguardo da ebete. - Il treno! - esclamo.Paola piega il busto verso di me, mi bacia sulle labbra, il suo borsone urta le mie gambe. - Ciao - dice.
Mureddu Maiore, 31.12.85
Ciao Paperino, questa notte sarà l'ultimo dell'anno e festeggeremo lontani, tu sei ritornato a Santalba, chiamato dai tuoi doveri di insegnante coscienzioso. Non stupirti, so bene che non me ne hai fatto cenno. E come avresti potuto d'altra parte?, in quell'unico pomeriggio trascorso insieme davanti a un tè freddo e inasprito hai parlato esclusivamente del neo grecismo di certi tuoi nuovi amici santalbini e delle spoglie mortali di Sant’Agostino, un tempo custodite nella cattedrale di Santalba. Non dovrei sentirmene risentita, non è vero?, non dovrei usare questo tono; dovrei esserti grata per quei racconti: sono io quella cattolica, io quella che ha pregato ogni giorno durante la novena insieme a tua madre. Io so tutto di te, attraverso di lei. Dice che ti succede qualcosa, che da tanto non ti vedeva così. Ha paura che tu ti stia mettendo nei pasticci. Ha anche litigato con tuo padre, per provare ad impedirti di tornare a Santalba. In fondo, dice, questo Tonino Carta, se ha spaccato la testa a un professore, una qualche punizione dovrà pure meritarsela. E tu e quel “testardo” di tuo padre a dire che non è giusto, che i giornalisti stanno cercando lo scandalo, che quel professore se l'è voluta. «E quell'Andreina che me lo tiene ore e ore al telefono». So tutto di te, attraverso tua madre. So tutto di te attraverso i tuoi silenzi, attraverso le tue assenze. Raccontavi di una colonia greco bizantina rifugiatasi a Santalba e mi chiedevo di che avresti parlato se quella notte in macchina non ti avessi respinto. Parlavi di padri della chiesa, di lapidi e di antiche preghiere, ma il mio tè diventava sempre più freddo e tu sempre più attento a non dimenticare l'avventura dei bizantini in Sardegna. E certo non era la timidezza a farti scegliere un tema così distante da noi due; non sarò bella, ma non è un'allegra commedia americana la nostra, non devo togliermi gli occhiali e né sciogliere i capelli scuotendo graziosamente la testa, perché tu mi veda per la prima volta. Parlavi del mantello di Sant’Agostino bellamente esposto in cattedrale, e guardavi le mie gambe, citavi certe iscrizioni greche del sedicesimo secolo osservando le curve del mio seno. Io esisto Paride. Esisto da sempre. Esisto anche senza di te. Esisto. E non so più aspettare. «Hai visto Andreina?», ti ho chiesto. Solo questo: hai visto Andreina. Forse hai ragione tu a volertene andare per seguire da vicino “lo scandalo Carta”, chissà che quel giornalista non intervisti anche te. Scusa, ma è che immagino quelle «ore e ore» in cui Andreina ti tiene al telefono. Sei tu a chiamarla, lo so, ne sono certa, sei solo tu a non voler esistere senza di lei.
È tutto così ridicolo, se al posto del naso avessi una patata e mi chiamassi Rostand saprei scrivere versi romantici capaci di conquistare il tuo cuore, anche se non i tuoi occhi. Invece vendo formaggi e per me ho solo i tuoi occhi. Parlavi di Sant’Agostino e studiavi le mie gambe, citavi certe iscrizioni greche e i tuoi occhi mi accarezzavano il seno. Hai visto Andreina? ho chiesto: sono arrivati silenzio e vuoto di sguardi. È tanto più bella di me, Andreina?
Nuoro, senza data
Cara Caterina, ho appena strappato tutte le tue lettere di dieci anni fa, tutte quelle che mi mandasti a S. Una dopo l'altra le ho ricopiate al computer secondo il tema, la cronologia, lo stato d'animo. Avevi ragione, quando sostenevi che non avevo mai parlato di te ma solo delle tue lettere, nel mio romanzo. Non ebbe nessun successo commerciale, quel libro mio, e nemmeno di critica. Una recensione nel supplemento domenicale del Quotidiano di S., anonima, per di più, perché Paola era già la firmataria del prologo contenuto nel volume. L'editore disse che ne avrebbe fatto una tiratura di mille copie, tanto per sondare l'umore della gente; gli risposi che mille li avremmo venduti in pochi giorni. Tempo un anno, mi chiamarono per dirmi che di quella prima tiratura, ancora ne restavano seicento; cinquanta le avrebbe tenute per l'archivio e le altre le avrebbe vendute a prezzo di cartone, dopo averle mandate al macero. Che ci pensassi un po'. Una copia di quel libro la porto con me da una casa all'altra, mentre l'altra metà di mille ammuffisce nella cantina di casa dei miei. Vorrei poterlo scrivere ancora, quel romanzo. Ma non perché mi senta uno scrittore, al contrario, perché in quelle pagine non ero mai sincero. Non parlavo di me, ma di un altro che mi sarebbe piaciuto essere. Un esistenzialista alla maniera del Moravia degli anni trenta. Una volta consegnato il dattiloscritto all'editore, me ne andai a Roma. Due mesi in una pensioncina non troppo lontana dalla casa del signor Alberto Pincherle in arte Moravia. Lo vedevo spesso, ma non ebbi mai il coraggio di salutarlo. Divenni amico di un suo vicino di casa. Scrissi un mucchio di poesiole, in quel periodo, perfino alcune in sardo. E quei versi, ti giuro, erano come le tue lettere, me ne accorgo adesso. Il vicino di Moravia disse che avrei dovuto mandare tutto a un premio di poesia organizzato da un circolo culturale trasteverino. Arrivai secondo e mi diedero un milione, una pergamena e una medaglia. I soldi li diedi a un altro editore come contributo per le spese tipografiche del mio primo, e ultimo, volume di versi. Le millecinquecento copie stampate non ammuffiscono in nessuna casa. Ne regalai cinquanta, un'altra decina le avrà l'editore. Le altre le bruciai il giorno in cui si sposò Andreina.
Nuoro, senza data
Cara Caterina, ho appena strappato tutte le tue lettere, non so perché l'ho fatto.
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