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Tre
Mureddu Maiore, 2.11.85
Ciao Paperino, errori in vista, attento. Ma non devi preoccuparti, questa volta sarò io a commetterli. Ricordi quando venivi da me perché ti aiutassi con il latino? «Aiutami Caterina, dammi una mano per la prossima interrogazione». E poi per il compito in classe. Poi per tradurre Cicerone. E io, scema, ti aiutavo. Ti correggevo le versioni e poi, per me stessa, faticavo il doppio. Mi piacevi, eri buffo, sempre così sfortunato, come Paperino. Tu ti adiravi sempre quando ti chiamavo così. E guarda com'è finita: tu insegnante e io direttore di un caseificio: tu plasmi le menti e io il formaggio. Confessa, anche tu mi chiamavi Formaggina, come tutti gli altri. È da prima che nascessi che scherzano sul lavoro della mia famiglia. Sono anni che non ci faccio più caso, oppure dovrei dire “casu”, per farti sorridere con una ulteriore battutina casearia e perché non ti senta in colpa per essere stato come tutti, per avere chiesto il mio aiuto e poi aver scherzato con la mia professione. Tu non lo sai, ma allora, quando ti chiamavo Paperino e tu ti arrabbiavi, io ero innamorata di te. Tra un'esercitazione di latino e l'altra tu parlavi di Moravia e delle tue voglie per questa e quell'altra e non mi guardavi mai. Nemmeno allora ero bella, ma per te io esistevo solamente in funzione delle versioni di latino. Pochi incontri alla fine di ogni trimestre.
È molto tardi, le ripide strade di Mureddu sono buie e vuote, come me in questo momento. Scusa, non voglio sembrarti patetica, ma credo che capirai anche tu. La mia non è stata una reazione istintiva. Li avrei ricambiati i tuoi baci, se tu mi avessi fatto capire che davvero conto qualcosa per te.
Domani uscirò presto di casa, e camminerò per i nostri boschi. Mi coprirò bene, è già inverno qui, non come a Santalba, dove, a sentirti, c'è il sole anche di notte. Immaginerò di sentire i tuoi racconti universitari, di quando ritornavi entusiasta per la città e per “il movimento”. Una domenica ci raggiunse una ragazzina, voleva lezioni private da me; di latino, anche lei. Ma tu ti offristi gratis e rimanesti a Mureddu due settimane intere. Poi tornasti sempre più spesso, fino a che anche Andreina non si iscrisse all'università. Sembro gelosa, a parlare così, ma è che lo sono, non ho mai smesso di essere innamorata del mio Paperino.
Come dovrei sentirmi? Sei rientrato a Mureddu mercoledì e solo questo sabato ti sei ricordato di chiamarmi, dopo che in due mesi ti eri fatto vivo soltanto con una orribile lettera lamentosissima. E io: «Sì Paride!», «certo Paride». Sono arrivata di corsa, in macchina, per andare a fare quattro passi in un paese un po' meno soffocante del nostro, dove si possa entrare in un bar senza che qualcuno ti chieda come stanno i tuoi e com'è che non ti si vede in giro da tanto; perché tu, da un anno, non puoi più guidare. Abbiamo passeggiato, hai parlato, hai parlato. Poi sono venuti fuori Ruggiero e Bradamante: io per te sono un amico, un maestro d’arme. E io, nella speranza di una tua dichiarazione inconscia, ho ricordato che quei due erano amanti e tu, pronto, hai sostituito il nome di Ruggiero con quello di Rinaldo. «Caterina, per me tu sei di più che un amico, sei quella sorella che non ho mai avuto». Ma tu, ne sono certa, nelle mie parole avevi letto il lapsus freudiano che ti dischiudeva il mio corpo. E al ritorno hai voluto che ci fermassimo lungo la strada, al buio: «Per parlare». E mi sei saltato addosso, mi hai baciata, «Caterina Caterina», sospiravi, ma io sentivo «Formaggina Formaggina». Sarebbe tutto così comico se non sapessi di volerti bene, di non avere mai smesso di amare il mio Paperino.
Incontro spesso tua madre, a lei Andreina non è mai piaciuta, e ha sempre visto in me la tua donna ideale. om'è ridicolo. Da lei so tutto dei tuoi giorni santalbini, sono sicura che ogni volta che mangi formaggio lei spera che tu ci senta un poco di me. Ha voluto il pecorino migliore. «È per Paride», mi ha detto, «fammi fare bella figura, anzi perché non lo porti tu a casa?, domani, quando c'è lui». Capisci Paperino?, «domani, quando c'è lui». E io che morivo aspettando una tua chiamata. Se solo tu non fossi così tremendamente trasparente per me. Non sei mai stato capace di dire bugie. Riesco a leggerti in viso come in un libro. Tu non mi desideri, non ti sono mai piaciuta, e per te, non sarò mai di più che Bradamante, finché tu rimarrai Rinaldo. Credo che in psicologia la chiamino coazione a ripetere, chissà, forse e per questo che mi hai “palpata”: perché la macchina e la strada buia ti hanno fatto ripensare ad Andreina, a quando rubavi l'automobile di tuo padre per fare l'amore con lei. L'ho vista sai, è cambiata, ha i capelli cortissimi e biondissimi adesso. Sono una stupida, non dovrei parlarti della mia rivale. Lo so che sono scema a scriverti tutte queste cose…
3.XI.1985 - domenica, pomeriggio
Sono troppo stanco per dormire, e questo treno non arriva mai. Prima di Santalba ci saranno ancora un milione di fermate. Savoia, Savoia. Ci hanno lasciato una linea ferroviaria ridicola. Arriverò a notte fonda, e in pullman, per di più. Santalba è collegato al resto dell'universo da un indegno troncone ferroviario. Assurdamente lento e assurdamente al servizio di ferrovieri che dopo le nove di sera si rifiutano di partire. Ho mangiato troppo. Mia madre vorrebbe sempre che mi ingozzassi, non lo sopporto. Il vagone è pieno di ragazzini che chiacchierano. Spero che scendano al primo paese con discoteca. Di domenica nessuno viaggia per lavoro. Quell'anziana coppia ha tutta l'aria di dover fare una visita di cortesia, quel giovanotto baffuto che legge il giornale va senz'altro a un appuntamento galante, anche quella ragazza occhialuta. No, sono spie al servizio del governo nemico. Baffo Baffo Sette finge di leggere il giornale sportivo, in realtà lo paga mia madre perché controlli se mangerò tutta tutta la marmellata fatta in casa con le sue mani sante o se riuscirò a dimenticarla sui sedili del treno come abilmente sono riuscito a fare col pecorino a orologeria, abbandonato sul tavolo di cucina all'ultimo secondo. Quei Due Come Loro sono greci in missione a Santalba per rintracciare l'anima di Alessio Papatanàssius e controbattere le fallacie di chi sostiene che non dall'esilio ma da vile turismo marino fosse mosso l'eroe dell'antifascismo greco. Mio padre ne è certo, negli anni '60 Santalba era il rifugio di tutti i greci progressisti esiliati dai colonnelli. E lui queste cose le sa, per dieci anni è stato carabiniere, e che carabiniere. Lei, Marta Ari, legge La bella estate, ma è un avvertimento. Il Min-Pub-Istruz mi manda a dire che l'estate sta finendo e un anno se ne va, e se non comincerò il lavaggio dei cervelli che ho garantito accettando il ruolo, mi verrà recapitato un volume di Pavese contenente cianuro. Guardo oltre il finestrino, i rari alberi e le colline di origine vulcanica sembrano di cartapesta. Non riesco più ad assegnare alle cose il loro valore. Una cosa è una cosa. Alberto Moravia che sei nei cieli dammi anch’oggi la tautologia quotidiana. Fremo, arriva il controllore, devo nascondere la lettera per i Rosselli. Devo stare tranquillo, in fondo sono in viaggio di nozze, nessuno sospetterà di me e Stefania Sandrelli. - Biglietti?Il controllore è un uomo robusto, basso, vicino alla pensione. - Favorisca la tessera ferroviaria.Non si fida di me, è un nemico del Min-Pub-Istruz. - È lei Paride Pintus?No, sono Marcello Trintignant. - Sì, certo!- Bisogna che si decida, benedetto ragazzo, o si fa ricrescere la barba oppure cambia fotografia nella tessera. Buonasera.Si allontana, per fortuna non sa niente di Lino, sono stato io a ucciderlo.
Il treno si è fermato. Scendono tutti. Quasi. Marta Ari è rimasta, stringe ancora La bella estate tra le mani. Il treno riparte. Lentamente, a piccoli scossoni. Ci sono nuovi viaggiatori. Vorrei che qualcuno di loro si fosse seduto accanto a me, e mi avesse obbligato a parlare di una cosa qualunque. Di calcio, di Andreotti, di Moravia. Nessuno vuol più socializzare come una volta. Non c'è pietà per chi ha paura della solitudine. Il treno ha preso velocità. Fra un minuto mi alzerò. fingerò di voler andare a fumare e sosterò nell'antivagone. Rimarrò un po' in piedi, da solo contro il rumore del treno. Tra un minuto. Devo solo riuscire a trovare la coordinazione opportuna. Il cervello manda gli impulsi. I lombi scattano. Le gambe si alzano. Ora! - Mi scusi!Anche Marta Ari ha avuto la mia stessa idea. Ci siamo scontrati, cavallerescamente le cedo il passo. Cammina davanti a me. Indossa scarpe basse e ha lasciato Pavese sulla poltrona. In mano ha un pacchetto di sigarette col filtro. È venuta fin qui per fumare. Mi guarda dubbiosa. Le sorrido timidamente. - Vuole una sigaretta? - mi chiede.Arrossisco. Ho le orecchie caldissime. - Non fumo grazie, è solo che non volevo più stare seduto, e allora…Continua a fumare, sono certo che è una studentessa del liceo classico. Se abborraccio un qualche discorso di carattere letterario mi lascerà parlare, sicuramente. - Ha cominciato da molto a leggere Pavese?- Da una settimana.- Le piace?Tira una lunga boccata di fumo. - Abbastanza - dice. Insieme alle sillabe espira dense nuvolette di fumo.- Ah!Non riesco ad aggiungere altro, mi sento molto stupido. - Lo leggo in treno per ammazzare il tempo.- Dove studia?- Non studio, lavoro.- Capisco, la famiglia - dico cercando di toglierla dall'imbarazzo.- Quale famiglia? - dice.Forse sono solo io a provare imbarazzo. - Loro avrebbero voluto che io continuassi - prosegue, con decisione, - ma io non ce la facevo più a sopportare quegli stronzi di professori. O erano tonti o erano bastardi.Sembra molto sicura delle sue affermazioni. - Non esagerare, non tutti i professori sono pessimi.Fa un gesto eloquente. Agita la mano con cui tiene la sigaretta all'altezza degli occhi: che cosa ne capisci tu! - Se mi permetti, anch'io sono un insegnante, e non mi considero né tonto e né bastardo.- E con questo, pensi di spaventarmi? - anche lei mi dà del tu. - Uno cerca di toccarti il culo durante l'ora di ricreazione, anche se sa tutto di Petrarca, tu come lo chiami? E una che ti fa andare male alle interrogazioni solo perché avete comprato la stessa camicetta e a te sta molto meglio, tu come la chiami?Ha parlato tutto d'un fiato, sento che è sincera. - E tutto questo perché avrei dovuto sopportarlo? Per un pezzo di carta che poi non mi servirà a niente? Meglio andare a servizio, almeno guadagno subito e se mi toccano il culo li denuncio.La sigaretta è finita, butta la cicca per terra e la schiaccia con la punta del mocassino. - Che cosa credi, che siccome sei laureato sono obbligata a rispettarti? Il rispetto te lo devi guadagnare, devi meritartelo.Si aggiusta gli occhiali, credo che consideri il discorso già chiuso. - Ma la scuola a qualcosa serve - dico, - ti ha insegnato a leggere Pavese.- Pavese è di una mia amica che lavora alla Upim, non della scuola.Non ha nessuna voglia di parlare con me, mi saluta con un gesto della mano, scompare dietro la porta dello scompartimento. - Ciao! - dico sorridendo tristemente a me stesso.Che cosa penseranno di me, fra vent'anni, i miei alunni? Come si chiamava, ti ricordi? Paolo, no Pallido Tintus! Che stronzone, ti ricordi che stronzone era? Fra vent'anni, e adesso? Dopo quasi due mesi di lezioni? Siamo in prossimità di un'altra stazione, il treno sta per fermarsi nuovamente. Scenderanno facce che non conosco per lasciare il posto ad altre ugualmente sconosciute. Rientro tra le file di sedili. La ragazza di Pavese è scomparsa, non può essere andata via, il treno è ancora in corsa. Ecco, si ferma. La vedo, mi passa vicino, sul marciapiede, picchio sul vetro con le nocche, le sorrido, la saluto. Lei non mi guarda, si allontana verso il sottopassaggio. Non vuole più avere niente a che fare con la specie dei professori, per questo è scesa dalla porta opposta, per non dovermi incontrare. Il treno è ripartito. asta. Fra poche fermate arriverà al capolinea. Dalla stazione dell'unica città del Nord Sardegna andrò alla ricerca di un pullman che mi riporti a Santalba. A casa. Ci arriverò passeggiando lungo il porto. Poi cucinerò qualcosa, guarderò la tivù, e a dormire. Basta. Sono confuso. Devo smetterla, devo assolutamente decidere che cosa fare da grande. Non posso continuare a nascondermi dietro il fantasma di Andreina. Non è un mulino a vento, lei. E io non credo in nessuna morale di cavalleria errante. Se Andreina non mi ama più, io non scriverò sonetti, non metterò la testa nel forno. Ci sono cose più importanti dell'amore, in questo mondo. Il lavoro, l'amicizia. Caterina, sono stato uno stupido, l'ho martoriata con tutte le mie paranoie e non sono stato capace di chiederle come va. Bell'amico, sono. Come con Paola, lei mi ha offerto la sua amicizia e io ho subito tentato di saltarle addosso. - Buona sera professore, come sta?Chi è? È un ragazzino dai capelli cortissimi, è piccolo, avrà al massimo dodici anni. Dove l'ho visto? - Mia madre dice se gradisce un biscotto, professore.Mi volto, vedo una donna e un uomo che mi sorridono, mi aggiusto gli occhiali per vederli meglio, tutte due somigliano al ragazzo. Mi indicano un pacchetto avvolto in una carta colorata che la donna tiene sulle ginocchia. - Buona sera - dico rivolto verso di loro.- Gianni! - chiama la madre.Il ragazzo le si avvicina, prende il pacchetto e me lo porge. Il profumo dei dolci è stuzzicante. Assaggio una polpetta biscotto spolverata di zucchero a velo, un “pirichitto”. - Li fa mia nonna, in casa - spiega Gianni.- Ne prenda un altro - insiste la madre.Li ringrazio masticando sorridente, poi ritorno alla mia postura fingendo di aver riconosciuto l'alunno che non so chi sia. Sto di merda, non ci sono Andreine che tengano, non devo permettermi di diventare un insegnante tonto o bastardo. - Professore - è ancora Gianni, il mio alunno sconosciuto. Mi offre un piccolo pacchetto, certamente una parte dei biscotti fatti in casa da sua nonna. Lo ringrazio. Mi vergogno come un ladro, neanche mi volto per ringraziare i genitori. Il pensiero che possano chiedermi informazioni sul profitto del loro figlio mi provoca un forte dolore all'addome.
9.XI.85 - sabato, pomeriggio
Questa sera inaugurerò l'ultimo maglione fatto a mano dalla mia mammina. Lo ha lavorato con tanta lana e tanto amore. Fortuna che vanno di moda gli indumenti ampi. Vediamo, la tonalità dominante è il bianco, quindi camicia turchese. Bianco, jeans e turchese, il top dell'abbigliamento, indicatissimo per il ritorno al futuro di questa notte. A film intellettuale uniforme intellettuale. A me non la si fa, caro il mio Spielberg. Spielberg?, ma non era la prigione in Moravia, sì, quello scrittore che si era tagliato una gamba a morsi? Brivido. Bene, ho tutto il tempo per procedere con calma. Sparecchiare, rigovernare, spaparanzarmi davanti al mio magnifico ventisette pollici bianco e nero modello “Campanile Sera”, e preparare gli appunti per le lezioni di lunedì nell'attesa che Paola e Nando arrivino per il cinema. Mi piace Nando, è l'unico medico che conosco con il quale si possa parlare. Peccato sia sempre così pieno di lavoro. Sono una bella coppia lui e Paola. Innamorati. Che stupido, se penso a tutte le illusioni che mi ero fatto. «Perché continui a evitarmi? Hai un mucchio di cose arretrate? Bugiardo d'un Paride, sappi che io sono innamoratissima del mio ragazzo e che non ho nessuna intenzione di lasciarlo. Sai, può capitare di sentirsi un po' così, delle volte». Capisco. «No, tu non capisci, ma non importa, e questa sera uscirai con noi, con me e con Nando. Ti piacerà vedrai». Dovrei invitarli a cena da me qualche volta. In fondo non deve essere troppo difficile cucinare un paio di piatti importanti. Basta saper scegliere il libro giusto. Se Nando non mi fosse così simpatico: lui non ha il minimo dubbio sulla fedeltà di Paola. Tivù scacciapensieri. Cerca, cerca, cerca, cerca. Humphrey! Sì. Uccidilo Boghey. Dov'è la Bacall? Parla se non vuoi che faccia cantare la mia fedele colt. Pubblicità. Panettone Piazza del Duomo, una montagna di dolce bontà. Nando e Paola non arriveranno prima di un'ora.
Lo Strudel Commedia in due atti e un epilogo
Personaggi
Antonio Garofaniello, 50 anni, grecista Costantino Dicostanzo, 50 anni, barista Pier Andrea Marcellini, 40 anni, inviato della Rai Gigliola Giovannangeli, 30 anni, bionda ossigenata, inviato di una rete privata Marta, 20 anni, operatore Giorgio Notardigiacomo, sindaco di Santalba Augusto Piras, 20 anni, studente, ragazzo di Lucia Nando Nieddu, 20 anni, studente, ragazzo di Paola Paola Cau, 20 anni, studentessa, ragazza di Nando Lucia Pieromalli, 20 anni, studentessa, ragazza di Augusto
A Santalba, piccola cittadina sul mare del nord-niente della Sardegna. Durante i giorni di une prossime olimpiadi di Atene.
Atto Primo
La scena si svolge all'aperto, sulla banchina del porto di Santalba. Sulla sinistra vi è una piccola barca ammarata per riparazioni, lo scafo è rovesciato. Il maggior spazio della scena, però, è occupato dalla terrazza di un piccolo chiosco bar. Il bancone bar sulla sinistra e, sotto la tettoia di plastica ondulata verde su cui svetta un'antenna televisiva, una dozzina di sedie, disposte intorno ai tavolini, che guardano verso lo schermo gigante di un televisore sempre acceso. Sopra il bancone sta appeso un vistoso quadro ex voto: il mare in tempesta, il braccio roccioso (Lo Strudel) che delimita la baia di Santalba e la Madonna che salva un annegato da morte sicura. Si ode il rumore di lievi onde contro la banchina. Il barista si affaccia sul bancone del bar con un bicchiere e un telo in mano. Asciuga il bicchiere, lo alza alla luce, lo controlla, lo ripone. Prende un altro bicchiere… Dopo qualche minuto, senza interrompere mai l'operazione, il barista guarda di fronte a sé, verso il mare. Si ode il rumore di una barca che attracca. Lo schermo non proietta nessuna immagine, solo la nebbia del segnale di interruzione.
Costantino: Già di ritorno?… Sono scappati tutti i pesci? Non fare la vittima, Alessandro, sono anni che ti ripeto che il tuo sistema di pesca non è competitivo. Devi adeguarti. Adeguarsi, o soccombere. (Guarda attentamente il vetro di un bicchiere:) Addio Alessandro, Addio. Ah, buona pesca… (Ride, senza smettere di asciugare i bicchieri).
Dal lato opposto al barista entra Garofaniello. Si accomoda su una delle sedie. Estrae un libro da una tasca della giacca. Lo legge. Costantino centra la posizione di uno specchietto retrovisore da camion che tiene sul bancone, vuole controllare il nuovo arrivato.
Garofaniello (Senza alzare lo sguardo dal libro, e in tono ironico): Ehi, Costantino, già non ti funziona questa meraviglia della tecnica? Costantino (Continuando ad asciugare i bicchieri): Come no? Con quello che mi è costata. È l'antenna, il vento deve averla ancora spostata. Garofaniello: Perché non vai a sistemarla. Costantino: Chi? Garofaniello: L'antenna! Costantino: Perché non lo fai tu? Garofaniello: Sicuro, se tu paghi, io vado. Per denaro sono pronto a tutto. Costantino (Sottovoce): Anche a toglierti dai piedi. Garofaniello: Come dici? Costantino: Adesso arrivo, dammi il tempo di prendere la scala. Garofaniello: Sono i giorni delle olimpiadi di Atene questi. Se non ne garantisci la visione per ventiquattro ore su ventiquattro, stai ben certo che non verrà un cane in questo tuo orribile bar. Costantino: Tuo nonno! Garofaniello: Come dici?… Lo sai pure tu che queste olimpiadi sono anche nostre, di tutti noi greci di Santalba.
Costantino scompare. Garofaniello si rimette il libro in tasca, si volta verso lo schermo gigante e aspetta. Dopo qualche attimo e molto rumore, compare Costantino che regge una scala a pioli.
Garofaniello: Ce l'hai fatta, credevo ti fossi perso nel retrobottega.
Costantino non gli risponde. Poggia la scala sul bordo della tettoia e sale. Quasi stesse camminando sul filo, muove pochi passi in direzione dell'antenna.
Garofaniello: Allora!?! Qui non si vede ancora niente.
Costantino, dall'alto, gli fa un mal gesto. Finalmente arriva all'antenna, la gira, la rigira.
Costantino: Come va? Capta l'immagine?
Nello schermo comincia ad apparire qualche immagine, ma dura solo qualche frazione di secondo.
Garofaniello: Non si capta un bel mazzo di niente, non si capta. Costantino: E adesso?
L'immagine è regolare, alcuni atleti si dispongono per la partenza di una gara di velocità.
Garofaniello: Così va bene, puoi scendere. (L'immagine scompare:) No! Sistemala, presto. C'è Metaxas in gara. Costantino: Chi? Garofaniello: Metaxas, Nikos Metaxas, il miglior velocista greco degli ultimi tempi.
Costantino è impegnato a “lottare” con l'antenna. Ritorna l'immagine per qualche istante. Gli atleti sono in piena corsa.
Garofaniello: Dai, dai. (Lo schermo si annebbia ancora una volta:) Buono a nulla! Costantino: L'ho detto io, che quel Metaxas è una schiappa. Garofaniello: Non lui, tu sei un buono a nulla. Non sei capace nemmeno di tenere su un'antenna per quei pochi secondi necessari per una gara di cento metri piani. Costantino: Oh basta! Ho altro da fare io che farmi offendere da un grecista perdigiorno.
Scende giù dal tetto. Indispettito prende la scala e la rimette nel retrobottega, ancora una volta con grande trambusto. Ricompare dietro il bancone del chiosco. Si lava le mani, se le asciuga. Garofaniello, intanto, riprende a leggere. Costantino, ancora indispettito, lo guarda attraverso lo specchietto che tiene sul banco.
Costantino (Mutando espressione, saluta qualcuno che passa): Ehilà, come va, vecchio? Sempre in gamba! Garofaniello: Che modo di parlare, neanche fossimo in un film americano degli anni '50. Costantino (A Garofaniello): Il signore desidera? Garofaniello: Niente, grazie! Costantino: Il cliente che non intende consumare non è un cliente… Garofaniello: Che cosa vuoi dire, che dopo anni che vengo a sedere qui tu non mi consideri un cliente? Costantino: Il cliente che non consuma non è un cliente. Il tempo è danaro. Garofaniello: Denaro, denaro. Ignorante. Costantino: Insomma, se non intende consumare è pregato di sloggiare. Immediatamente. Garofaniello: Ma sei impazzito? Mi cacci? A me? Antonio Garofaniello? Costantino: Insomma basta. Questo bar è mio e lo gestisco a modo mio. Senza consumazione non puoi usare le mie sedie.
Garofaniello si alza dalla sedia e va a sedersi per terra, appena oltre l'ultima sedia della terrazza.
Costantino (Salutando un immaginario qualcuno che passa): Buongiorno, ossequi alla signora.
Il passante però non sembra essersene andato, perché Costantino a gesti e mimica facciale sembra dargli spiegazioni sul perché “quel matto” di Garofaniello sta seduto per terra.
Costantino: Di nuovo, ossequi alla signora. Buona passeggiata.
Entra Nando, tra le mani ha un piccolo secchio. Va verso la barca.
Nando: Buongiorno a tutti. Garofaniello: Hmm. Costantino: Ciao, Nando. Viene su bene la barca! Nando: Già, presto la metteremo a navigare. (Poggia il secchio accanto allo scafo, ne trae alcuni attrezzi, sceglie una spatola e, con questa, prende a raschiare la chiglia:) Ehi, Garofaniello, che fai seduto per terra? Garofaniello: Il non cliente. Nando: Il non cliente? Non capisco. Garofaniello: È facile. Chi non consuma non è un cliente, e il non cliente non ha diritto alla sedia. Nando: È vero Costantino? Costantino: Verissimo. Nando (Sospendendo la sua operazione): Non si direbbe ma è un lavoro che stanca, perché non è tanto la fatica, quanto la precisione che devi metterci che ti butta giù. Che ne dici, Antonio, ce la facciamo una mezza birra? Garofaniello: Hmm.
Nando va verso il banco, prende i due bicchieri e la bottiglia che Costantino gli porge, poi va verso Garofaniello e li poggia sul tavolino. Si accomoda su una delle sedie.
Nando: Alla salute. Garofaniello (Alzandosi e poi mettendosi a sedere sulla sedia con grande lentezza): Alla salute. Nando: Non è delle migliori, ma si lascia bere. Non sei d'accordo? Garofaniello: Diciamo che fa schifo, e che il padrone di questa stamberga non ha rispetto per i suoi clienti. Nando: Sssht.
Costantino ha un gesto di stizza. Garofaniello beve tutto d'un fiato e si rimette in piedi. Va verso la barca e continua il lavoro dove Nando lo ha lasciato.
Nando: Lascia, Antonio. Non devi affaticarti, la tua lesione, lo sai. Garofaniello: Non è fatica, questa. Costantino: Antonio, non fare lo stupido. Garofaniello: Stai zitto, tu! Nando: Lascia, Antonio, ancora non sono diventato un medico, ma, per il tuo bene, ti proibisco di fare certi sforzi. Garofaniello (Abbandonando gli attrezzi): Ti ho mai raccontato di quella volta che mi sono ritrovato a Patrasso senza una lira e una fame da non vederci più?
Costantino fa dei vistosi gesti di noia, Nando gli fa cenno di lasciar stare.
Garofaniello: Mi sono messo al centro di una piazza è ho improvvisato Paese mio, Santalba antica. (Sulla melodia di un sirtaki, accenna qualche parola di una canzone:) Sant-alba di fuo-co, Sant-alba di a-cqua, Sant-alba di te-rra, Sant-alba di a-ria, Sant-alba mia… Un successo. Cantavo e ballavo. (Accenna a qualche passo di danza:) Pochi minuti e avevo le tasche piene di dracme. Nando: Altri tempi. Allora, i greci, ancora si ricordavano di noi. Gli servivamo allora! Costantino: C'era in gioco la vita di Alexis Papatanhassious allora, gli servivi per coinvolgere l'opinione internazionale. Non come adesso, che per inaugurare le olimpiadi di Atene hanno chiamato cani e porci, a patto che non fossero di Santalba. Nando (Come se leggesse da un immaginario giornale): Antonio Garofaniello si incatena ai cancelli dell'aeroporto di Atene per protestare contro l'incarcerazione di Alexis Papatanhassious. Costantino: Se ne occuparono perfino i giornali di Sidney. Gli servivamo, allora. Com'era quel titolo? Da Santalba il grido che parla con la voce di Omero: liberate Papatanhassious. Ma oggi? Quand'è l'ultima volta che si è visto un Greco da queste parti? Garofaniello: Ma come potete parlare in questo modo? Noi, noi siamo Greci. Siamo i greci di Sardegna, e dobbiamo gridarlo con orgoglio. Nando: Ma dai. All'epoca dell'Impero d'Oriente siamo stati greci, quando qui comandavano i Bizantini e a Santalba era stata impiantata una colonia. Ma oggi? Dopo quasi mille anni che sono andati via, chi può ancora dirsi greco, qui a Santalba? Garofaniello: Io, sono greco, e poi sardo, e poi mediterraneo, e poi europeo. Costantino: E poi fesso. Garofaniello: Fesso, certo! Però io almeno sono stato utile a qualcuno, io l'ho pagato il mio tributo alla storia. Guarda!
Si toglie la giacca, solleva la camicia e gli mostra la schiena nuda, poi la mostra a Nando. Alcune vistose cicatrici gli segnano la colonna vertebrale. Si ricompone.
Garofaniello: E tu? Tu non sai nemmeno far funzionare questo maledetto televisore. Nando: Già, com'è che non arriva il segnale? Costantino: Dipende dall'antenna. C'è troppo vento qui, e non vuole stare ferma. Nando: Devi fissarla meglio. Non ha senso che ti sia fatto sistemare questo schermo gigante ultra moderno per far uscire di casa la gente, se poi non si vede altro che nebbia. Costantino: Oh, basta, ci ho già provato. La salsedine ha fatto andare a male le viti e non regge più niente, lassù. Nando: Ma ci sono le olimpiadi di Atene. Se il tuo televisore non funziona non verrà nessuno al bar. Costantino: Senti, qui c'è la scala.
Costantino scompare un'altra volta e, dopo qualche attimo di grande rumore, ricompare con la scala di prima. Nando la prende e la poggia alla tettoia. Costantino ritorna ad asciugare bicchieri. Con il solito specchietto, di tanto in tanto, controlla l'operato dei due.
Nando: Dammi una mano Garofaniello.
Garofaniello gli regge la scala. Nando, salito sul tetto, arriva fino all'antenna camminando carponi. Si siede e l'antenna sembra spuntargli dall'inguine. Comincia ad armeggiarci intorno con molta delicatezza. Poi si ripete la scena di prima, questa volta le immagini sono di una corsa a ostacoli.
Nando: Come va? Si vede qualcosa? Garofaniello: No. Nando: Come va? Si vede? Garofaniello: No. Solo nebbia. Nando: Come va? Garofaniello: Nebbia. No! Ci siamo, così va bene, sono partiti. Nando: Lascio? Garofaniello: Di nuovo nebbia. Nando: E ora? Garofaniello: Tienila così. No…, come prima. Nando: È inutile. Non reggono le viti. Ci vorrebbero dei tiranti.
Entrano Pier Andrea Marcellini, Gigliola Giovannangeli e Marta. Gigliola porta a tracolla un registratore, Marta regge sulla spalla una pesante telecamera. Sono entrati dalla parte della barca e vanno subito al bancone. Marta Riprende un dettaglio della barca, poi una panoramica del pubblico, poi un primo piano di Garofaniello, Nando sul tetto e poi quando scende dalla scala aiutato da Garofaniello. Poi i due giornalisti che parlano tra loro. Intanto, Nando e Garofaniello, seduti al tavolino, finiscono la birra e ascoltano.
Marcellini (Parlerà sempre come un giornalista da talk show molto pieno di sé): Ti consiglio un vermentino della Cantina Sociale di Santalba, funziona benissimo come aperitivo. Gigliola (Parlerà sempre con un leggero accento romanesco): D'accordo. Marcellini: Per la tua amica? Gigliola: Lei non beve, lei non si nutre, lei solo registra. Marcellini: Ma va? Gigliola: Marta, vuoi prendere qualcosa? Marta: Hmm. Gigliola: Che cosa? Marta: Hmm. Marcellini: Va bene un vermentino? Marta: Hmm. Marcellini: Tre vermentini di Santalba. Costantino (Che seguirà i discorsi dei due con mal dissimulato interesse): Arrivano. Gigliola: Credi che dovremo aspettare ancora per molto, in questo buco? Marcellini: Chi può dirlo, un giorno, una settimana, un'ora. Gigliola: Una settimana? Non posso trattenermi per più di un'altra notte, io. Marcellini: Pensa che io sono arrivato da più di una settimana e ancora non è successo niente. Gigliola: Come niente? C'è stata la frana sulla parete est. E poi lo smottamento di giovedì. Marcellini: Sì, ma tutto risulta sotto controllo. Secondo il sindaco non accadrà niente. Lo Strudel, come lo chiamano loro, continuerà a delimitare la baia di Santalba fino al giorno del Giudizio. Gigliola: Balle. Qui tutto può crollare da un momento all'altro, e quel che è peggio è che noi potremmo non esserci, in quell'istante. Marcellini: Io ci sarò. Ho altre due settimane a disposizione. Gigliola: Senza la troupe, però. Mi spieghi che servizio ne caverai fuori quando qui crollerà tutto? Marcellini: Un magnifico servizio, la mia penna farà piangere calde lacrime anche al più cinico dei telespettatori. Gigliola: Balle. La gente se ne sbatte delle parole, la gente vuole immagini forti. Vuole sangue. E con la concorrenza di ste maledette olimpiadi di Atene, già me l'immagino chi starà a sentirti: nessuno! Marcellini: Tu credi? Gigliola: Sangue e merda, questo è ciò che vuole la gente. Sangue e merda. Marcellini: Anche la tua operatrice, la pensa come te? Non sta ferma in secondo. Costantino: Chiedo scusa, ma mi pare di aver capito che siate dei giornalisti. Marcellini: Ha proprio indovinato. La signorina qui presente è la reporter d'assalto Gigliola Giovannangeli di canale 47, e io sono Pier Andrea Marcellini, inviato Rai. Costantino: Ecco, senza volerlo, ho ascoltato i vostri discorsi, e, se mi è concesso, ecco, io penso che stiate perdendo il vostro tempo, se mi è permesso. Gigliola: Cazzo che tatto! Marcellini: Non si lasci impressionare, dica, di grazia, perché staremmo perdendo il nostro tempo? Costantino: Ecco, capo Santalba… (Fa una breve pausa per indicare l'ex voto sopra la sua testa:) Lo Strudel, come lo chiamiamo, noi. Gigliola: Cazzo, che schifezza paranoica. Marcellini: Dica, la prego, continui. Costantino (Risentito, si rivolge solo a Marcellini): Lo Strudel, non cadrà mai. Voi potreste stare qui altri cent'anni e ancora lo trovereste lì, alto, imponente, a proteggere Santalba dall'impeto del mare. Marcellini: Che poeta. Gigliola: E che ignorante. Si vede che no sa un tubo di niente di geologia. Il vostro Strudel è solo una parvenza di roccia, le sue fondamenta da più di dieci anni non poggiano più su niente, è solo un lungo ramo rinsecchito che aspetta un soffio di vento per staccarsi dal fusto. Garofaniello: Una bella immagine. Complimenti, peccato che sia completamente falsa. Gigliola: E questo chi è? Garofaniello (Alzando il bicchiere alla sua salute): Antonio Garofaniello, narratore, poeta, saggista, pittore e cantante, per servirla. Gigliola: Gigliola. Marcellini (Chinando leggermente il capo): Pier Andrea Marcellini, inviato speciale. Nando (Alzandosi dalla sedia): Nando Nieddu. Studente. Medicina. Terzo anno. Marcellini: Lei è Marta. Marta (Che non ha smesso di filmare): Hmm. Costantino (Richiamando l'attenzione): Hm hm! Marcellini: Sì… Costantino: Costantino Dicostanzo, musicista. Gigliola: E che è, siete tutti artisti in questo paese? Marcellini: Mia cara, devi sapere che Santalba è un luogo particolare. Pieno di magia e folclore. Garofaniello: Niente di tutto questo. Né magie e né leggende. Santalba ha una sua storia, una sua tradizione e una sua lingua. Una precisa peculiarità che noi santalbini abbiamo il dovere di difendere. Costantino: Bravo Antonio. Gigliola: Ma chi vi ha chiamato? Che volete?
Gigliola si appoggia alla barca, Marcellini prende una sedia e siede accanto a Garofaniello e Nando.
Marcellini: La prego, signor… cantante. Garofaniello: Garofaniello Antonio. Marcellini: La prego, continui. Garofaniello: Come loro certamente sapranno, quando venne diviso l'Impero Romano… Gigliola: Che palle… Non me ce potevano manna' a me, a Atene? No, hanno preferito quel cornuto d'Alfonso. (Rivolta a Marta:) E basta co' sta telecamera. Marcellini: Prego, continui, fa così con tutti. E tu, Marta, riprendilo in primo piano, gli occhi e la bocca, mi raccomando. Garofaniello: Con il crollo dell'Impero d'Occidente, in Sardegna arrivarono i Vandali. Gigliola: Già, e magari Attila è nato da ste parti. Marcellini: Ma sì, ha ragione lui, da qui i Vandali si spinsero in Africa, anche, non è vero? signor… Garofaniello: Garofaniello. Arrivarono fino a Cartagine. Marcellini: A Cartagine, per l'appunto. Gigliola: Si va be’, ma che stiamo a fare, una telenovela? Non potrebbe farci un bignamino un tantinino più stringato. Garofaniello: I vescovi Cartaginesi, quando le cose cominciarono a mettersi male, decisero di fondare alcune colonie lungo le coste della Sardegna. E qui, a Santalba, si stabilì la colonia bizantina più forte, quella… Gigliola: Che c'entrano i Bizantini, adesso? Nando: I Cartaginesi…, erano Bizantini. Gigliola: Ma non erano Fenici i Cartaginesi? Marcellini: L'Impero d'Oriente, che dominava sul Mediterraneo dal…, grosso modo… Garofaniello: Trecentotrenta dopo Cristo. Marcellini: Fino al… Garofaniello: Millequattrocentocinquantatrè. Marcellini: Fino al millequattrocentocinquantatrè, secondo alcuni storici è ricordato anche come Impero Bizantino. Gigliola: E perché? Costantino: Perché la cultura dominante era quella greca. Gigliola: Anche i greci ci mettiamo in mezzo, adesso? Marcellini: Ma sì, cara, la cultura dominante, all'epoca era quella greco-bizantina.
Marta smette di filmare, deve cambiare la cassetta. La inserisce nel video collegato allo schermo, gli altri non le badano finché sullo schermo non compaiono i loro volti. Tutti fingeranno di non essere troppo interessati a se stessi, a parte Costantino che, a causa della pochezza del suo specchietto retrovisore, uscirà dal suo gabbiotto.
Gigliola: E i latini, allora? Dove li mettiamo? Garofaniello: I latini si limitavano a tradurre, quando erano in grado, più spesso falsificavano le scritture. Gigliola: Ma guarda sto pozzo di scienza, cantante, pittore, ballerino, storico, e moralista, anche. Marcellini: Non le badi, dottor Garofaniello. Prosegua, è molto interessante ciò che dice. Garofaniello: Nel cinquecentosette, i vescovi di Cartagine e di Ipona fondarono Santalba e il santuario dedicato a Sant'Agostino, il cui corpo è stato custodito dai Santalbini fino al sacrilegio compiuto dai Pisani in epoca tardo-giudicale, che lasciò ai Santalbini soltanto il mantello del Santo, che da allora adorna la statua lignea della Nostra Signora del mare. Gigliola: Sant'Agostino, chi? Quello del libero arbitrio? Marcellini: Non mi dica, qui a Santalba, per oltre cinquecento anni, sono state custodite le spoglie di Sant'Agostino? Garofaniello: È in tutti i libri di storia. Costantino: E già. Marcellini: E già! Garofaniello: In ragione di ciò, della presenza delle sante reliquie, Santalba divenne l'ultima roccaforte greca nell'isola, e mentre fuori le mura i Santalbini utilizzavano il volgare latino che presto diede origine alla lingua sarda, dentro le mura, noi Santalbini, abbiamo continuato a parlare orgogliosamente il greco. Ed è per questo, che oggi, a ragione, noi Santalbini siamo considerati i Greci di Sardegna. Gigliola: E ballate il sirtaki, e bevete retsina. Nando: Ma che, balliamo disco-music, e beviamo birra. Garofaniello: I giovani, i giovani soltanto. Costantino: Tutta colpa della televisione. Gigliola (Quasi fosse un'offesa diretta a lei): Ehi! Garofaniello: Sicuro, questo media trita tutto, che impasta qualsiasi forma culturale per ricavarne giganteschi polpettoni premasticati.
Marta manda l'avanti veloce.
Costantino: Ma che fa, sta cancellando tutto? Marcellini: La prego, non esageri, qualcosa di positivo, alla televisione di Stato, bisogna pur riconoscerla. Garofaniello: Certo, la massificazione, l'omogeneizzazione, l'analfabetismo di ritorno. Gigliola: Cazzo! Dai, Marta, spegni sto coso che mi sono rotta. Marta: Hm! (Con un filo collega la sua telecamera al video. Sullo schermo cominciano a comparire i volti in “diretta”). Gigliola: Spegni e andiamocene. Marta, ti decidi o no? Costantino: Ma siamo noi, adesso… Nando (A Marcellini): Gli chieda… Marcellini: Prego? Nando: Gli chieda di Papatanhassious. Marcellini: Papatanhassious? Alexis Papatanhassious, l'eroe di Cipro? Nando: Sì. Alexis Papatanhassious, l'eroe di Cipro! Marcellini: Professor Garofaniello, Alexis Papatanhassious, le dice niente questo nome?
Garofaniello si alza dalla sedia e intona il sirtaki, questa volta però, prima canta un lento recitato in una lingua greca impossibile, e poi, quando Costantino suonerà il mandolino, goffo e lento danzerà fino a cantare con l'affanno. Marta ne riprende per intero la performance, con molto interesse per i passi di danza e per i primi e primissimi piani. Quando Garofaniello si renderà conto di essere l'unico protagonista sullo schermo darà le spalle al pubblico per potersi guardare.
Garofaniello: Separakalà perimènete mia, elàte mazhì mu. Dhen-gatalavèno. Dhe thèlona sas enochlìsso… Marcellini: Che cosa dice? Nando: È greco. Marcellini: Già, ma non riesco a coglierne il significato. Garofaniello: Polì evyenikò ek mèrus sas. Milàte italika, anghlikà ghallika? Nando: Si capisce, è il greco che parlano i vecchi di qui, un miscuglio di greco, latino, spagnolo, sardo, italiano… Marcellini: Sì, ma che dice? Che cosa significa? È un canto in memoria di qualcuno, mi pare. Garofaniello: Kiniphòtopos, kiniyetikì, periochì, proponitìs, rèfari, apovoli, termatofìlakas, podhosferistìs. Podhosferistìs. Podhosferistìs… Nando: All'incirca. Dice, fratello, tu sei mio fratello, saremo fratelli per sempre, anche nell'aldilà, Alexis, oh, Alexis, fratelli, fratelli per sempre. Marcellini: Capisco, capisco. Ma lui, sto Garofaniello, che cosa ha avuto a che fare con Papatanhassious? Garofaniello: Kiniphòtopos, kiniyetikì, periochì, proponitìs, rèfari, apovoli, termatofìlakas, podhosferistìs. Podhosferistìs. Podhosferistìs… Nando: È stato lui a farlo liberare dal carcere dei Colonnelli. Marcellini, GIGLIOLA: Che cosa?
Gigliola va ad occupare il posto lasciato vuoto da Garofaniello. Costantino scompare per un attimo, poi ricompare con un mandolino. Accompagnerà la danza di Garofaniello.
Garofaniello: Separakalà, perimènete mia. Elàte mazhì mu dhen-gatalavèno. Dhe thèlona sas enochlìsso. Polì evyenikò ek mèrus sas. Milàte italika. Milàte anghlikà. Milàte ghallika. Podhosferistìs. Podhosferistìs. Podhosferistìs… Nando: Non ricorda? Ne parlarono tutti i giornali dell'epoca; perfino io, che non dovevo avere più di due anni, allora, ricordo tutto per filo e per segno? Marcellini: Nel settantuno?… Nando: Nel settantadue. Marcellini: Nel settantadue, un italiano si era dato fuoco in una piazza di Atene per protestare contro la dittatura. Nando: No, nessuno si è dato fuoco. Garofaniello, che era partito da Cipro insieme a Papatanhassious… Marcellini: Insieme a Papatanhassious!? Garofaniello: Milàte italika. Podhosferistìs. Milàte anghlikà. Podhosferistìs. Milàte ghallika. Podhosferistìs. Podhosferistìs… Nando: Erano grandi amici. Marcellini: Grandi amici. Nando: Ha letto Sotto le onde del mare? Gigliola: Sì! Marcellini: Il longseller di Alexis Papatanhassious. Garofaniello: Milàte podhosferistìs. Ghallika milàte, proponitìs rèfari… Nando: C'è un personaggio, il coprotagonista… Gigliola: Nikos Giglio. Nando: Sì, Nikos è… Marcellini: È?… Nando (Indicando Garofaniello): È lui. Gigliola: È lui che si è incatenato al cancello dell'aeroporto di Atene? Che ha subito le più atroci torture pur di riuscire a liberare Alexis Papatanhassious. Nando: Già, e a causa delle lesioni subite non può svolgere nessuna attività fisica, e lo stato gli riconosce una misera pensione da accattoni. Garofaniello: Kiniphòtopos, kiniyetikì, periochì, proponitìs, rèfari, apovoli, termatofìlakas, podhosferistìs… Marcellini: Antonio Garofaniello, questo personaggio da operetta d'altri tempi, è Nikos Giglio? Incredibile. Ma ne è certo? Gigliola: Ne sei proprio certo? Nando: Ecco, certo, certo, no. Ma insomma, lui è così che la racconta. Marcellini: Ma guarda che interessante. Davvero interessante. Gigliola: E già. Nell'attesa che venga giù sto Strudel, potrei utilizzarlo per servizio… Marcellini: Ma allora tu non sai? Gigliola: Che cosa? Marcellini: Niente, poi ti dico. Gigliola: Ma chi te capisce?
Dopo il velocissimo crescendo finale, la musica e la danza si interrompono. Marta poggia la telecamera su un tavolino e fa degli inchini alla giapponese prima a Garofaniello e poi a Costantino. Gli altri applaudono. Intanto la telecamera continua ad andare e riprende dall'inguine al collo escludendo le teste. Gigliola accende il registratore e va col microfono verso Garofaniello.
Marcellini: Professor Garofaniello, senta…
Il sipario si chiude per riaprirsi dopo qualche secondo. La scena è la stessa, Augusto è in piedi sul tetto che armeggia con l'antenna, accanto alla scala Costantino osserva il funzionamento dello schermo. Nando e Paola lavoreranno alla barca per tutta la scena. Entra Lucia.
Lucia: Augusto! Che fai lassù? Scendi ti prego. Nando, diglielo anche tu, che scenda. Augusto: Come va, Costantino? Costantino: Magnifico, sembra quasi di stare al cinema.
Da questo punto in poi, senza sonoro, sullo schermo passeranno immagini di gare di un qualsiasi meeting di atletica, inframmezzate da gare di nuoto.
Augusto: Te l'avevo detto, con un pochino di pazienza, e qualche centimetro di spago, avremmo sistemato tutto. Lucia: Augusto, scendi, ti prego. Augusto: Adesso potremo goderci ogni attimo delle olimpiadi d'Atene, “le nostre” olimpiadi (Ride). Costantino: Le olimpiadi di Garofaniello, sono solo sue, non nostre. Paola: Io non credo che dovremmo ridere troppo di Antonio. In fondo non ha del tutto torto. Se lasciamo che ci tolgano anche questi ultimi sussulti di grecità, che cosa ci rimane? Costantino: Tutto: il sole, il mare, il cielo… Augusto (Scendendo dalla scala): Lo iodio…
Lucia gli va incontro e lo abbraccia, rimarrà incollata a lui per tutta la durata della scena.
Nando: Lo Strudel. Paola: I chioschi che vendono perline e specchietti, i politici corrotti. Augusto: I libri sulla storia e la lingua di Santalba sponsorizzati dal comune e pagati coi soldi dei contribuenti. Paola: E poi più niente, quando capo Santalba sprofonderà nel mare.
Costantino va a riporre la scala nel retrobottega. Dopo qualche momento di rumore, riappare dietro il bancone, dove si metterà a gingillare con bottiglie e bicchieri.
Nando: Lo Strudel non ci abbandonerà mai. Costantino: Ero un bambino, io, quando cominciarono ad arrivare le prime cornacchie annuncianti l'erosione della roccia, e invece, guardatelo. È sempre lì, alto, imponente, maestoso… Paola: Sbriciolato.(Passa con più forza la carta vetrata sulla chiglia). Nando: Ma sì, anch'io sono convinto che non cadrà mai. Paola: Siete così ottusi da non rendervi conto che, ogni volta che lasciate che qualcuno entri nelle grotte del Tritone, commettete un omicidio preterintenzionale. Ogni giorno rischiamo la carneficina soltanto per salvare il look di questo lercio buco di mondo. Lucia: Sono magnifiche le grotte del Tritone. Quando con la barca entri nell'antro sotto Capo Santalba… l'ottava meraviglia! Augusto: È verissimo. Ma quali sono le altre sette? Nando: Mammolo, Pisolo, Brontolo… Lucia: Ignorante. Paola: Ma chi me lo fa fare a perdere tempo con voi. Lucia: Ma perché lo chiamate Lo Strudel, vivo a Santalba da più di due mesi e ancora non sono riuscita a saperlo. Nando: È semplice, devi solo guardarlo. Che ti fa venire in mente? Lucia: Un…, un… Augusto: Quello no, tesoro, quello non dirlo, non in pubblico, almeno. Lucia: Volevo dire un braccio… a cui è stato spezzato il pugno, però. Paola: Fantastico, ed è così che era Capo Santalba fino al Cinquantasei; un braccio disteso sull'acqua con un enorme pugno chiuso. Fino alla notte del sei maggio, quando il pugno scivolò nell'acqua trasformando la tenuta del Bizantino in una palude e provocando il crollo di un'ala di villa Santalba… Costantino: Questo scrissero i giornali e questo vollero far credere quei furbi milanesi per intascare l'assicurazione, ma lo smottamento del Cinquantasei non ebbe nessuna conseguenza diretta né con il crollo della villa e né con l'allagamento della tenuta. Augusto: Credo che Costantino abbia proprio ragione, il Bizantino, da campo incolto che era, è diventato una camping lussuosissimo, e villa Santalba è divenuta un mega hotel per turisti ricchissimi. Nando: Coi soldi stanziati dalla Protezione Civile… Lucia: C'era già l'attuale ministro? Nando: Non so, credo di sì, forse… Lucia: Però, ancora non mi avete detto perché Capo Santalba la gente di qui lo chiama Lo Strudel. Augusto: Ma è facile, perché è una torta, e ogni politico se ne accaparra una fetta. Lucia: Davvero? Che carino. Paola: Stronzate. Costantino: Vedete questo? (Indica l'ex voto sopra la sua testa:) Questo quadro? Lo dipinse Garofaniello nel sessantasei. Eravamo giovani allora. Una mattina uscimmo in mare nonostante il vento di tramontana che già minacciava il suo arrivo. Eravamo giovani. A largo, uno sbandamento terribile della vela mi gettò in acqua. Garofaniello riuscì a farmi risalire, tuffandosi subito dopo di me. Ma io ero quasi svenuto, avevo in corpo non so quanti litri d'acqua salata, non ero più utile a niente, mi sentivo morire. E lui, Antonio, per lo sforzo che aveva compiuto, non era in grado di risalire sulla barca da solo. Rimaneva aggrappato a una cima, in attesa di recuperare le forze, ma il mare brutto, la barca non più governata… Sarebbe morto, e forse sarei morto anch'io. Fu a quel punto che la Nostra Signora del mantello ci venne in aiuto. Alexis ci raggiunse con il suo piccolo motoscafo e ci portò a riva, in una delle calette di Punta del Tiglio, ci trascorremmo una notte e tutta una mattina, tra quei sassi, fino a quando non passò la tramontana. Chiesi a Garofaniello di dipingere questo quadro per ringraziare la Vergine del Mantello. È così che è nato Lo Strudel. Lucia: Non ci ho capito niente, assolutamente, niente. Paola: L'Alexis che hai nominato è Papatanhassious? Costantino: Certo. Paola: Adesso, mi è chiaro. Nando: Ma no, che non è chiaro, non è chiaro proprio per niente. (Cominciando a rivelare la sua gelosia nei confronti di Paola:) Che cosa sai, tu, che non sappiamo anche noi, di Alexis Papatanhassious? Augusto: Eh Nando, se invece di studiare anatomia, anche tu studiassi letteratura come la tua fidanzatina, avresti già capito tutto da un pezzo! Lucia: Mi volete spiegare? Costantino: Che cosa le ricorda il Capo Santalba dipinto qui da Antonio Garofaniello? Lucia: Uno strudel. Augusto: E come si intitola la prima silloge poetica pubblicata da l'allora giovanissimo Alexis Papatanhassious, autore greco cipriota da anni candidato al Nobel? Lucia: Come? Nando: Lo… Costantino: Lo Strudel, perché quel fesso di Garofaniello non sa tenere un pennello in mano. Altrimenti quel primo libro di Papatanhassious oggi si intitolerebbe Capo Santalba. Nando: Ma erano davvero così amici? Costantino: Da non potersi sopportare, Antonio gli andava dietro come un cagnolino, e Alexis non muoveva un passo senza di lui. Lucia: Ma che storia è questa? Non ho mai saputo che Alexis Papatanhassious fosse di Santalba. Costantino: Non lo è infatti, si trovava qui in vacanza. Paola: Stronzate. Alexis tentava di organizzare la resistenza Santalbina. Non era un turista. Nando: Alexis lo chiama. Gli dà del tu. È entrata nelle sue grazie. Sono diventati amici. Basta così poco alla mia ragazza per diventare amica di qualcuno.
Paola non gli bada e continua a lavorare.
Augusto: Amico, amico, amico, … arrivasti di notte col soffio del vento, … amico, amico, amico, … io ti cercavo … Lucia: Che cos'è? Paola: È questo, Lo Strudel? Augusto: La poesia d'apertura della prima e unica raccolta poetica pubblicata dal Papatanhassious, il romanziere più pagato in Europa. È lì che si parla di grotte dove nascondere le armi e biblioteche per preparare i cervelli. Costantino: Ma sono tutte balle. Alexis era ed è un puttaniere ubriacone, e Antonio Garofaniello era ed è un buono a nulla esaltato.
Quando Costantino pronuncia la parola puttaniere Nando ha un evidente moto di stizza.
Lucia: Non è questo che volevo sapere… Che cos'è che ha Nando? Augusto: Ah, ti riferivi a quello! Sciocchezze, Paola ha conosciuto Alexis Papatanhassious personalmente; in un congresso mi pare. Nando: E il bel Papatanhassious la aspettava, capisci? Non si sono mai persi di vista durante due giorni interi. Lucia: Paola! Voglio sapere tutto. Paola: Ma non è vero niente. Alexis… Nando: Senti come lo dice bene: Alexis… Paola: Alexis… aveva saputo che al congresso di Letterature, Lingue ed Etnie di Cagliari dove lui teneva la relazione di apertura avrebbero partecipato alcuni Santalbini e ha voluto conoscerci, me e Irene. Tutto qui. Costantino: Peccato che non ci fosse Antonio con voi, ne avreste visto delle belle. Augusto: Si parla del diavolo.
Entra Garofaniello, sembra molto frustrato. Intanto, Nando rivolge qualche silenziosa domanda a Paola, che gli risponde infastidita e a gesti.
Lucia (A Garofaniello): Ma è vero che conosci Alexis Papatanhassious? Perché non ce ne parli mai?
Garofaniello va a sedere molto vicino allo schermo gigante, sembra molto interessato alle gare.
Costantino: Oh, ne parla, ne parla. Lucia: Quando ne parla?
Nando e Costantino mimano il gesto di una bevuta, Costantino alzando il bicchiere vuoto, Nando succhiandosi il pollice. Paola gli dà un colpo sulla mano.
Lucia: Quando ne parla? Augusto (Sottovoce): Quando ha bevuto. Lucia: Molto? Augusto: Molto!
Augusto si scioglie dall'abbraccio di Lucia per andare verso il bar. A gesti si fa dare una bottiglia e tre bicchieri. Due bicchieri li dà alla ragazza. Vanno al tavolo di Garofaniello, si siedono. Augusto riempie i tre bicchieri. Uno lo porge a Lucia, un altro lo avvicina a Garofaniello.
Augusto: Di', è vero che non ti sei lasciato intervistare? Ma perché?
Garofaniello non risponde.
Costantino: Quei fessi di giornalisti si sono stanziati qui in attesa della caduta a mare dello Strudel. (Intanto che parla sistema lo specchietto retrovisore:) Idioti. Aspetteranno mille anni, e nel frattempo, per ammortizzare le spese intervisterebbero perfino il diavolo. Augusto: Di', com'è la giornalista di canale 47, è davvero bella come sembra in tivù? Lucia: Quell'oca di Gigliola Giovannangeli!
Garofaniello non risponde.
Nando: A me non è sembrata tanto stupida. Lucia: Non dirmi che piace anche a te. Ma se è ossigenatissima. Nando: Davvero? Non ci ho fatto caso.
Paola lascia il suo lavoro e va verso il tavolo. Prende il bicchiere di Augusto e beve. Garofaniello distoglie lo sguardo dallo schermo e la saluta con grande tenerezza.
Garofaniello: Ciao! Nando PAOLA: Avresti potuto cavarne qualche lira. Perché non hai lasciato che ti facessero qualcuna delle solite domande sulla grecità di Santalba? Sei un maestro tu, a raccontare.
Garofaniello le sorride ma non risponde. Paola gli prende il bicchie |