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Antoni Arca

 

Le donne

di Parride

 

 

 

…de alimento, la literatura se transmuta en vicio obsesivo: una forma incurable de addicción…

Juan Goytisolo, En los reinos de taifa, 1986

 

Uno

 

 

10.XI.1985 - martedì, sera

 

- Ti amo. Giuro! Ti-amo-ti-amo-ti-amo…

Soffoco chiuso dentro la cabina telefonica numero Quattro. Aspetto la linea. Non riesco ad impedirmi di ascoltare le dichia­razioni d'amore di chi mi sta accanto. Ci separa un sottilissimo velo di legno lucido e artificiale.

- Mamma? sì… certo… finalmente… sto bene, sicuro. Voi, piuttosto, come state? - credo di gridare, chi sa se l'innamorato al mio fianco deciderà di origliare anche lui. - No mamma, sto benissimo - queste cabine hanno il soffitto bassissimo, allungo la mano e riesco a poggiarci pienamente il palmo. - Ma sì, ho avuto una fortuna sfacciata. Sì, in un appartamento ammobiliato. Ovvio che costi un po' di più, ma non dovrò dividerlo con nessuno - il contatore ha superato i venti scatti. - Ma certo che mangerò. Un abbraccio. Va tutto bene. Tutto bene. Il preside mi ama, i colleghi mi adorano, gli alunni stravedono per me!

Ho caldo. Nella foga ho perso le ultime battute dell'innamorato. Oltre la finta parete di legno capto una nuova voce; è una donna angosciata, ne sono certo, grida il nome di un uomo: Mario, Mario!

Ho bisogno di aspettare qualche secondo prima di uscire, per staccarmi la camicia dalla pelle. Sono sudato. La donna ripete quel nome tra i singhiozzi. Le pareti interne della cabina sono tatuate di messaggi, nomi, numeri. Volessi lasciarne uno mio, dovrei faticare per trovare due centimetri liberi. Ma non sarebbe necessario, il mio appunto è già stato preso, qui, a sinistra, all'altezza dei miei occhi, a un metro e settanta circa dal pavimento: «martedì alle 19, chiama la mamma».

Fuori della cabina un uomo molto grasso e barbuto mi chiede se ho finito, annuisco con un lieve sorriso. Ma non credo di ispirargli simpatia, perché non ricambia e velocemente infila metà del suo corpo all'interno dello stanzino buio, e con l'altra metà richiama l'attenzione del barista. Agita la mano, sbatte il tacco, mugugna. Finalmente gli danno la linea. Mentre mi allontano la sua enorme schiena prende a confidarsi al telefono.

Il caffè Da Piero è un lunghissimo corridoio per metà adibito a bar e per l'altra a posto telefonico pubblico. Le cabine sono tutte occupate, dietro i vetri, in penombra, scorgo nuche e profili. Non mi guardano, mi voltano le spalle.

Il contrasto di luce con la zona bar è troppo netto. Dietro il bancone uno dei possibili Piero è indaffarato alla macchina del caffè; l'altro, alla cassa, rifà il totale a un giovanotto dai capelli lunghi e il viso pieno di brufoli. È lui l'innamorato. Lo sento.

Mi incontro riflesso in un enorme specchio. Le labbra sorridono. Piero cassiere chiede conferma sul mio numero di cabina. L'altro ha smesso coi caffè e armeggia su una piastra di registrazione. I suoni dell'ultimo successo anglosassone si confondono tra le facce e gli oggetti del bar. Il primo Piero comunica il mio importo. Mentre conteggia il resto mi confida che non ama questa musica.

- Lo facciamo per accontentare i giovani - parla e ammucchia biglietti da mille. - Veda, non è che da casa non possano telefonare, ma qui non devono renderne conto a nessuno, mi capisce?

- Davvero?

Credo di averlo colto di sorpresa. Insisto per fargli capire che non mi dispiacerebbe chiacchierare con lui: - Ero convinto che ai ragazzi interessasse soprattutto la comodità - dico.

- Esattamente, ma provi a pensare a come siamo noi genitori. «Chi era quello», «chi era quell'altro», «alla fine del mese tanto c'è chi paga!»

Conclude inarcando lungamente le sopracciglia. Sulla fronte gli si forma una ragnatela di rughe.

Una donna magra vestita di nero gli chiede il conto in un sussurro. Ordino una birra all'altro Piero. La donna nera esce. Fuori è buio. Bevo. Devo riuscire a sapere se il Piero cassiere sia genitore di qualcuno dei miei alunni. Gli chiedo esplicitamente se ha figli che frequentino le scuole medie.

- Magari! Sono quasi nonno. Il maschio è sotto le armi e la femmina è sposata da più di un anno. Quanti anni mi dà?

Sorride mostrandomi tutti i suoi denti sicuramente finti.

Bevo.

- Cinquanta - dico.

- Sessantacinque. E da quindici sono prigioniero di questo bar. Quando lo comprai da Piero Usai, qui c'era un solo telefono a gettoni - si interrompe per incassare altri totali.

Non ho più birra e mi è venuta fame, sul banco c'è un vassoio mezzo pieno di panini, allungo la mano per prenderne uno, l'uomo della macchina del caffè mi guarda indifferente, l'uomo della cassa segna un numero su un taccuino. Nessuno dei due può essere Piero.

Mastico lentamente, non riesco a indovinare gli elementi del companatico, una salsa rosea li eguaglia tutti. Mentre deglutisco rifletto sulle mie nuove cene da insegnante in ruolo ordinario con cattedra fissa.

 

 

10.XI.1985 - martedì, notte

 

Sono sbarcato appena ieri pomeriggio in questa città che mi è del tutto estranea. E già possiedo una casa mia che sono in grado di ritrovare senza chiedere informazioni ai passanti. Vantaggi dei piccoli centri; ma non sono del tutto sicuro che questa sia una vera città, un moderno villaggio magari, certo una località inventata per il turismo estivo.

«Facente parte la Sardegna dell'impero romano d'oriente, Santalba, per la sua eccellente posizione (una penisola, e perciò per tre parti difesa dal mare), fu interamente ripopolata da greci devoti a Sant’Agostino. Ai primi del 500 d. C., sotto la guida del vescovo Fulgenzio di Ruspe, il culto del Santo trasformò i santalbini in veri guerrieri della fede. Nel corso dei secoli, avendo le spoglie mortali del santo filosofo abbandonato la terra sarda, le tracce dell'antica presenza si sono conservate, come segni ancora tangibili, nella devozione dei santalbini al prezioso mantello di Sant’Agostino, gelosamente conservato nella cattedrale di Santalba, e, fatto questo vieppiù straordinario, nell'idioma grecano che gli abitanti dell'antica colonia miracolosamente conservano». Santalba nei secoli, pubblicazione a cura della Pro Loco, senza data, p. 7.

 

Sono arrivato soltanto ieri a Santalba, ho alloggiato per una notte in un alberghetto a tiro di stazione e, dietro suggerimento del portiere, dopo pranzo ho preso in affitto queste poche stanze.

- Professore è? E allora faccia conto di avere già casa sua. Se dice che l'estate se ne va, la casa gliela danno correndo correndo. Mi lasci fare un paio di telefonate.

Mi guardo intorno. Da una scaletta esterna sul cortile si entra direttamente in una stanza piuttosto spoglia, un tavolo, qualche sedia, una cucina smaltata di bianco accanto al lavello. Poi tre porte, la prima è quella del bagno, un minuscolo quadrato reso ancora più angusto dal bianco plastica della tenda della doccia. La seconda porta è quella della camera, armadio, comò, letto matrimoniale con capezzali di ferro battuto rosso. E la terza porta è la stessa da cui sono entrato dopo aver attraversato il cancello e poi salito le scale. Questa sarà la mia casa fino all'arrivo dell'estate.

 

Ho già svuotato le valige e riempito gli armadi. Sul comò ho poggiato quei pochi libri che non ho potuto fare a meno di portarmi dietro. Manuali per la scuola e poi alcuni Moravia e Cervantes, i due volumi del Don Chisciotte.

Il televisore non era previsto insieme ai mobili e sono quasi le dieci di notte. Non ho voglia di mettermi a letto, non ho voglia di uscire. Ho il frigorifero vuoto e sono il solo abitante di questo appartamento senza telefono. Forse comincerò il Don Chisciotte, quello che non ho letto mai, lasciando credere di padroneggiarlo a menadito. Inaugurerò il bagno.

 

Mi lavo le mani. Il rumore dell'acqua che dalla mia pelle si rovescia sullo smalto è l'unico rumore che riempie la casa, se escludo il battito del mio cuore e il pesante ansimare del frigo. Mi guardo nello specchio, sorrido, mostro i denti, se fossi in me domani andrei dal dentista, il secondo premolare superiore destro non ha un bell'aspetto.

Non sono male, qualche capello precocemente perduto, ma una fronte che sprizza saggezza, occhiali da onesto intellettuale, e intorno agli occhi tante e tante rughette d'intelligenza. Se si è uomini, se si è donne: zampe di gallina. Io fossi in loro non mi lascerei scappare, giovane, laureato, insegnante d'italiano; al primo incarico da titolare certo, ma posto fisso; non lo nego, questo no!, duecento chilometri lontano da casa sono un pochino tanti, non si discute, ma, «quanti anni mi do?»

Ho deciso, mi rado. Mi rado, perché non so farmi la barba, mi rado perché adesso è notte e domattina non avrò più tracce di sangue sul viso. Mi rado perché Moravia ha scritto un romanzo intorno a una rasatura, mi rado perché non c'è niente di meglio che una rasatura per cominciare una nuova vita.

Mi rado. Ci siamo: sanguino.

 

 

20.IX.1985 - venerdì, pomeriggio

 

Santalba, 20 settembre 1985,

Carissimi…

Era da anni che non trovavo più motivi per scrivere lettere, e oggi, colto da raptus da inchiostro, ne ho scritte otto di seguito. Ho raccontato tutto. Dei colleghi, degli alunni, del paese, dell'appartamento. Iniziando la sesta lettera ho persino pensato di utilizzarle per un romanzo epistolare: Le ultime lettere del giovane Pintus.

D'altra parte non sono stato io a scegliere il confino in questo buco di culo del mondo, lavorare intorno a un romanzo potrebbe essere il sistema per alleviare le mie sofferenze di insegnante.

Non devo rinunciare a questa idea del romanzo epistolare. Far scoprire la personalità e il curriculum vitae di un uomo, Io, attraverso una rete di indicazioni inframmezzate di «come stai?» e «io bene e così spero di voi».

Con Sergio ho messo l'accento sulla struttura urbana di Santalba, un lunghissimo serpentone di case affacciate sulla costa, dove ogni attività sociale si concentra nel piccolo porto e nella città vecchia tutta protesa verso il mare. Un modo di vivere diversissimo da quello di noi gente di boschi e bassa montagna. Ad Anna e Marco ho trascritto alcune ricette gustosissime datemi dalla padrona di casa che vive nell'appartamento sotto il mio e che non viene a rassettare perché la casalinga di casa sono io medesimo. A Patrizio ho confessato che la solitudine mi opprime, che questa casa è scomoda, che per arrivarci debbo attraversare un cortile interno dove un ignobile cane nero sporco e riccioluto mi attende digrignando i denti, e che lo invidio, lui, a Bologna. A Elena ho lasciato credere che le uniche ragazze carine del luogo siano quelle col fidanzato robusto e cattivo. A Gavino Ghilarza, il direttore di La Miniera Del Serpente, ho scritto che da Santalba sarò orgoglioso di fare il corrispondente letterario per la sua eccellente rivista. Ai miei ho spedito una foto di Santalba al tramonto con la facciata della chiesa bizantina riflessa nelle acque del porto riparato da un bellissimo, lungo e possente braccio di roccia. Con Caterina sono dilagato, le ho confessato tutte le mie paure di insegnante impreparato al compito di trasmettere l'italiano la storia e la geografia a una seconda e una terza classe numerosissime, e che i colleghi sono delle merde umane.

A Andreina ho gridato forte e chiaro che cosa penso di lei, che dopo cinque anni non può mettermi da parte come un paio di jeans smessi, che se lei ha sofferto, anch'io ho sofferto. È dal dicembre dell'84 che questa lettera ogni volta la riscrivo uguale e diversa. È dal dicembre dell'84 che ogni volta la strappo e la mastico.

 

 

20.IX.1985 - venerdì, pomeriggio: più tardi sotto la doccia

 

Dovrei scomparire. Per giustificare il romanzo dovrei dissolvermi. Morire. Scappare. Impazzire. Ogni lettera diverrebbe una testimonianza casuale-necessaria.

Titolo: Paride Pintus di anni ventisette (27).

Sottotitolo: Suicida per amore.

Una donna, Caterina - se sparissi, ne sono certo, lei sarebbe la sola a interessarsi di me davvero -, viene a Santalba per recuperare le povere cose di Paride. La padrona di casa ha ammonticchiato i vestiti, i libri e i quaderni in uno scatolone. Caterina ha un moto di stizza contro la società e quella donna che non rispetta la morte voluta. Asciugandosi una lacrima. No, con determinazione. Mette ordinatamente quegli oggetti dentro una valigia. Di che colore? Vedremo. Quello stesso giorno, oppure dopo vent'anni, frugherà dentro quell'Arca perduta per scoprirne il segreto. In un’agenda blu sono contenute tutte le minute delle lettere di Paride. Tutte: otto, solo queste otto. Caterina le ricostruisce. Sono quasi tutte indirizzate ad Andreina. Quella donna non accettava le debolezze di lui. Avrebbe potuto amare soltanto un Paride capace di lottare, in grado di uccidere e tradire per ottenere il successo. Andreina ha sofferto, è stata offesa dalla fame e dal sesso, a lei è stato impedito di apprezzare la poesia e lo slancio eroico. Andreina è cinica, amorale, per questo ha accettato l'ipocrisia della morale fascista senza ipocrisie. Per questo Paride è morto, per dimostrare la sua onestà intellettuale. Per questo i legali di Moravia mi citerebbero per plagio. Perché va bene pubblicare uno stralcio della propria tesi in La Miniera Del Serpente di aprile-maggio-giugno, rivista trimestrale che legge chi la legge, ma copiare la trama di Le ambizioni sbagliate senza nemmeno cambiare il nome alla protagonista!

Peccato che Andreina si chiami Andreina.

 

Titolo: Paride Pintus di anni ventisette (27).

Sottotitolo: desaparecido.

Gavino Ghilarza, il suo editore, direttore, amico, lo cerca per fargli pubblicare il suo prezioso lavoro sull'opera di Alberto Moravia. La padrona di casa è preoccupata, Paride è sparito da tre mesi, nell'appartamento non ha spostato una forchetta, anche il cane nero bravo e riccioluto sente la sua mancanza, «lo guardi poverino, non mangia più, non corre più, e la notte abbaia alla luna». Ghilarza si introduce nelle due stanzette che costituiscono la casa di Paride. Ha la sensazione che il tempo si sia fermato, gli sembra che il suo giovane amico sia in bagno a radersi o fare la doccia - un po' di autobiografia non guasta -. Silenzio. Gavino Ghilarza si fa coraggio, apre i cassetti. Tutto è in ordine, mutande, calzini, camice, lettere. Le prende, ne apre una a caso, viene da Bologna. «Caro Paride, è da mesi che non scrivi più…» Le lettere sono tante, dopo averne lette alcune seguendo il caso, Ghilarza le raggruppa riordinandole secondo mittente. Ne ottiene un quadro variegato. I fatti cui gli amici di penna fanno riferimento hanno precise corrispondenze: militanza nel movimento studentesco, laurea travagliata, le vacanze intelligenti, una sola donna importante: Andreina. No, cambiamo cambiamo!, ma chi se ne frega!, tanto tutto questo non lo leggerà mai nessuno: Andreina! Da ogni lettera viene raccontato un Paride diverso: il saggio e coraggioso, il compagnone cantante spesso ubriaco, il prudente parsimonioso uomo d'ordine, il piagnone, lo sparaballe, il fallito, il beato te. E perfino il bello, il bruttino, il basso, il robusto, il mingherlino, il pieno di capelli, il quasi calvo, l'alto. Il vedi Zelig e poi muori.

San Konigsberg che sei nei cieli, aiutami tu. Shampoo.

 

Titolo: Paride Pintus di anni ventisette (27).

Sottotitolo: il terrorista.

Il nostro eroe è morto durante un conflitto a fuoco con la giustizia - anzi, sa justícia, che più in sardo non si può, polizia uguale stato, stato uguale imposizioni, lo stato amministra la giustizia, cioè amministra le imposizioni attraverso la polizia, polizia uguale justícia -. Il padre arriva a Santalba per riconoscere la salma. Il padre è un uomo alto, coi baffi, prima di sposarsi era stato carabiniere. I poliziotti gli fanno firmare delle carte. Gli consegnano un fagotto, gli ultimi averi di Paride. Il padre non vuole entrare nel covo del figlio, ne ha vergogna. È alla stazione. Sul muro giallo di una casa una scritta rossa: Paride è vivo e lotta insieme a noi. L'uomo ha uno scatto d'ira. Lancia il fagotto. Sotto la scritta rossa ha disperso camice, pantaloni, una maglia bianca e rossa. È sangue! L'uomo si avvicina, osserva il sangue di suo figlio. «Papà!» Un bambino gli corre tra le gambe, va a raggiungere un giovane uomo che gli sorride pochi metri più in là. Il padre raccoglie quanto ha lanciato, fra gli indumenti scopre una scatola di cioccolatini: è una piccola Arca zeppa di lettere. Le afferra le nasconde nella tasca interna della giacca, le leggerà in treno. In treno. Le lettere non sono mai state spedite, e sono sempre indirizzate a lui: Caro papà. Raccontano episodi di vita quotidiana, di piccole punizioni corporali, di piccole crudeltà a fin di bene. Dell'adolescenza trascorsa a interpretare il primo della classe, dell'università sofferta più dei litigi familiari. Delle azioni dirette cominciate per amore di Andreina. Sempre Andreina. E continuate per convinzione e per amore di lui, il padre. L'uomo non capisce. Non riesce ad accettare che suo figlio abbia creduto di applicare i sani e alti principi morali che lui gli ha insegnato attraverso il terrorismo. Se lo avesse di fronte lo schiaffeggerebbe. Ripensa al cadavere del figlio, si rende conto di che cosa ha pensato, si batte un pugno sul ginocchio. Continua a leggere. Le altre lettere sono un semplice resoconto delle azioni compiute. Rapine, fughe, seminari sulla ineluttabilità della lotta armata, il poliziotto giustiziato. Il padre è sconvolto, si sente male, il cuore. Adesso ha tra le mani un foglio di una diversa grammatura, la copia di una lettera sicuramente spedita. «Cara mamma, tu che sai tutto di me…» La madre, sua moglie, sapeva tutto. Da sempre. Lui solo era stato tenuto all'oscuro. Lui, che credeva di essere il padre di un figlio esemplare. Si alza, esce dallo scompartimento, in corridoio abbassa un finestrino, l'aria lo spettina e lo offende. Rientra il capo, si volta, di fronte a lui un volto riflesso in uno specchio. Il volto di un Paride invecchiato. Il treno rallenta, l'uomo corre verso la porta, l'apre e salta. Si ritrova in aperta campagna, una distesa pianura verde con un solo albero d'olivo. Il grande verde è solcato unicamente dai binari, e in lontananza si scorge un paese, più indietro una striscia azzurra, il mare forse. L'uomo ha del fango sulla fronte, ma non si pulisce, cammina in direzione delle case, verso la linea azzurra.

Questa non è male, devo dire che non è male. E alla Ginzburg chi gliene parla, e a Monicelli, a Risi e a Gassman chi glielo va a dire? Caro Michele! Caro papà!

 

Titolo: Paride Pintus di anni ventisette (27).

Sottotitolo: Come Dino Campana.

Paride Pintus è pazzo. Sì, e poi Sebastiano Vassalli chi lo sente?

 

Ma io, sotto la doccia, perché non canto come ogni italiano che si rispetti? Ci sono, potrei scrivere lunghissime pagine bianche, o meglio, elenchi confusi di parole che mi piacerebbe utilizzare. Oppure potrei non scrivere affatto e limitarmi a sognare.

 

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