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Addossato il corpo,
Addossato il corpo, la stanza Tra i ricordi che qualche naufragio, che il porto Traduceva, tra le ondate discrete, baci innati a labbra Che si versavano come il legno vecchio dell'alba. Rimaneva un pezzo di geranio miserabilmente Tra i denti aspri di vetro. E tra i denti del vetro un opale d'ascella. Un posacenere anatomico e invisibile Che divoravi con furia, con un desiderio irriducibile e frenetico. La stanza restava in campagna, desolata, facile preda delle pareti, Truciolo, sconfitta di occhi celesti che si ghiacciavano, a volte Tutto l'amore trionfante in una litania viscerale. S'infossava il corpo elettrico dell'amante. Distruggente la nudità e gli infissi della porta. Gocciolando sangue per strade piene di natiche vuote e segrete, o questa impossibilità d'un assedio, d'una ciglia tra i pini. L'amante, l'amante, suicida dell'ora. Crepuscolo e vento di carne e mais, restava Una pozzanghera alla porta di bianchissimo cristallo E dita tremanti, e seni. La morte era esperta e ignorante in amore, Era cielo e telo in bianco e labbra dentro un prossimo. La stanza ti chiude la porta, i capelli bruni e il corpo, levando Odori di zaffiro e di stella, un vuoto gelido Nell'umidità di labbra salmastre, piene di radici, Piene di radici quotidiane.
Joan Sants i Martí
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